racconto - IL PENSIONATO "QUASI INCAZZATO"

di Pino Rotta


Nino Romeo era giunto alla pensione dopo trentacinque anni passati al Comune dietro una scrivania.

In tutta la sua vita non aveva mai comprato un giornale, ora però la mattina, soprattutto per vincere la noia, passava dal bar più trafficato del Corso, entrava a prendere una copia del giornale distribuito gratis che stava lì poggiato sul bancone dei dolci, ed usciva veloce senza ordinare nulla, sotto lo sguardo distrattamente vigile sia del personale che dei clienti presenti che con un’occhiata lampo gli facevano pesare solo per un secondo questa sua miserevole tirchieria, ereditata da tempi di fame ormai troppo lontana nella memoria ma indelebile nell’inconscio.

Ogni tanto ne prendeva più di una copia di quel giornale, segno che stava aspettando un amico con il quale commentava per un paio d’ore le scelte strategiche in campo calcistico della squadra locale, finalmente in serie A dopo decenni di attesa, o la politica nazionale nei confronti della quale aveva sempre avuto un atteggiamento ipercritico "a priori" indipendentemente da chi fosse al governo.

Era abituato a non esprimere alcuna opinione politica per una sua connaturata tendenza a non contrariare nessuno. "Non si sa mai, un domani puoi avere bisogno…" ripeteva alla moglie ogni volta che si presentava l’accenno di un’occasione di discussione su un politico o su un partito e così la questione si apriva e si chiudeva con un rapido segno di assenso disincantato della sua signora.

Ora invece, finalmente "libero" di votare per chi gli pareva, dava libero sfogo alla sua nostalgica idea fascista. Non che fosse fascista, dopotutto non aveva avuto il tempo di conoscerlo il fascismo, per una questione sia anagrafica che culturale, più che altro aveva conosciuto la fame del dopoguerra; un lungo dopoguerra che per lui era durato fino alla fine degli anni sessanta in un rapido susseguirsi di mercato nero, contrabbando, assistenza sociale, allora chiamata E.C.A. oggi Dipartimento per le Politiche Sociali, ma sempre nello stesso vecchio palazzo di epoca fascista, poi l’impiego al Comune, nulla di stabile, nè contratto, né sindacati, in compenso neanche un lavoro vero e proprio solo la presenza era richiesta ed anche quella con molta elasticità. Il posto però gli consentiva di firmare le salvifiche cambiali prima per comprare le scarpe o un vestito, poi la cucina economica, poi la televisione, la seicento ed alla fine anche di fare un mutuo ventennale per la casa. E così la nottata era passata e lui ora era finalmente libero di essere fascista. Esserlo per la verità senza dirlo… e neanche sempre. Perché a pensarci bene aveva ancora due figli da sistemare, quello più grande era già sistemato, era stato assunto nel ‘75 alla Comunità Montana grazie alla legge 285 e grazie ad un amico che, in cambio di un paio di milioni, gli aveva presentato un pezzo grosso della Democrazia Cristiana, così il figlio si era sistemato. Gli altri due studiavano allora, ma Nino era sicuro che ormai l’amico era fatto e per la stessa strada avrebbe fatto passare anche gli altri due figli quando sarebbe stato il loro momento. In cambio in fondo si chiedeva a lui ed alla sua famiglia solo di votare Democrazia Cristiana e di "contribuire" alle spese della campagna elettorale. Lo trovava giusto e perfino conveniente.

E conveniente lo era certamente, infatti Nino ed il figlio avevano imparato il mestiere di elettricista e avendo, per così dire, "tempo libero" visto che al Comune quando mancavi nessuno se ne accorgeva e alla Comunità Montana… bhè lì addirittura non c’era nemmeno un ufficio dove andare a firmare la presenza! Così si arrangiavano a fare qualche lavoretto privato, in nero naturalmente, ma la cosa rendeva bene: uno stipendio dallo Stato ed un altro lavorando!

Così tra un lavoretto in nero, una campagna elettorale in "bianco" e le cambiali in "rosa" accontentava tutti e si sentiva sicuro. Alle elezioni politiche poi, ogni tanto avevano votato lui Movimento Sociale Italiano mentre la moglie ed il figlio maggiore Democrazia Cristiana e quindi si sentiva pure a posto con la coscienza, senza però dirlo alla moglie perché il voto, si sa, è segreto.

Poi una mattina era uscito di casa e aveva sentito in televisione che da qualche parte, a Milano gli era sembrato, era successa la rivoluzione, avevano messo in galera tutti i politici più importanti, tutti quelli che lui fino al giorno prima aveva guardato distrattamente in televisione, quelli che aveva sempre sentiti come "fatti loro", figure che si muovevano in televisione. Quel giorno e quelli seguenti furono giorni di grande fermento televisivo e questo lo aveva colpito e persuaso a tal punto che quella rivoluzione era giusta e sacrosanta che quando gli altri cominciarono a dire, prima a mezza voce poi sempre più apertamente, che erano tutti ladri e che dovevano andare in galera, anche lui si unì al coro e in poche settimane nessuno lo fermava più!

In ogni occasione era quello che cominciava per primo e finiva per ultimo con le critiche più feroci ai politici che giorno per giorno finivano in televisione come fossero sul crocefisso.

Poi un giorno aprì la televisione locale e tra i "si dice", "sembra", "non è stato ancora confermato" del cronista locale gli appare la faccia del "suo amico" democristiano: arrestato per associazione per delinquere di stampo mafioso e per tangenti.

La cosa lo turbò profondamente, non perché gliene importasse più di tanto di quello finito in galera ma perché non riusciva più a capire cosa stava succedendo. Sì, perché quelli di Milano erano lontani, erano in televisione, insomma poteva essere vero ma sembrava finto e comunque lui se ne fregava! Ma quello lì… lui lo conosceva di persona, gli aveva portato un capicollo il Natale passato, gli era pure stato raccomandato dal parroco! E se ora lo mettevano in galera tutti questi sacrifici e questi regali a che pro li aveva fatti? i figli chi glieli sistemava ora? Si sentiva proprio sgomento.

Per qualche settimana continuò a prendere parte al chiacchiericcio sulla tangentopoli nazionale e locale ma con sempre meno convinzione, con una sorta di istintiva prudenza.

Poi piano piano, quando si trovava in quelle circostanze, cominciò a richiudersi nel suo indefinito e borbottante alzar di spalle.

Passò così circa un anno. Quando camminava per strada e incrociava lo sguardo di tante altre persone come lui, con gli stessi suoi problemi e ne incontrava tanti ogni giorno (in città i giovani disoccupati erano quasi 50mila!) gli veniva una sorta di angoscia, anzi sarebbe meglio definirlo panico perché in effetti tutto quello che aveva creduto certo fino a poco tempo prima gli era crollato addosso ed ora si sentiva solo, indifeso, insicuro.

Fu un vero sollievo quando cominciò a sentire che si era formata una nuova forza politica sorta dalle ceneri dei vecchi partiti decapitati da Tangentopoli.

La cosa all’inizio non lo aveva colpito particolarmente, poi man a mano che in tanti cominciavano a smascherare i nuovi politici per quelli che erano cioè gli ex numero due di quelli comandavano prima nella Democrazia Cristiana, nel Partito Socialista e negli altri partitini ormai scomparsi, lui cominciò ad aguzzare le orecchie e lo sguardo. E sì erano proprio loro! Li riconosceva dal codazzo locale che si era creato attorno ai capi nazionali. Quelli della televisione non li aveva mai visti ma questi locali sapeva chi erano. Non gli importava che di loro si dicesse che fossero ladri, mafiosi, corrotti, quelli di prima erano la stessa cosa e tutto era sempre andato benissimo. Lui si faceva i fatti suoi, con loro non è che doveva dividersi la torta grossa, gli bastava che fossero a disposizione al momento che gli serviva un favore… in cambio del voto e di qualche regalo… è chiaro! Come prima! Ma sì! Che tutto fosse finito non ci aveva mai creduto nessuno! E poi questi erano di destra finalmente!

-"Ma che credete che quelli che comandano si lasciano mettere i piedi in testa? Paga qualcuno perché devono dare soddisfazione a qualche magistrato con cui non sono riusciti a mettersi d’accordo…! Ma poi tutto gira come sempre!" – così diceva ora quando chiacchierava con qualcuno e queste sue "arringhe" erano diventate ormai una specie di ossessione, un rito scaramantico che non poteva trattenersi dal ripetere ad ogni occasione.

Alle elezioni votò per il suo partito che vinse le elezioni, solo che qualche mese dopo il suo nuovo governo cercò di fottergli la pensione e questo lo fece "quasi incazzare" vide in televisione un sacco di gente che scioperava contro il governo, lui non aveva scioperato mai perché tanto se lo sciopero riusciva gli andava bene pure a lui e se no lui non si comprometteva. Quella volta lo sciopero riuscì e a Nino Romeo gli andò bene un’altra volta.

Ora la mattina quando commenta le notizie del giornale che prende sul bancone del bar Nino continua ad imprecare contro il governo e dice che sono tutti uguali, che fanno solo i propri interessi, che se ne fregano del popolo, ecc… Ogni mattina le frasi e le imprecazioni di sempre, ma una frase non usa più: "devono mandarli tutti galera!", non perché abbia paura di compromettersi, è solo che Nino è superstizioso e certi pensieri se li ricaccia indietro da solo, per scaramanzia.


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