MORETTI, LA SINISTRA E I CONTENUTI

di Pino Rotta


In questi ultimi giorni stanno rimbalzando da uno schieramento politico all'altro le accuse e le controrepliche sulla vicenda di sciacallaggio politico messa a segno dal governo nazionale sul pacchetto del cosiddetto "Decreto Reggio", il decreto di finanziamento di opere pubbliche per circa 1000 miliardi che dopo quasi dieci anni di stasi il compianto sindaco di Reggio Calabria Italo Falcomatà riuscì ad attivare e far diventare opere compiute tanto che in pochi anni la città ha cambiato volto e prospettive di sviluppo. I risultati di come Falcomatà abbia gestito il Decreto è tanto evidente quanto evidente è il fatto che portare la gestione dei soldi reggini a Catanzaro, sottraendone la gestione alla città ed ai suoi rappresentanti, rappresenta ancora una volta la manifestazione della sudditanza culturale di certa parte politica che, pur cambiando nomi e bandiere, è quella del vecchio gruppo Craxi-Andreotti-Forlani. L'efficienza dimostrata nella gestione del Decreto Reggio, merito rivoluzionario in sè per una città come Reggio Calabria, non può prescindere però da un giudizio politico sulle priorità progettuali e sulla cultura di fondo che ha animato e anima le scelte. Ormai pochi ricordano che tre anni or sono circa 40 associazioni culturali e volontariato reggine hanno dato voce al bisogno di spazi sociali attrezzati e pubblici, fruibili da tutti. Su questa strada si è fatto poco e spesso male. A Reggio Calabria, come in tutte le città moderne del sud, c'è un bisogno assoluto di asili, ludoteche, centri per gli anziani, piccoli teatri di zona, luoghi dove ci si possa incontrare per riproporre il nostro modo di essere "demos" legato a quelle che, quando si fanno i convegni, si strombazza chiamando "le nostre radici culturali", salvo poi inventare, nel terzo settore, modelli all'americana con al centro l'iniziativa privata, che da noi è essenzialmente clericale, al pubblico si lascia la cura del fisico con campi di calcio a iosa, mentre la cultura si affida al privato. L'Agorà ed il Demos non esistono affatto, vengono negati a vantaggio di piccole comunità di conversione morale e religiosa, che, a parte il fatto che pur finanziate dallo Stato appartengono alla Chiesa, funzionano bene, sono pulite, sane, accoglienti e numerose e se parli con la gente senti dire, giustamente, che non rinuncerebbe mai a mandare il proprio bambino dalle monache o dagli scouts. Ma il problema è se uno volesse invece non mandarlo il proprio bambino dalle monache o dagli scouts dove potrebbe mandarlo? Dove è l'alternativa? E' mai possibile che con il bisogno di servizi e di lavoro che c'è nelle nostre città si continui a privilegiare il contributo a comunità, parrocchie, asili e scuole private invece di mettere mano alla nascita di strumenti di solidarietà e servizio pubblico, gestito in forma nuova e moderna (cooperative sociali, società miste, ecc.) ma di proprietà pubblica e con il controllo democratico sul funzionamento e sulla gestione? A che servirebbe? A ridare il senso della laicità dello Stato, a riportare un senso di appartenenza ad una comunità che è di tutti ed in cui tutti hanno diritti e doveri ma anche pari opportunità e spazi di partecipazione. Su queste cose si misura la differenza tra destra e sinistra. Invece continuiamo a sentire generici appelli all'unità, sentiamo dire discutiamo delle cose che ci uniscono altrimenti ci spacchiamo! Giusto, ma vogliamo dire per favore una volta per tutte su che cosa il centro e la sinistra proprio non trovano punti di convergenza? Perchè a noi sembra che c'è convergenza su tutto basta che non si parli di programmi di sinistra! Ecco che la clamorosa polemica scoppiata dopo le frasi quasi scontate di Nanni Moretti, sul ruolo dei dirigenti della sinistra, assume un significato più ampio di un semplice sfogo di un "intellettuale" che trova il momento giusto per gridare in faccia ai big dell'Ulivo e per questo viene quasi "scomunicato" dai diretti interessati. Il punto è proprio il confronto "intellettuale", "culturale" che ormai da tempo non esiste più tra la sinistra ed i suoi alleati. C'è ancora un confine tra la cultura moderata e quella di sinistra? Esiste un'elaborazione culturale, nuova e lanciata verso il futuro certo, ma chiaramente identificativa della sinistra? Il punto discriminante non può essere solo sulla capacità amministrativa del "buon governo" che pure è importante e serve a mantenere una soddisfacente qualità della vita nel nostro paese. Il punto è che la sinistra è tale solo se riesce a governare la realtà trasformandola con alcuni paletti fermi come la laicità dello stato, la capacità di esaltare la fiducia nel progresso, il piacere di sfidare le ingiustizie sociali che ogni lavoratore subisce e farle sentire come un ideale comune a tutti i lavoratori. Invece da anni la sinistra si è appiattita sulle questioni economiche trattandole in maniera "tecnica", si è lasciata ammaliare da temi che sono del centro moderato, quali il mercato, la flessibilità del lavoro e la riduzione della presenza dello Stato nella società, rincorrendo su questi temi i propri alleati di centro nel nome della "governabilità del presente", lasciandosi addirittura scavalcare a sinistra dalla politica sociale della chiesa ed ottenendo il risultato di alimentare uno stato d'animo conservatore nella maggior parte di quella che fu un tempo la sua base di militanza ed elettorale. Una sinistra che si è mostrata troppo interessata a legittimarsi come capace di amministrare e troppo poco interessata ad assumere la guida di un progetto politico socialista di ampio respiro, nazionale ed internazionale; socialista nel senso più ampio del termine, un senso in cui devono convergere tutte le componenti culturali del pensiero socialista da quello solcialdemocratico a quello comunista. La sinistra ha rinunciato alla dialettica interna su questo terreno per spaccarsi, lacerarsi in due componenti antitetiche quella "liberal" e quella "antagonista",, due componenti che non riescono più a dialogare se non per miseri momenti elettorali. A questo crediamo si riferisce Nanni Moretti quando dice che non riesce a parlare con Rifondazione Comunista ma aggiunge che è necessario farlo e che non è compito suo farlo ma dei dirigenti politici. Un intellettuale può contribuire ad un dibattito di questo genere alimentandolo con la sua sensibilità ed esperienza ma che deve essere fatto diventare progetto politico poi da chi pretende di assumere ruolo di dirigenza politica. Su questo terreno ora è necessario accettare la sfida lanciata da Nanni Moretti non lasciarla cadere come se si trattasse di un marginale sfogo di chi è stanco di perdere senza capire più neanche per che cosa si sta battendo.

 


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