BENI ARTISTICI IN CALABRIA:
LA TUTELA DI UN PATRIMONIO MILLENARIO
Di Maria Teresa Sorrenti (*) (Ispettore storico dell'arte)
Sono
trascorsi parecchi decenni da quando un insigne studioso di cose calabresi, l’indimenticabile
Alfonso Frangipane, fondava la rivista Brutium (1922) e, qualche anno più
tardi, stendeva con scrupolo e competenza gli ancora oggi insostituibili elenchi
dei beni artistici (1933) e delle emergenze monumentali (1938) della nostra
regione. Da allora convegni e mostre altamente significative - basterà
ricordare la memorabile "Arte in Calabria" del 1976 – hanno
restituito alla coscienza di un pubblico sempre più attento la consapevolezza
delle proprie origini culturali e, insieme, la responsabilità di essere
destinatari di un patrimonio sopravvissuto alle vicende che nel corso dei secoli
ne hanno inesorabilmente segnato la dispersione.
Tutelare, conservare e valorizzare costituiscono i termini della politica culturale e dell’impegno istituzionale degli organismi preposti ad assicurare alla collettività le testimonianze di arte e di fede che soprattutto nell’area reggina, hanno conosciuto le ingiurie dei terremoti ed una pericolosa decontestualizzazione. In tale ottica ogni recupero si traduce in un tassello importane del mosaico, in gran parte ancora inedito, dell’arte della nostra provincia, utile a ricostruire relazioni, connessioni, insospettate presenze ed influenze dei maggiori centri artistici del meridione: Napoli e la Sicilia.
Il programma di interventi finalizzato e realizzato dalla Soprintendenza per i Beni AAAS della Calabria nel territorio reggino ha evidenziato tali relazioni e restituito ad una più corretta leggibilità manufatti esemplificativi di un certo clima religioso e culturale.
E’ il caso dei brani affrescati nella grotta del Santuario di S. Maria della Stella di Pazzano e, in particolare, di quello raffigurante la "Comunione di Santa Maria Egiziaca" campito in chiave alla volta di ingresso e databile al IX-X secolo, quasi un unicum nell’Italia Meridionale. Esso mentre sottolinea l’originaria funzione eremitica del luogo ( la santa era infatti una eremita) e pone significativi interrogativi circa la presenza di un eremo femminile, dall’altro contribuisce a meglio definire il quadro storico e religioso di questa area in epoca bizantina, laddove la più tarda e meglio nota "vocazione" mariana è testimoniata sia dagli affreschi quattrocenteschi, campiti sulle pareti della grotta che delimitano l’area presbiteriale del santuario, raffiguranti, nello strato più antico una "Pietà", anch’essi oggetto del recente intervento di restauro, che dalla cinquecentesca scultura in marmo collocata sull’altare.
Altrettanto significativo ai fini di una migliore conoscenza dell’humus culturale nel territorio reggino in età medioevale, è l’intervento avviato su uno dei manufatti artistici più significativi del territorio, e forse dell’intera regione, il pavimento musivo sito nella chiesa di S. Maria dell’Annunziata o degli Ottimati. Studi recenti, infatti, mentre ne evidenziano stringenti tangenze stilistiche con altre coeve realizzazioni, quali il mosaico pavimentale del presbiterio della Cattedrale di Salerno e quello della Cappella Palatina di Palermo, soccorrono a confermare l’esistenza in Reggio di una cappella regia, legata al palatium, e voluta dal conte Ruggero. Il "complesso di S. Gregorio" era infatti formato da due chiese sovrapposte, quella inferiore intitolata a S. Maria dell’Annunziata e bizantina, quella superiore di S. Gregorio Magno, edificata dai Normanni sopra la vecchia Katholikè, secondo gli indirizzi del più ampio programma politico di latinizzazione promosso nel regno. La dignità regale di questa realizzazione architettonica giova a giustificare la presenza nei nostri mosaici di materiali elitari, come il porfido rosso e verde la cui valenza simbolica si connette sin dall’antichità al potere religioso e politico. Giova ad una migliore comprensione della valenza artistica del manufatto osservare come il sectile reggino utilizzi un repertorio ornamentale che trova il suo più illustre antecedente nel pavimento della basilica abaziale di Montecassino ed ampiamente diffuso, sin dagli inizi del XII secolo, ad opera dei maestri Cosmati. Il tappeto quadrato centrale con otto grandi spirali in mosaico alternate a fasce di marmo bianco sviluppa infatti uno schema assai tipico e comune nelle realizzazioni cosmatesche romane, il motivo del quinconce, dove però la rota centrale, generalmente in porfido, è sostituita con una croce gerosolimitana, dovuta ad un probabile restauro cinquecentesco. Quest’ultimo, da connettersi storicamente con il passaggio dell’edificio all’Ordine dei Gesuiti, non dovette essere l’unico e l’intervento conservativo ancora in itinere, supportandosi ai dati storici, ne ha permesso una prima ricostruzione. Alla devozione gesuitica appartiene il dipinto raffigurante a tre quarti di busto "S. Ignazio di Loyola con il libro della regola dell’Ordine", restaurato dalla Soprintendenza, ed esemplato sull’illustre prototipo romano della Chiesa del Gesù, espressione di una politica di riaffermazione voluta dall’Ordine al suo rientro dopo la dolorosa espulsione settecentesca.
Uno "stralcio" di vita municipale reggina del ‘600 è invece quello fornito da una immeritatamente dimenticata scultura, sita lungo la principale arteria cittadina nella piazzetta antistante la chiesa di S. Giorgio al Corso, e nota con il titolo di "Angelo tutelare"; secondo quanto riferisce la tradizione storiografica locale (Spanò Bolani) esso venne eretto per "cancellare la triste ricordanza" di una faida familiare, ma più verosimilmente furono le incessanti minacce turchesche a spingere i reggini a commissionarne la realizzazione ad un artista siciliano, probabilmente quello stesso Placido Brandamonte documentato in città per altre importanti lavori. La scultura si ergeva infatti a poca distanza dalla Porta dell’Estero ed iconograficamente sembra identificabile con San Michele Arcangelo, cui la tradizione religiosa da sempre riconosce la valenza di victoriosus condottiero delle milizie celesti e difensore del popolo cristiano. La travagliata vita del manufatto è emersa dal suo stato di conservazione: "ricondotto a miglior forma", ovvero "restaurato" nel 1753 secondo quanto recita una lapide apposta sul fronte dell’attuale basamento, venne trasferito nei depositi del museo cittadino all’indomani del 1908, quindi collocato nel cortile laterale della chiesa di S. Giorgio al Corso, donde venne intorno al 1960 rimosso per l’odierna collocazione. Qui depositi legati allo smog cittadino hanno contribuito a degradarne la materia rendendo necessario un intervento conservativo che, affiancato da indagini scientifiche, ha consentito di meglio caratterizzare la materia quale probabile materiale di spoglio dell’antica Reggio. E’ di questi giorni l’avvio delle operazioni di rialloggiamento della porzione di avambraccio destro della scultura, rinvenuto tra il materiale di scavo nel cortiletto attiguo alla chiesa.
Presenze insospettate. Tale è sicuramente quella di Sebastiano Juvarra, fratello del più noto Filippo, membro di una affermatissima famiglia di argentieri messinesi, destinatario di una commissione del venerando monastero di S. Anna in Gerace. Le monache gli affidano, infatti, la realizzazione di uno splendido busto argenteo destinato ad accogliere le reliquie di Santa Veneranda, geracese come vuole la tradizione religiosa locale. La scultura, uno dei pezzi più interessanti del museo diocesano di Gerace, è oggi in restauro grazie ad un finanziamento della Soprintendenza.
Il programma di interventi promosso, realizzati o in itinere, non soddisfa certo pienamente le esigenze conservative del patrimonio della nostra provincia, ma è evidente come gli impegnativi ed onerosi obiettivi di conservazione e valorizzazione vanno conseguiti in uno sforzo sinergico di energie che coinvolgono, accanto agli organismi istituzionali e ministeriali, gli enti locali, le curie e le associazioni, ognuno responsabile, nell’ambito delle proprie competenze, di dar voce ad opere spesso neglette e nelle quali è però rintracciabile un brandello della storia artistica e culturale della nostra terra.
*)(soprintendeza per i beni ambientali, architettonici, artistici e storici della Calabria)
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