NARRATIVA SUDAMERICANA CONTEMPORANEA

Jorge Amado, Teresa Batista stanca di guerra

Gabriel García Márquez, Dell’amore e di altri demoni

Di Maria Barreca

 


Jorge Amado, TERESA BATISTA STANCA DI GUERRA
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Tra i capolavori di Amado figura la storia appassionata di Teresa Batista, ambientata nella prima metà del Novecento in Brasile, nelle terre del Rio Real, nel Sertão, sul confine tra gli stati di Bahìa e Sergipe. La storia si snoda come un racconto a flashback, in cui un uomo racconta, forse ad un giudice, la storia di Teresa, soffermandosi su momenti particolari della sua vicenda o tratti del carattere, che vengono più ampiamente delineati nei vari capitoli. Il narratore comincia a parlare notando come sull’origine di Teresa sia difficile dare un giudizio: nata nel Sertão, al confine tra Bahìa e Sergipe, forse di origine africana, zingara secondo altri. Nei primi anni di vita Teresa, rimasta orfana di padre e di madre, viene ospitata dalla zia materna Filipa. La sua infanzia trascorre piuttosto tranquilla e felice: amica dei ragazzini del vicinato gioca con loro alla guerra. Non ha ancora compiuto i tredici anni quando la zia la vende per millecinquecento cruzeiros al capitano Justiniano Duarte Da Rosa, soldato mercenario "gagliardo e irascibile", allevatore di galli da combattimento. Zia Filipa è immediatamente pronta all’affare con capitano Justo, grazie al dono di un bell’anello con una finta pietra. A nulla valgono le parole del marito Rosalvo, che la rimprovera di essere senza cuore a vendere la nipotina, ma l’uomo aveva anch’egli delle segrete mire su Teresa quando la sera la contemplava dormiente nel suo lettino pensando che bel fiore sarebbe diventata tra pochi anni.Teresa Batista parte così per il suo destino, che Amado specifica subito: "peste, fame e guerra". A casa di Justo viene scaraventata in una camera squallida, con una piccola finestra in alto da cui entra la luce. Justiniano Duarte Da Rosa aveva allora trentasei anni, aveva avuto infinite ragazze tra i tredici e i quindici anni, e per ognuna teneva un anello d’oro legato alla collana. Il capitano era anche sposato con la quattordicenne Doris Curvelo, figlia del Dottor Ubaldo e di dona Brigida, madre giunonica e rigorosa, quanto Doris era magra e timida. Fanciulla apparentemente senza attrattive, provoca lo sconvolgimento della madre quando Justo la chiede in sposa. Dona Brigida trascorre notti in bianco, intere giornate a valutare i pro e i contro. Considera la giovane età e l’inesperienza della figlia, ma anche le ristrettezze del piccolo paese e la difficoltà di trovare un marito. Le comari dicevano che Justiniano era un mostro di crudeltà, che violentava le bambine, abbandonandole sulla via della prostituzione, ma dona Brigida non avrebbe certo creduto a queste voci: "il capitano era scapolo e aveva il diritto di divertirsi". Del resto Justo, di solito così tirchio e freddo, era stato molto gentile verso Brigida e Doris durante il periodo di fidanzamento: munifico e generoso, aveva pagato l’ipoteca sulla casa del Dottor Ubaldo, comperato un ricco corredo a Doris e dunque, pensava dona Brigida, "la munificenza è una prova sufficiente d’amore". Dona Ponciana de Azevedo aveva tentato di avvertire con una lettera anonima dona Brigida sul fatto che Justo aveva varie amanti, ma Chico Mezza-Suola, sgherro al servizio del capitano, la avverte, puntandole il coltello, di non ficcare il naso negli affari altrui. Doris, già prima del matrimonio fragile costituzionalmente, rischiava di ammalarsi ai polmoni. Il dottor Davìd le aveva raccomandato di rimandare la cerimonia, ma dona Brigida non intendeva perdere la sua scommessa con la vita. Nove mesi dopo Doris dava alla luce una bambina, morendo di parto. Justo le usava ormai da tempo ogni violenza davanti agli occhi allibiti della suocera. Dopo la morte di Doris, Brigida si dedica alla nipotina, ormai l’unico bene che le rimanga, ma la sua mente è sempre più offuscata dal dolore dei ricordi troppo vivi delle sofferenze di Doris, della cui sorte si sente la principale artefice. Le sue notti sono di nuovo insonni, ma ora la donna va riflettendo non più sulla convenienza del matrimonio con Justo, ma su "fatti e accuse", sull’amara sorte di Doris, ridotta ad una larva, uccisa dentro e poi fuori dalla propria dabbenaggine e dalle ambizioni di sua madre. Il racconto torna quindi alla storia di Teresa, violentata da Justo, che arriva a bruciarle i piedi con un ferro da stiro arroventato, pur di spezzarla dentro, di renderla obbediente e sottomessa. Nessuno interviene in suo aiuto in una casa di schiavi. Per vari anni è l’amante ufficiale di Justo. Abbandonata da lui, entra nella casa di prostituzione di Lulù Santos e diventa la favorita del dottor Emiliano Guedes, padrone dello zuccherificio cittadino e già padre di figli sposati. Egli la tratta con dolcezza, ma la costringe all’aborto quando resta incinta. A casa di Emiliano, Teresa conosce Daniél, il suo primo vero amore, il primo a trattarla con gesti d’affetto, a regalarle una rosa. E, nella prima vera notte d’amore della sua vita, Teresa conosce l’abbandono di un affetto sincero. Qualche tempo dopo, Justo torna ad avere pretese su di lei e riprenderebbe il solito ferro arroventato se Teresa non lo uccidesse. Intanto scoppia il vaiolo, Teresa rischia la vita prodigandosi tra gli ammalati, specie tra le prostitute sue amiche. Sembra che la morte si voglia impossessare di lei, di "Teresa che ha vinto la paura", "Teresa favo di miele", la morte che dopo l’aborto non voluto sembra si porti dentro, ma il destino sta per concederle pace. Da giovane aveva amato Januario Gereba, da anni in prigione per debiti di gioco, ex pescatore di perle finito in malora, ma ecco che Janù torna, la brezza soffia leggera sul Golfo di Bahìa a notte alta. Teresa risuscita. Si confida con Janù: si sente dentro due colpe, ha ucciso un uomo e un bambino. Gereba le dice di "gettare la morte in mare", tra le onde i suoi incubi spariranno. Teresa gli chiede un figlio. Teresa Batista stanca di guerra è la favolosa e avvincente storia di una rinascita, in un mondo chiassoso e vivo, ricco di lingue e tradizioni, multietnico, ma pieno del dolore e della violenza che i conquistadores e la schiavitù negra hanno iniziato, che si traduce in guerriglia, fame, sincretismo religioso e pregiudizi della più bassa specie, in questo capolavoro della letteratura sudamericana, testimonianza di un ambiente ancora sotto certi aspetti immutato. Due storie di donne, quelle di Doris e Teresa, di sorte opposta: la prima si trascina dietro una scia di morte che sprofonderà dona Brigida nella follia, la seconda riesce a riscattarsi nell’amore e nella speranza di una nuova vita.


 

Gabriel García Márquez, Dell’amore e di altri demoni[1]

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Il romanzo è ambientato in Colombia, sul Golfo del Darién. Il 26 ottobre 1949 vengono eseguiti degli scavi sulle cripte funerarie dell’ex convento di Santa Chiara.  Un giornalista viene mandato sul luogo a ricavare qualche notizia riguardo alle eventuali scoperte. All’altezza della terza nicchia dell’altare maggiore si scopre una tomba con la lapide erosa dal salnitro. All’interno un mucchietto di ossa e una lunga chioma rossa attaccata agli ultimi resti di un cranio di ragazzina. Sulla lapide il nome: Sierva Maria de todos los Angeles. La chioma è lunga ventidue metri e undici centimetri. Il giornalista si ricorda allora che da bambino sua nonna gli raccontava la leggenda di una marchesina dodicenne, che si trascinava dietro una lunga chioma come un velo da sposa, morta di mal di rabbia in seguito al morso di un cane, venerata come santa in molti paesi dei Carabi, per i suoi molti miracoli. L’origine del libro è l’idea che la marchesina morta duecento anni prima fosse proprio Sierva Maria.  Márquez inizia così a raccontarne la straordinaria storia: Sierva Maria è l’unica figlia nata dal matrimonio del marchese di Casalduero, don Ygnacio de Alfaro y Dueñas, e di Bernarda Cabrera. Viene morsa la prima domenica di dicembre 1749 da un cane cenerognolo con una stella sulla fronte, mentre con la domestica negra si reca al mercato nel sobborgo di Getsemaní, attratta dallo schiamazzo del porto negriero, dove stavano mettendo all’asta un carico di schiavi provenienti dalla Guinea. La vita della bambina, fina dalla nascita, è concentrata nel cortile degli schiavi. Una di loro, Domina de Adviento, le fa da madre, Sierva Maria conosce diversi dialetti africani e le arti magiche, porta la chioma intrecciata intorno al capo, tre collane e vari portafortuna, si è ribattezzata Maria Mandinga, e con i bianchi non vuole avere a che fare, specie con i genitori, inesistenti, per i quali è poco più di un’ombra e ai quali è solita raccontare innumerevoli bugie. Il padre, nobile spagnolo, si accorge di avere una figlia solo quando ella rischia di ammalarsi di rabbia, la madre Bernarda neppure allora, anzi spera che quel fantasma che le gira intorno, ricordandole il marito che odia, sparisca per sempre. Bernarda non era nobile, era stata un’abile commerciante di schiavi e aveva fatto la sua fortuna finché il suo cervello non si era smarrito tra fiumi di cacao e melassa e fumi di droghe varie, quando aveva conosciuto il vero amore della sua vita: Judas Iscariote, schiavo gladiatore muscoloso e splendido di melassa. Era andata con lui a migliaia di feste, prima mascherata, poi con il suo vero nome, arrivando a pagarlo, pur sapendo che tante altre lo pagavano, purché non la lasciasse. Per molti anni era stata Dominga de Adviento ad amministrare casa Dueñas, ma alla sua morte i gestori di tutte le attività erano gli schiavi.

Il marchese seppe del morso della bambina alcune settimane dopo l’accaduto. Si recò allora dal dottor Abrenuncio, studioso illustre, negromante ed esperto di magia, ateo risaputo che si vantava di saper predire ad ognuno la data della morte, ex ebreo espulso dalla comunità, che lavorava allora all’ospedale di San Lázaro: il dottore lo avvertì che contro la rabbia non esistevano cure e la morte sarebbe stata atroce perché l’ammalato dilaniava il suo stesso corpo e gridava come un ossesso, c’era tuttavia una minima speranza che la bambina non avesse contratto il male, ma bisognava aspettare. Nel frattempo, Abrenuncio consigliava al marchese di dare alla piccola tutto l’amore possibile, perché “Non c’è medicina che guarisca quel che non guarisce la felicità”.  Il marchese intende allora rifarsi dall’incuria nella quale aveva sempre lasciato Sierva Maria, così, per prima cosa, decide di toglierla dal cortile degli schiavi e ordina di farla dormire nella cameretta che la nonna marchesa aveva preparato per la bambina prima di morire, col letto a baldacchino, la zanzariera contro i pipistrelli e  centinaia di bambole, ninnoli e boccette di profumo. Ma Maria non aveva alcuna voglia di abbandonare la vita tra gli schiavi. Così don Ygnacio andò a chiedere consiglio al vescovo che gli suggerì di far entrare la bambina per un po’ nel convento di Santa Chiara. Qui Sierva Maria, che parlava meglio in yoruba che in spagnolo, che trascinava dietro la lunga chioma, e che già cominciava a soffrire per il difficile rimarginarsi del morso, viene ritenuta indemoniata e portata nel padiglione delle sepolte vive. Il vescovo si occupa personalmente del suo caso e lo affida a padre Cayetano Delaura, esorcista di fama, biblista e teologo, studioso insigne che aspirava al ruolo di bibliotecario nella Biblioteca Vaticana, e che aveva allora trentasei anni.

Padre Cayetano, la notte prima di conoscere la bambina, la sogna mentre mangia un grappolo d’uva, i cui acini si riproducono appena mangiati, la piccola, nel sogno, è triste e guarda il mare da una finestra. Basta il sogno per ché Cayetano se ne innamori, senz’averla mai vista. Da uomo sensibile e accorto, in un mondo che spesso non mostra queste qualità, si rende subito conto che Sierva Maria non è indemoniata, è solo una ragazzina piena di vita ed esperta in lingue africane, che non sono una manifestazione del maligno. Cayetano è l’unico a starle vicino, a medicarle la piaga, ad acquistarne pian piano, unico tra i bianchi, la fiducia. La va a trovare prima come esorcista, poi di notte, come amante, in una storia d’amore straziante, tenerissima e di troppo breve durata, giocandosi definitivamente la carriera di bibliotecario, finendo a servire i lebbrosi all’ospedale dell’Amor de Dios, punito dal vescovo.

Ma una notte Martina Laborde, ex suora monacata a forza, condannata al carcere perpetuo per avere ucciso una consorella, spia Cayetano mentre entra nel convento, e scappa la notte seguente dalla stessa fessura sotterranea. Ma si dimentica di richiuderla per bene. In seguito all’accaduto la fessura viene murata e Sierva Maria resta definitivamente sola. “Sierva Maria non capì mai che cosa ne era stato ci Cayetano Delaura”, che si era sfracellato i pugni contro il muro, tentando di abbatterlo l’ultima notte che aveva tentato di entrare nella cella. Si era anche recato dal marchese, ma questi era troppo preso da Dulce Olivia, ex internata nel vicino manicomio della Divina Pastora, confinante col palazzo dei Dueñas, di cui era stato innamorato fin da giovane e che il padre gli aveva impedito di sposare.

Intanto Sierva Maria continua ad essere “curata” con metodi orrendi dalle suore: muore il 29 maggio 1750, di mal d’amore, perseguitata fino all’ultimo, ridotta ad uno scheletro, coi capelli rasati, il corpo coperto di piaghe. La guardiana che entra a prepararla per la sesta seduta di esorcismi la trova sul letto “con gli occhi raggianti e la pelle di una neonata”. “Le radici dei capelli le spuntavano come bolle sul cranio rasato, e le si vedeva crescere”. Prima di morire aveva fatto lo stesso sogno di Cayetano: i chicchi d’uva che si riproducevano appena mangiati, il sogno della rinascita.

Si conclude così questa storia avvincente, che trascina il lettore in un universo magico e straniato. Márquez è un medium della parola: dietro ogni espressione, come in tutte le sue storie, si trova la denuncia di un mondo senz’amore, marcato dagli orrori dell’Inquisizione e del Sant’ Uffizio, e che, come spesso accade, uccide l’innocente: la Colombia del Settecento, terra di smercio di schiavi sopravvissuti all’inferno delle navi negriere, colonia dell’albagia e dell’insofferenza spagnola, rimasuglio di un teatrino di appestati, fango e terreno fertile di questa straordinaria, innaturale passione.

 



[1] G. García Márquez, Del amor y otros demonios, Mondatori, 1994

 


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