editoriale - IL DISAGIO DELLA PROFESSIONALITA'

a cura di Francesco Carlo Morabito (*)


Pensiamo al passato. Ci incontravamo, con gli amici, in piazza e qualcuno di noi biascicava iperboli: si programmavano futuri molto più elementari di quelli che abbiamo poi vissuto. Il cicalino (o la fanfara) della email era un tamburo di bicicletta e ci si infervorava su quanto si potesse percorrere con un litro di miscela e a quale velocità. Il più ammirato di tutti noi aveva dimestichezza con i carburatori e le relative tecnologie, quello che diremmo l’hardware e il declamatore di versi per improbabili fanciulle platinate sviluppava codici magari software. Molte lune nuove ci hanno via via appesantito e sfibrato (molti di noi hanno vergogna della poesia, altri la ricordano con sarcasmo e si convincono dentro almeno della sua inutilità). Leggendo, nascosto al mondo, gli elementari if-then di Tex Willer mi accorgo del fatto che il linguaggio automatico si è appropriato, con violenza subdola, anche delle parole complici, e penso a quante sottolineature rosse avrebbe avuto un .doc di Eugenio Montale. E Arsenio discende. Gesù Bambino piange se fai clic sull’icona e qualcuno indugia sui passaporti falsi: ma se possiamo essere campionati, quantizzati e infilati mediante uno specchio lungo fili di vetro plastico e inviati dovunque! Si fatica a distinguere la gente dal colore della pelle, gli accenti non ci aiutano alla decodifica. Quando e qui, dice De Gregori. Il cristallo ordinato di silicio sbanda nei percorsi caotici del moplen. Gli ambiti disciplinari affrontati contromano ci impediscono di concludere entro la deadline il documento (e non abbiamo più il vecchio caro alibi delle Poste, dato che dovevamo chiudere via web). I cartoni animati traspirano tecnologia e perfezione, ci rifugiamo negli storici dove Topolino somigliava veramente a Amato, ma sono stati riletti e riscritti per rinforzarne il contrasto o sfumarne la semplicità rigorosa.

La piazza degli amici non c’è più, ma possiamo raggiungerli ovunque con aggressiva facilità: siamo sempre on o almeno in stand-by. La fantasia dei surrealisti è inscatolata in una pagina web e ognuno di noi può fregiarsi di una foto digitale corrotta da finti grossolani nei o migliorata in profondità con opportuni tocchi di mouse. La professionalità raggiunta nel preparare documenti o relazioni, nel coordinare camicia a cravatta, nel dedurre dalle premesse o nel condannare alla camera a gas comincia a affannarci. Colgo con stupore una macchia di biro su un foglio di carta riciclata e mi determino a osservarne la dilatazione: è come se mancasse la dimostrazione analitica, il modello matematico. Allora mi guardo intorno per controllare se qualcuno ha notato la distrazione, l’elemento implicito di debolezza. Ma il tempo passa e questo ritardo mi lascerà inquieto e la notte avrò ansia.

Almeno ai ragazzi che mi ascoltano posso parlare in libertà, salvo poi innovare con didattica su rete, spiegazioni via email, esercizi con soluzione proposta la settimana dopo. Devo solo riempire schede di auto-valutazione e sperare che i funzionari la trasmettano in tempo. Solo dopo farò le valutazioni incrociate per i colleghi e riempirò il modulo on-line mentre confronto le statistiche sulle presenze a lezione con le medie nazionali nell’ambito delle facoltà omogenee (l’obiettivo sono le best practices).

Il nostro futuro è qui, ci siamo arrivati. Il treno verde rimpiazza il viale alberato e se non respiriamo certo possiamo misurare il livello di CO. Faccio fatica a riempire di semantica gli avverbi. Sempre o mai? E’ uguale. Rinviare è d’obbligo, ma l’impegno successivo riduce la serenità del rispetto del precedente.

Non dite a nessuno che ho detto questo, perché potrebbe essere interpretato come un segno di "addiction" senza che io abbia mai consumato alcolici o droghe. Mi preoccupa alquanto recuperare quelli che abbiamo lasciato dietro, non tutti anziani o bambini, ma l’organizzazione prevede un corso di riqualificazione e il sindacato è impegnato su questo. Molti prospettano l’arrivo di un farmaco per l’aggiornamento continuo, una sorta di viagra dell’apprendimento che possa gonfiarci il cervello intensamente per brevi periodi (dispensato in opportuni momenti della giornata lavorativa accrescerebbe le nostre prestazioni impiegatizie oltre il limite di legge). Prescritto ai bambini potrebbe anticiparne l’adolescenza o addirittura indurre una precoce saggezza senile. A pochi anni si conoscerebbero le lingue (tre o quattro a seconda delle dosi) e il globo sarebbe invaso da ineguagliabile democrazia e libertà! Non più ragazzi brillanti e altri limitati, che s’impegnano ma non ce la fanno! Niente più chiari di luna per parlare non con la luna.

Una rapida occhiata al proiettore d’ora digitale mi consiglia di chiudere qui la comica: la mia bambina sta cercando un vestito per Carnevale e posso simulare l’esito della scelta sul mio portatile con un semplice gioco. Hanno cominciato a prendermi in giro perché uso troppo spesso la parola banale.

*) Francesco Carlo Morabito è docente presso la facoltà di Ingegneria di Reggio Calabria


HELIOS Magazine

HELIOSmagazine@diel.it