Cristo secondo Gibran

di Maria BARRECA


Kahlil Gibran nasce nel 1883 in Libano settentrionale, da famiglia maronita, e muore a New York nel 1931. Nel 1928 pubblica Gesù figlio dell'uomo, un ritratto a più voci sulla figura di Cristo, che emerge attraverso una serie di monologhi, di interviste immaginarie a chi lo ha conosciuto, incontrato, amato. All'uscita del libro, la critica ha cercato elementi di ortodossia o di contrasto col Nuovo Testamento. Le conclusioni sono state diverse e divergenti, ma è indubbio che differenze rispetto alla lettera del testo evangelico esistano, esaminandole sul piano della dottrina. Ma non è su questo piano che Gibran si mosse, egli agisce contro la teorizzazione del divino. Di Cristo viene accentuato il valore di uomo, Cristo è un'eco, l'eco che chiama ogni uomo alla piena realizzazione di sé, della sua dimensione più alta, nascosta in un velo di nebbia, la pienezza ed intensità dell'essere. Sfumati e diluiti in tutto il testo sono gli inviti alla tolleranza, al rispetto dell'uomo deriso e perseguitato: il regno di Dio è dentro dell'uomo, nel tempo dell'oggi e non nel divino e nel futuro. Di Cristo non si accerta la manipolazione, l'immagine soffocata dataci dalle correnti ufficiali, si esalta invece il vigore, la potenza, lo spirito guerriero, l'insofferenza alla passività: non è il Cristo mansueto dell'iconografia tradizionale, non è un Cristo sottomesso, non il "dolce signore con la barba", Cristo è un anelito, vivo e presente in ogni uomo. Le testimonianze cominciano con quella di Giacomo di Zebedeo, uno dei primi discepoli. Tra le pagine più belle quelle di Maria Maddalena e Matteo. Lei, prostituta d'alto bordo, amata dagli ufficiali romani, una donna "che aveva divorziato dall'anima"; salutata dal Cristo, lo invita ad entrare nella sua casa. Cristo le risponde: "Tu hai molti amanti, ma io solo ti amo. Gli altri, quando ti sono vicini, amano se stessi: io amo te in te ....... Solo io amo in te l'invisibile... Tutti gli uomini ti amano per loro stessi. E' per te che io ti amo". La donna conclude: "Non lo sapevo allora, ma quel giorno il tramonto dei suoi occhi uccise in me il drago, e divenni una donna, il divenni Miriam, Miriam di Mijdel. La pagina intitolata Marco ci presenta invece le Beatitudini, in una chiave diversa, più comprensibile e più umana:

"Beati coloro che sono sereni in spirito.

Beati coloro che non sono posseduti da ricchezze, perché saranno liberi.

Beati coloro che conservano memoria del dolore, e nel dolore attendono la gioia.

Beati coloro che hanno fame di verità e di bellezza, perché la loro fame porterà pane, e acqua di fonte la loro sete.

Beati i benevoli, perché saranno consolati dalla loro benevolenza. Beati i puri di cuore, perché saranno una cosa sola con Dio.

Beati i misericordiosi, perché avranno in sorte la misericordia.

Beati coloro che operano per la pace, perché il loro spirito vivrà al di sopra della battaglia, e trasformeranno il campo del vasaio in un giardino.

Beati coloro che sono inseguiti, pérché avranno ali e il loro piede sarà veloce.

Vi è stato detto: l'assassino sarà passato a fil di spada, il ladro sarà crocifisso, la prostituta sarà lapidata. Ma io vi dico che non siete innocenti delle colpe commesse dall'assassino, dal ladro e dalla prostituta, e quando questi vengono puniti nel corpo, è il vostro spirito che si oscura. In verità nessun crimine è commesso da un solo uomo o da una sola donna. Tutti i crimini vengono commessi da tutti. E quello che sconta la pena forse spezza un anello della catena che stringe la vostra caviglia. Forse lui sta pagando col dolore il prezzo di un vostro momento di gioia.

E ancora, Giuseppe d'Arimatea: "Mi parlava di campi e di pascoli verdi, parlava della rosa selvatica che ride al sole e che effonde il suo incenso quando alita il vento. E diceva: "Il giglio e la rosa non vivono che un giorno, eppure quel giorno è un'eternità se lo si trascorre liberi"''.

Andrea ci presenta il quadro di Gesù di fronte alla donna sorpresa in adulterio, Gesù le avrebbe rivolto queste parole: "Tu hai troppo amato. Quelli che ti hanno condotta qui hanno amato troppo poco. Ti hanno portata da me per ..... Ma se vuoi essere saggia, come sei piena d'amore, vieni a me: non ti giudicherà il Figlio dell'Uomo". Aggiunge Andrea: "E mi chiesi, allora, se le parlasse così perché neppure lui era senza colpa. Ma da quel giorno ho riflettuto a lungo, e ora so: solamente chi è puro di cuore perdona la sete che conduce alle acque morte. E solo chi si regge ben saldo sulle gambe può porgere la mano a chi inciampa.

Pietro ci parla del prossimo:" il tuo prossimo è l'altra parte di te, quella dietro il muro. Nella comprensione, tutte le mura crolleranno. Forse il prossimo tuo è la tua parte migliore, rivestita di un altro corpo. Vedi dunque di amarlo come ameresti te stesso".

E c'è Susannah di Nazareth, la vicina di Maria, che consola la donna dopo la morte del figlio, e che a sua volta ne è consolata quando suo figlio si imbarca da marinaio. Di lei narra:" Si fermava presso la finestra e guardava a Oriente… Piangevamo noi, perché conoscevamo la sorte di suo figlio; e Maria non piangeva, perché anche lei sapeva cosa gli sarebbe accaduto. Bronzo le sue ossa, legno d'olmo secolare le sue fibre, e i suoi occhi erano come il cielo, immensi e indomabili. Hai udito cantare il tordo mentre il suo nido brucia nel vento? Hai mai veduto una donna la cui sofferenza è troppo grande per le lacrime, un cuore ferito che vuole innalzarsi al di là del dolore?... Quando giungemmo sulla collina, lo sollevarono sulla croce. E guardai Maria. E non era, il suo, un viso di donna in lutto. Era il volto della terra feconda, che ogni giorno genera figli e ogni giorno li seppellisce. Tutto questo accadeva in primavera. Ora siamo in autunno. E Maria, la madre di Gesù, è ritornata nel luogo dove abitava, e vive sola. Due sabati fa', ecco il mio cuore farsi di pietra: mio figlio mi lasciava, andava a imbarcarsi a Tiro. Voleva diventare marinaio... E una sera un recai da Maria..Mi disse: "Anche mio figlio è un uomo di mare.Perché non dovresti affidare alle onde tuo figlio, se io ho lasciato andare il mio? Una donna sarà sempre un grembo e una culla, mai un sepolcro. Noi andiamo incontro alla morte per donare vita alla vita, e le nostre dita filano un abito che mai indosseremo. E gettiamo la rete per prendere pesci che non gusteremo. E per questo proviamo dolore, ma è in questo la nostra gioia".

Di Giuda, 'Uomo di dolore", di parla un uomo che abitava fuori di Gerusalemme:" Giuda venne alla mia casa quel venerdì, vigilia di Pasqua; picchiò alla mia porta con forza. Quando entrò lo guardai: aveva il viso terreo e le mani gli tremavano come fuscelli al vento; bagnati, i vestiti, come se fosse appena uscito da un fiume: infuriava una grande tempesta quella sera. Mi guardò, e nelle orbite gli occhi erano iniettati di sangue. E disse:"Ho consegnato Gesù di Nazareth ai nemici suoi e miei.. ma scoprii che non era un regno quello che Gesù cercava, e non era dai romani che voleva liberarci. il suo regno non era null'altro che il regno del cuore. L'avevo amato, come l'avevano amato altri della mia tribù, avevo visto in lui la speranza di un riscatto… ma quando non volle muovere un dito, dissi"Chi mette a morte le mie speranze sarà messo a morte, perché le mie attese sono superiori alla vita di chiunque.. E' stato crocifisso oggi... eppure là, sulla croce, è morto da re..." Così parlò Giuda. Tre giorni dopo mi recai a Gerusalemme, ed ebbi notizia di tutto quello che era accaduto. E seppi anche che Giuda si era gettato dalla sommità della Rocca Alta. Ho riflettuto a lungo da quel giorno: comprendo Giuda, concluse la sua breve vita sospesa come un velo di nebbia, desiderava un regno dove tutti gli uomini sarebbero stati dei re".

E Barabba: "Liberarono me e scelsero lui. Fu la sua elevazione e la mia caduta....... Ora lo so; quelli che lo misero a morte mi fecero la grazia di un tormento senza fine. Non durò più di un'ora la mia crocifissione. Io invece sarò crocifisso fino alla fine dei miei anni".

E un uomo che viene chi Libano, diciannove secoli dopo eleva a Cristo la sua preghiera, ancora una volta, prega per tutti, ricorda tutti nella loro umanità sofferente e viva, chiede come ultima grazia la pace del perdono: " Maestro, maestro dei cantici, maestro i parole mai dette... sono ancora al nostro fianco i tuoi amici. E' ancora qui tua madre; ho visto splendere il suo volto nel volto di tutte le madri; dondolavano culle al tocco gentile della sua mano, che piega lenzuoli funebri con tenerezza.. .E' ancora tra noi Maria Maddalena, colei che accostò le labbra all'aceto prima che al vino dell'esistenza. E Giuda, uomo di dolore, uomo di ambizioni meschine, anche lui percorre la terra; è ancora preda di se stesso quando la sua fame non trova altro, cerca il suo io, quello grande, distruggendo se stesso.... Ed ecco la donna che fu sorpresa in adulterio, si aggira ancora nelle nostre città, affamata di pane da cuocere, e abita sola in una casa vuota. Ed è qui anche Ponzio Pilato: ti è ancora di fronte in timore e reverenza, ancora ti interroga, ma non osa mettere in gioco se stesso o provocare un popolo straniero; ecco che ancora si lava le mani. E ancora Roma sorregge la brocca e Gerusalemme il bacile.. Re, così ti chiamano. E ambiscono a far parte della tua corte. Ti dicono il Messia, e anche loro vorrebbero essere unti con il sacro olio. Sì, vorrebbero vivere della tua vita..... Maestro, maestro di luce, i tuoi occhi sulle dita dei ciechi, che sfiorano cercando; ma tu sei ancora disprezzato e irriso, uomo troppo debole per essere Dio, Dio troppo umano per suscitare adorazione. E i loro riti e i loro inni, il rosario, il sacramento:tutto per il loro io prigioniero. Tu sei il loro io lontano, il loro grido remoto, e la loro passione... poeta, poeta dei cantici, possa il nostro Dio benedire il tuo nome, e il grembo che ti ha custodito, e il seno che ti ha allattato. E possa Dio concedere il perdono a ognuno di noi".

Cinque anni prima di Gesù figlio dell’uomo, nel 1923, Gibran pubblicava il Profeta. Dice di esso:"Credo di non essere rimasto mai senza sentire il Profeta dentro di me, fin dal primo momento in cui ho concepito il libro, laggiù sui monti del Libano. Mi pare che esso sia diventato così una parte di me stesso".

Il profeta è Almustafà, il "prediletto", che, prima di tornare alla sua isola nativa, parla alla gente di Orfalese in risposta alle sue richieste incalzanti, pronuncia i suoi discorsi intorno al "segreto più profondo", sull’Amore, la Gioia, la Conoscenza, il Bene e il Male, la Bellezza, la Morte. Il tema che è portante, quello intorno a cui tutto il discorso si incentra, è l’amore:"Quando l’amore vi comanda, seguitelo, anche se le sue vie sono dure e scoscese. E quando le sue ali vi abbracciano, arrendetevi a lui, anche se la lama, nascosta tra le sue piume, vi potrà ferire… Perché l’amore, come vi incorona, così vi mette in croce. E come vi fa crescere, così vi coinvolgerà allo stesso modo…Ma se per paura cercherete nell’amore soltanto la quiete e il piacere, allora meglio per voi che copriate la vostra nudità e che lasciate l’aia dell’amore, per il mondo senza stagioni dove riderete, ma non tutto il vostro riso, e piangerete, ma non tutto il vostro pianto… L’amore non dà altro che se stesso e non prende niente se non da sé, non possiede né vuol essere posseduto, perché l’amore basta all’amore…" Del matrimonio dice:" Amatevi l’un l’altro, ma non fatene una prigione, dell’amore: e ci sia piuttosto un mare mosso tra le rive delle vostre anime. Riempitevi a vicenda i bicchieri, ma non bevete mai da uno solo…" E dei figli": I vostri figli non sono vostri. Sono figli e figlie del desiderio che la vita ha di se stessa. Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi. Potete dare loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri, perché essi hanno i loro, di pensieri…potrete cercare di essere simili a loro, ma non potrete farli simili a voi…". E della sofferenza:" La vostra sofferenza è il rompersi del guscio che chiude la vostra conoscenza. Come il nocciolo del frutto deve rompersi perché il suo cuore possa esporsi al sole, così voi dovete conoscere il dolore…Gran parte del vostro dolore l’avete scelto voi. E’ la pozione amara con cui il medico che è in voi guarisce il vostro male. Perciò dategli retta, e bevete il suo rimedio, tranquilli e fiduciosi: perché la sua mano, benché pesante e dura, è retta dalla tenera mano dell’Invisibile, e la coppa che vi porge, anche se brucia le vostre labbra, è stata fatta con la creta che il Vasaio ha inumidito con le sue sacre lacrime". E sull’anima:" L’io è un mare immenso e sconfinato…Non dite: "Ho trovato la verità", ma piuttosto: "Ho trovato una verità". Non dite: "Ho trovato la via dell’anima", ma piuttosto:"Ho incontrato l’anima sul mio sentiero" perché l’anima cammina su ogni strada. L’anima non segue una linea retta, e neppure cresce dritta come una canna. L’anima si chiude come un fiore di loto dai mille petali". E della morte:" Voi vorreste conoscere il segreto della morte. Ma come potreste mai scoprirlo, se non cercandolo nel cuore della vita? Il gufo, i cui occhi notturni sono ciechi al giorno, non può svelare il mistero della luce. Se davvero volete conoscere lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore al corpo della vita. Perché la vita e la morte sono una cosa sola, così come una cosa sola sono il fiume e il mare".

Ma viene il momento dell’addio, Almustafà deve far ritorno all’isola natia. Così saluta la gente di Orfalese: " Gente di Orfalese, il vento mi ordina di lasciarvi…Vi ho conosciuto nella gioia e nel dolore, e nel sonno i vostri sogni erano i miei sogni…Ma qualcosa di più dolce del sorriso e più grande di ogni desiderio è giunto a me. E’ l’infinito che è in voi…Gente di Orfalese, addio. Questo giorno è alla fine. Si sta chiudendo come un giglio d’acqua sul suo domani… Come si può essere vicini, se non si è lontani? …Non scordatevi che tornerò tra voi. Poco ancora, e la mia assenza raccoglierà polvere e saliva per un altro corpo. Poco ancora, un attimo di calma nel vento, e un’altra donna mi partorirà…".

 

Il volto di Cristo-uomo compare anche in Mario Luzi, poeta del Novecento, nelle sue Meditazioni sulla Via Crucis, che l’autore compone nel ’99 per accompagnare la processione del Venerdì Santo che il Papa compie al Colosseo. Il poeta si cala nell’animo di Cristo e rivive dall’interno i vari momenti della Passione in un linguaggio semplice e nudo, adatto alla tragicità dell’attimo. Cristo non ha paura di morire, perché teme il dolore, ma perché abbandonare la terra lo addolora: in fondo si è legato alla vita di quaggiù. Si sente in colpa: sa che il padre vuole da lui questo sacrificio, e per questo è in pena. Solo alla fine riesce ad interiorizzare ogni ricordo, a farlo suo nel cuore per sempre, e si incoraggia: il pensiero del padre gli fa capire che nulla è perduto, che dopo la morte verrà la totale comunione con Lui, in un’esistenza senza fine.

 

" Forse, Padre mio, mi sono affezionato alla terra più del giusto.

E’ bella e terribile la terra.

Io ci sono nato quasi di nascosto,

ci sono cresciuto e fatto adulto

in un suo angolo quieto

tra gente povera, amabile e esecrabile.

Mi sono affezionato alle sue strade

Mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,

le vigne, persino i deserti.

E’ solo una stazione per il figlio Tuo la terra

Ma ora mi addolora lasciarla

E perfino questi uomini e le loro occupazioni

Le loro case e i loro ricoveri

Mi dà pena doverli abbandonare.

Il cuore umano è pieno di contraddizioni

Ma neppure per un istante mi sono allontanato da Te.

Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi

O avessi dimenticato di essere stato.

La vita sulla terra è dolorosa,

ma anche gioiosa: mi sovvengono

i piccoli dell’uomo, li alberi, gli animali.

Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario.

Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.

Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?

Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?

La nostalgia di te è stata continua e forte,

tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna".

 

 


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