SINISTRA: USCIRE DAI SALOTTI

Di Pino Rotta


Un’epoca di nostalgie, questa che stiamo vivendo. Questo transito tra due epoche e due espressioni culturali, dietro la modernità davanti la nosologia (il pensiero tecnologizzato), in mezzo stiamo noi con la nostra incapacità di leggere la mappa che porta al futuro, carichi di ansie, di paure e, per questo, di nostalgia. Nostalgia di un passato (immaginario!) bucolico, con gli uccellini che cantavano sugli alberi, i poeti che declamano sui gradini delle piazze, attorniati di gente che adagiata mollemente, rilassata pluadiva i nobili sentimenti, mentre più in là, nelle aie, i contadini danzavano le tarantelle al suono di tamburelli ed organetti. Il tutto con un ritmo lento, soffice, ambrato.

Ma la realtà spezza violenta queste idilliache rimembranze. Il ritmo vertiginoso della vita quotidiana che ci passa davanti agli occhi in rapide immagini televisive ci impone di guardare ad un mondo che si trasforma velocemente, cancellando la storia, riducendola a cronaca. Gli eventi che hanno trasformato (e continuano a trasformare il mondo) contemporaneo sono vissuti con una passività immobile. Come se ciò che accade, come se i cento anni passati da pochi giorni fossero un male ineluttabile e non semplicemente il susseguirsi coerente di fatti della nostra storia.

Una storia in cui, ieri come oggi, lo spazio per la nostalgia è uno spazio borghese, conservatore di un mondo che si vorrebbe immobile, ordinato e controllabile. La vita dei più invece, ieri come oggi, è vita di lavoro, di ricerca di forme di sussistenza più o meno agiata, il più delle volte di monotono susseguirsi di giorni che ci vivono addosso. Ritmi scanditi dall’organizzazione produttiva che ieri, in campagna o nelle fabbriche, era fatta di fatica e miseria e oggi, nel lavoro che sta cambiando, è fatta di giorni passati dietro una sterile scrivania, un registratore di cassa, un computer ma ancora dietro le macchine, che sempre più velocemente, producono oggetti della nostra industria. Un lavoro che spesso non c’è e, proprio perché cambia, è fatto soprattutto per i giovani (ma non solo!) di ricerca sempre più disorientata e disillusa.

In questa "terra di nessuno" che è il nostro tempo non siamo più moderni ma non siamo ancora tecnologici, o meglio siamo un poco l’uno e un poco l’altro, senza però averlo scelto, spesso senza consapevolezza. E’ un fatto, non è nè un bene nè un male, la storia si può tentare di indirizzarla ma non si può programmarla. I cambiamenti si possono studiare, accettarli o rifiutarli ma quando lo facciamo essi sono già storia. Davanti ad una storia che è carica di cambiamenti sempre più rapidi, come quella dei nostri ultimi cento anni, cediamo alle tentazioni della nostalgia. Allora diventa una moda organizzare mostre, convegni, spettacoli sulle nostre "radici", su quello che abbiamo studiato a scuola, su quello che si dovrebbe studiare a scuola, accanto all’informatica, alla scienza ed alla filosofia. A scuola si forma la nostra consapevolezza, la coscienza di essere uomini dei nostri tempi. Invece la scuola è inadeguata ad affrontare questo passaggio epocale e contribuisce a formare persone con la coscienza "esplosa" frantumata, un poco tecnici, un poco umanisti, un poco enciclopedici, ma alla fine disarmati davanti alla realtà che cambia sotto i nostri occhi. Una coscienza che non è fatta di "uso della tecnologia" ma di consapevolezza che quella tecnologia siamo noi, la nostra storia, la nostra filosofia, la nostra scienza.

I ragazzi si accorgono, come sempre, per primi di questa inadeguatezza del sistema e, giustamente, protestano ma le scelte non sono loro a farle. I giovani, che non hanno un ruolo nel sistema produttivo, non hanno alcun potere di scelta. Questo potere è in mano alla politica. E la politica, se per grandi linee, ha imboccato le scelte giuste per un cambiamento strutturale del sistema scolastico, non riesce a governare il cambiamento della società perché le grandi scelte strutturali si fanno a livello nazionale ma il governo della società o è di massa e quindi gestito nei sistemi di governo locale o non riesce a tenere il passo con le sfide del futuro. Questo avviene in Italia, ma non solo in Italia (magra consolazione!), i governi nazionali sono in genere più consapevoli delle scelte necessarie per il futuro, per il progresso, mentre sul resto del territorio si assiste ad una politica "fai da te" senza un progetto consapevole del tipo di società che certe scelte producono. Il risultato è la frammentazione delle aree di sviluppo, ma è soprattutto la divaricazione dei ceti sociali e la rinascita delle classi sociali (quelle non rispondono ai desideri di pochi ma sono il risultato delle scelte sui sistemi di produzione economica e della distribuzione della ricchezza e, oggi più di ieri, della conoscenza); nasce il nuovo "proletariato del terzo millennio" che vive in condizioni generali di assistenza più efficace rispetto al passato ma è paradossalmente più povero che nel passato. Il proletariato industriale aveva una sola ricchezza che erano i figli, la prole appunto, quello dei nostri giorni non ha neanche questa. E non solo perché di figli se ne fanno di meno ma perché i figli non sono (e non possono più essere, non ci facciamo false illusioni!) la continuità storica e pedagogica dei padri in senso lineare come era nel passato. Oggi i giovani hanno molti padri e molte madri che gli insegnano a vivere la vita quotidiana. Dai padri e dalle madri naturali imparano troppo spesso ad avere un atteggiamento nostalgico (e depresso!) nei confronti della vita. Da quelli mediatici imparano la realtà come solo in pochi possono permettersela. Quando e chi comincerà a disegnare una realtà in movimento non svincolata dalla vita reale ma, al contrario, viva perché tutti noi la viviamo e cambiamo con essa?


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