L’ambiguità lessicale del linguaggio dell’Edipo (1)
di Maria Barreca
Nessun genere letterario dell’antichità utilizza in misura ampia quanto la tragedia le espressioni a doppio senso, ma l’opera tragica più toccata da quest’ambiguità sembra essere l’Edipo Re di Sofocle.
Aristotele definisce tale ambiguità lessicale homonymìa, resa possibile dalle oscillazioni e contraddizioni della lingua. In bocca ai diversi personaggi le stesse parole acquistano valori semantici opposti, nella lingua religiosa, giuridica, politica. Basti pensare al valore del termine nòmos nell’Antigone, che per la protagonista designa il contrario di ciò che esso rappresenta per Creonte, per lei "norma religiosa", per lui "diritto di stato".
Ciascun eroe, chiuso nell’universo che gli è proprio, dà al termine un solo senso. Presto, nel corso dell’azione, le parole dell’eroe saranno smentite e l’ironia tragica consisterà nel mostrare come la parola si ritorca contro il protagonista, arrecandogli l’amara esperienza del significato che egli si era ostinato a non riconoscere.
Anche l’Agamennone di Eschilo fornisce esempi di ambiguità tragica: in questo caso si tratta di sottintesi utilizzati in modo cosciente dal personaggio per dissimulare dentro il primo discorso un secondo discorso il cui significato sembra essere impercettibile. Clitemnestra, accogliendo Agamennone sulla soglia del palazzo, utilizza questo linguaggio in chiave doppia. La regina ricorda le angosce che ha conosciuto in assenza del marito e dichiara che se Agamennone avesse ricevuto altrettante ferite "il suo corpo avrebbe più piaghe di una rete a maglie" (868): queste parole suonano piacevolmente all’orecchio dello sposo come pegno di amore e fedeltà coniugale; ma la formula è di un’ironia sinistra: il re morirà infatti preso nelle reti di morte. Il messaggio equivoco suscita nel coro un’oscura minaccia. L’ambiguità non indica solo un conflitto di valori, ma la doppiezza quasi demonica di un personaggio. Le stesse parole impigliano Agamennone nella trappola, mascherando il pericolo, e proclamano di fronte al mondo il crimine che sta per essere realizzato. Clitemnestra, parlando della morte del re, la rende profetica e inevitabile. Ciò che Agamennone non intende è la verità di quanto viene detto. La regina parla anche del "rosso tappeto", "eimàton bafàs", "il cammino di porpora", ma anche "di sangue", che attende l’eroe.
Nell’ Edipo ricorre invece un tipo di ambiguità diverso: non si tratta più di opposizione di valori o di doppiezza del personaggio. Nel dramma di cui è vittima, Edipo conduce il gioco da solo, nella sua ricerca appassionata e severa di un colpevole, che alla fine scopre essere se stesso. Tiresia, Giocasta, altri tentano di fermarlo, ma invano. Edipo non è un uomo dalle mezze misure, non si adatta ai compromessi, va fino in fondo, e alla fine del percorso scopre che proprio lui che pensava di condurre il gioco è quello che è stato giocato. L’equivoco nelle sue parole corrisponde allo statuto di ambiguità che gli viene conferito nel dramma, sul quale è costituita la tragedia. L’essere di Edipo è contrassegnato dalla dualità: egli è duplice e costituisce anche per se stesso un enigma di cui non indovinerà il senso se non scoprendosi il contrario di tutto ciò che credeva di essere. Il solo a capire questa dualità è il vate Tiresia: le parole di Edipo sono dettate dagli dei. Quello che egli dice senza volere e senza capire costituisce la sola verità autentica delle sue parole: il linguaggio di Edipo è a dimensione doppia e rovesciata, come il linguaggio degli dei espresso dall’oracolo. All’inizio i due significati del linguaggio di Edipo sono scissi l’uno dall’altro; solo alla fine del dramma, quando tutto è ormai chiaro, il discorso umano si rovescia trasformandosi nel suo contrario; è allora che i due discorsi si riuniscono identificandosi: l’enigma è risolto.
Nella storia dell’anfibologia nella favola tragica, Edipo è una figura esemplare: Aristotele ricorda come gli elementi caratteristici del tragico sono, oltre al "patetico", l’agnizione e la peripezia, in Edipo questi due elementi coincidono: l’agnizione, il riconoscimento finale che Edipo opera, non ha effetto su altri che su Edipo. In apertura del dramma il re Edipo, salvatore di Tebe, posto dal popolo alla testa della città e venerato come un dio, si pone il problema: chi ha ucciso Laio? Al termine dell’inchiesta il giustiziere si scopre lui stesso assassino, riconosce la propria identità. Il re dichiara fieramente a v.132: "Egò fanò", "io metterò in luce, io scoprirò", scoprirà il criminale, ma anche: scoprirà se stesso criminale. Edipo è il doppio: dall’inizio alla fine egli resta se stesso, uomo di coraggio, di azione e di decisione, dall’intelligenza che conquista, senza fallo morale. Ma lui che è straniero, di Corinto, alla fine scopre di essere nativo di Tebe, lui che sa decifrare ogni enigma alla fine decifra se stesso, lui che è il giustiziere diventa il criminale, il chiaroveggente, un cieco, il salvatore della città la sua rovina: il primo tra gli uomini per mente, ricchezze, onori, diventa miasma, macchia, oggetto d’orrore per tutti, mendico, cieco moralmente e fisicamente. A verso 31 Edipo era stato definito "Isoùmenos theòisi": ma chi è "uguale agli dei" coincide con una potenza che va al di là dell’umano, che coincide con il nulla, " isos to medén" (v. 1187), Edipo è un niente, lui che disprezzava Tiresia perché cieco, ora è "spaventoso a guardarsi", si acceca le pupille perché gli è impossibile sostenere lo sguardo di qualunque essere umano, si mura in una solitudine che lo isola dai viventi.
L’azione si capovolge, è chiara allora l’ambiguità del linguaggio perché attraverso essa parlano gli dei, agli occhi dei quali il più basso è chi più si è innalzato, il più felice colui che tocca il fondo della sventura. Canta il Coro, a v.1189: "Col tuo destino, sventurato Edipo, non stimo felice nessuna vita degli umani".
Ma qual è la colpa di Edipo? Nessuna. Ha amato con tenerezza filiale Merope e Polibo, coloro che crede i suoi veri genitori, ha ucciso Laio per legittima difesa contro un estraneo che l’ha colpito per primo, ha sposato Giocasta perché glielo ha chiesto la città, per accedere al trono: non ha fatto nulla, né col corpo, né con gli atti. E’ innocente dal punto di vista del diritto umano, ma colpevole di fronte agli dei del più terribile oltraggio all’ordine della vita umana, si è nutrito della propria carne, versando il sangue paterno, unendosi a quello materno. Per questo è estromesso dal legame sociale, è àpolis, fuori dall’umanità, respinto, escluso. Non è più uomo, la sua natura coincide con la belva feroce e col dio, con tutto ciò che non è uomo, è zetòn e zetoùmenos, colui che cerca, e colui che è cercato, la domanda e la risposta, il medico e la malattia.
Anche il suo nome si presta a duplice interpretazione: Oidìpous, l’uomo dai piedi gonfi, perché bambino maledetto, ripudiato dai genitori, condannato da loro a morire, esposto, rifiutato, ma Oidìpous ha d’altro canto la medesima radice di oìda, "sapere", Edipo è l’uomo che sa, ovvero che crede di sapere, paradigma dell’uomo ambiguo, dell’essere tragico.
All’ inizio della tragedia Edipo è una figura maestosa, gli antichi scoliasti notavano che i supplici si presentavano alle porte della casa regale come agli altari di un dio. Ma ora la situazione sembra rivoltarsi: si sa che Edipo è il probabile assassino di Laio, ma ecco arrivare un messo da Corinto; egli annuncia che Edipo non è figlio di coloro che crede suoi genitori, ma un trovatello che il messo stesso ha raccolto sul Citerone. La regina allora si rivolge a lui: "Sventurato, possa tu non sapere mai chi sei!", ma Edipo fraintende, e si proclama proprio nel momento culmine della tragedia "figlio della Tyche", della Fortuna, egli, un trovatello diventato re, lui che da "piccolo" è diventato "grande", potente signore di Tebe, ma ecco il rovesciamento: Edipo in realtà – come Tiresia gli aveva detto (v. 442) della Fortuna è solo la vittima, l’essere più piccolo, uguale al dio e uguale al nulla. La sua vita è una spirale: umiliato alla nascita dall’esposizione e dal rifiuto, risorto come signore della sua città, abbassato come l’essere più abietto.
Edipo è homo piaculiaris, capro espiatorio, scacciarlo serve ad allontanare la macchia che grava sulla città, il loimòs infatti pesa su Tebe con un isterilimento delle fonti della fecondità: la terra, gli armenti, le donne non procreano più, mentre la pestilenza decima i viventi. Fozio, nella Biblioteca, cita Elladio di Bisanzio: "E’ usanza ad Atene portare in processione due pharmakoì in vista della purificazione, uno per gli uomini, l’altro per le donne…". I pharmakoì citati erano uomini e donne, nudi, ornati di collane di fichi secchi (neri per gli uomini, bianchi per le donne), costretti a camminare per la città colpiti sul sesso con bulbi di piante selvatiche, e infine espulsi, o peggio lapidati, i loro cadaveri bruciati e le ceneri sparse nel fiume. I pharmakoì erano scelti tra i kakourgoi, la parte infima della popolazione, coloro che si erano macchiati di misfatti o che svolgevano lavori considerati vili e ripugnanti, visti come phaùloi, esseri inferiori, degradati, rifiutati dalla società. Le processioni di pharmakoì avvenivano in particolare durante le Targhelie, feste di aprile-maggio in onore di Apollo e Artemide. Elemento centrale della festa era portare l’ eiresiòne, ramoscello di ulivo e di alloro ornato di lana e frutta, dolci, piccole fiale di olio e vino, detto anche "albero di maggio". I ragazzi portavano questi rami in giro deponendoli sulla soglia del tempio di Apollo o appendendoli alle porte delle case pròs apotropèn limoù, per allontanare la carestia.
Il rito ha valore di rinascita primaverile, la processione infatti, consacra la fine della vecchia stagione e inaugura l’anno nuovo propiziando attraverso il dono l’abbondanza e la salute.
Sono proprio questi ramoscelli incoronati di lana che i giovani tebani portano in processione all’aprirsi del dramma, deponendoli davanti all’altare di Apollo affinché egli spenga il loimòs, la pestilenza che ha colpito la città.
Nella Politica Aristotele spiega che l’uomo è per natura un animale politico: colui che è polis è dunque per natura un essere degradato, ma nello stesso tempo è kreìtton, al di sopra degli altri esseri umani, Aristotele chiama un uomo così (1253 a 2-7) "pedina isolata nel gioco della dama", therìon o theòs, bestia bruta o dio. E’ questo lo statuto di Edipo, nel suo aspetto doppio e contraddittorio, eroe più potente dell’uomo e bestia ricacciata nella solitudine: rendendosi colpevole egli ha mescolato le carte dei rapporti umani: è fuori gioco; col parricidio si pone al posto del padre, con l’incesto confonde madre e sposa, è il fratello dei suoi figli, homòsporos (v. 1209), seminatore del suo stesso seme. Edipo si rivela alla fine della tragedia identico all’essere mostruoso della Sfinge, di cui prima decifrava gli enigmi, tyrannos e pharmakòs al tempo stesso, in lui si confondono le frontiere tra l’aldilà e l’aldiqua.
Edipo è l’uomo che ha sfidato gli dei, che ha condotto fino in fondo l’inchiesta su ciò che è, scoprendosi enigmatico, oscillante, senza consistenza, senza appiglio, la sua vera grandezza consiste nell’accettare di essere una domanda aperta, senza risposta, una continua interrogazione, un enigma, che è lo stesso enigma dell’esistenza umana.
Alla fine della tragedia l’illusione crolla: Edipo è malato, cieco, solo, ma al di là della colpa e dell’innocenza; reprobo ed eletto al tempo stesso, porta in sé il mistero pesante della predestinazione. Arrivato a Colono, piacevole sobborgo di Atene dove Sofocle aveva trascorso l’infanzia, il suo dramma finisce, la sua adsuefactio mortis ora si trasforma in morte vera, il vecchio re scompare, ma del suo corpo non si hanno tracce: gli dei hanno voluto premiarlo, prenderlo tra loro, ricompensarlo della sofferenza. La sua esistenza si chiude tra i cori degli uccelli nel boschetto di Colono.
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