LA BELGRADO DI OTPOR - intervista con Ivan Marovic e Milan Samardzic

di Giuseppe Baldessarro


Bergrado dopo Milosevic non ha ancora finito di scrivere la storia dei suoi ultimi anni. Una storia complessa, tra luci e ombre. Poco chiara negli snodi fondamentali che hanno portato all'elezione di Kustunica e, soprattutto, alla ribalta di Djindjic, considerato vero e proprio deus ex machina della politica serba.

Tre anni importanti: dall'opposizione a Milosevic alla sua caduta, dall'embargo alla svendita di tutte le più importanti industrie pubbliche, fino all'ultimo atto: la consegna del presidente del Pss (Partito socialista serbo) al tribunale dell'Aja, in attesa di aiuti internazionali.

Storia complessa dicevamo, di cui gli stessi protagonisti hanno raccontato parlando il linguaggio dell'ambiguità, della contraddizione e, spesso, filtrando le informazioni in maniera scientifica.

Protagonisti come lo è stato Otpor, il movimento studentesco delle manifestazioni di piazza contro Milosevic. Volti giovani, attori di una delle stagioni più chiacchierate della storia dei Balcani. Un'organizzazione di cui si è detto tutto e il contrario di tutto, contribuendo alla scomparsa delle poche verità in un mare di parole fondate spesso sul nulla.

D'altra parte, gli stessi vertici di Otpor, hanno sempre evitato di assumere posizioni pubbliche univoche. Troppo rischioso per la vita del movimento stesso e troppo rischioso in un momento in cui l'organizzazione era all'apice della sua notorietà grazie anche a quell'alone di mistero che lo circondava.

Ora però le condizioni politiche sono cambiate. Con Milosevic fuori gioco e un progetto chiaro i "ragazzi maleducati" (come loro stessi si definiscono) accettano di parlare del loro passato e soprattutto del loro futuro.

L'appuntamento con Ivan Marovic e Milan Samardzic è fissato al terzo piano di un palazzo del centro. Nell'appartamento vive la presidente di una Ong locale, e anche al piano di sopra non alloggia un inquilino qualsiasi ma il presidente Kustunica, che non ha voluto cambiare stile di vita e ha rinunciato alle stanze presidenziali a favore delle mura familiari.

Marovic e Samardzic sono responsabili del "gruppo propaganda di Otpor" e chiariscono subito che la loro è la prima uscita pubblica nella quale affronteranno argomenti che in passato erano considerati inviolabili. Una decisione che l'organizzazione ha preso in funzione del fatto che entro settembre si terrà il primo congresso fondativo di Otpor. Una sorta di momento ufficiale nel quale l'organizzazione si trasformerà "da movimento spontaneo di piazza a forza politica pubblica".

-Otpor non è mai sembrato un movimento estemporaneo. Sono sempre stati evidenti strategie precise e capacità d'azione fin troppo puntuale. Chi fa parte di Otpor e, soprattutto, chi decide?

"Otpor è sempre stato un movimento molto variegato, negli anni del contro Milosevic c'era dentro di tutto, ma la componente più consistente é sempre stata quella anarchica. Una sorta di nucleo centrale attorno a cui si sono mossi una serie di gruppi che hanno combattuto il regime su vari fronti. Le decisioni erano prese collettivamente dai diversi leader, niente di più niente di meno".

-Una spiegazione semplicistica vista l'entità dell'organizzazione e la sua capacità d'azione.

"Più precisamente esiste una struttura non gerarchizzata articolata in 4 gruppi con compiti distinti. Un gruppo si occupa dei rapporti con la stampa, uno di marketing e propaganda, un terzo di rapporti con l'estero e finanziamenti, l'ultimo del reclutamento di ragazzi nelle università e nelle scuole. I capi dei vari gruppi determinavano cosa e come farlo".

-Andiamo al capito finanziamenti. Autorevoli giornali internazionali hanno scritto che Otpor ha goduto di finanziamenti della Cia e che alcuni suoi uomini sono stati addestrati dagli americani in funzione di attività di sommossa. Cosa c'è di vero in questo?

"Abbiamo preso soldi da tutti quelli che ce ne hanno dati. Fondazioni, associazioni, Ong, gruppi di emigranti di mezzo mondo. Americani ed europei. Non abbiamo mai chiesto chi c'era dietro quelle sigle. E d'altra parte nessuno ci ha mai chiesto niente in cambio. Gli avremmo riso in faccia. Siamo sempre stati dei maleducati. Per quanto riguarda i campi di addestramento, alcuni di noi hanno partecipato a dei seminari di alcuni giorni all'estero. Iniziative ridicole, servite solo a chi le ha organizzate per razziare un po' di quattrini".

-Si è parlato di diversi milioni di dollari.

"Anche questo va ridimensionato. I primi aiuti sono arrivati sotto forma di attrezzature, computer, cancelleria, volantini e manifesti. Poi abbiamo avuto anche soldi dalle Ong serbe, ma non le cifre di cui si parla".

-Ma come è possibile che in un "regime" possano crescere forze d'opposizione come Otpor senza alcun tentativo di repressione o quantomeno di contrasto da parte del Governo?

"In effetti la repressione è stata solo simbolica. Ci sono stati duemila fermi, ma solo una trentina di arresti. Peraltro non possiamo parlare neppure di veri e propri maltrattamenti. Forse la spiegazione sta nel fatto che il movimento era formato da bravi ragazzi, anche molto giovani, di tutto il Paese. Avere 100 mila iscritti significa costringere la polizia ad arrestare anche il vicino di casa. Fortunatamente non se la sono sentita. Peraltro è possibile anche che Otpor inizialmente è stato sottovalutato".

-Centomila iscritti sono tanti, ma superata la fase d’entusiasmo iniziale, realisticamente, quanti ragazzi pensate di coinvolgere col nuovo progetto politico?

"L’obiettivo è quello dei ventimila iscritti, non sarà semplice, ma sappiamo di potercela fare. Siamo il nuovo e in Serbia c’è bisogno di idee nuove e di gente nuova, per questo sappiamo di potercela fare".

-C’é stato un momento in cui il Otpor ha rischiato di scomparire?

"Si, è stato subito dopo la caduta di Milisevic. Il movimento si è smembrato perché in molti hanno considerato l’esperienza chiusa. Alcuni dei capi sono andati a sostenere Kostunica e a lavorare con lui, altri hanno scelto di continuare a far politica nei movimenti ambientalisti. Ora però che le cose stanno cambiando in molti cercheranno di rientrare in Otpo, a quel punto però non per tutti ci sarà spazio e faremo delle scelte".

-Diventerete un partito, ma con quale linea politica?

"Siamo per le riforme.Il paese va trasformato radicalmente. Non intendiamo scendere a compromessi ne con la destra ne con i comunisti. Fino a quando non avremo la forza necessaria ci candidiamo all'opposizione, ma presto cresceremo. Attualmente il paese sta attraversando una crisi profonda. Paradossalmente non ci sono neppure lavoratori da difendere e in quanto alle imprese queste sono tutte in mano a ladri e corruttori. Gente che ha approfittato della guerra per speculazioni d’ogni genere".

-Otpor si collocherà dunque a sinistra?

"Una sinistra moderata e riformista, peraltro ci siamo già schierati contro Heider in Austria. Attraverso l'Arci, abbiamo avuto contati con i Ds italiani e, a Modena, in occasione del G8 di Genova, alcuni di noi hanno partecipato ad una trasmissione televisiva contro la globalizzazione".

-E' a proposito d’Europa?

"E' prematuro persino parlarne. Attualmente la Serbia non ha la forza necessaria. Per il momento crediamo più facile creare un'unione economica dei Balcani, l'Europa verrà dopo".

-Quale potrebbe essere il contributo italiano per accelerare il processo di avvicinamento della Serbia all’Europa?

"L’Italia? Potrebbe darci i suoi soldi, per le idee bastano le nostre".

-Non vi sembra un po’ presuntuoso?

"E perché? Noi sappiamo cosa fare e come farlo, dai paesi stranieri accetteremmo solo contributi economici".

-Cambiamo argomento. Milosevic è stato consegnato all’Aja, in molti hanno sostenuto la tesi secondo cui invece andava processato in patria. Qual è la posizione di Otpor?

"Processare Milosevic a Belgrado sarebbe stata la cosa migliore. Tuttavia è evidente che il sistema giudiziario Serbo non sarebbe stato in grado di farlo. Per questo la consegna di Milosevic al tribunale internazionale ci sembra oltre che giusta necessaria. In questo momento storico non c’erano altre possibilità".

-I bombardamenti Nato hanno contribuito alla caduta di Milosevic, ma fiaccato un paese già in difficoltà. Il gioco e valsa la candela?

"I bombardamenti non hanno fatto cadere Milosevic. Questo deve essere chiaro. Milosevic è caduto quando è stato abbandonato dall’occidente. Quando, ad esempio, il Governo Dini ha smesso di sostenerlo. Il suo destino era ormai segnato e ci avrebbero pensato i Serbi a mandarlo a casa. I bombardamenti sono stati un fatto gratuito e inutile al processo di democratizzazione del paese. Non la Nato ma noi abbiamo abbattuto il regime di Milosevic. (parte dell’intervista è stata pubblicata il 22 agosto 2001 dal Quotidiano della Calabria)


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