Le rotte del Mediterraneo: il ritorno del sapere nel mediterrneo occidentale

Di Mariangela Ielo-Natsis (ielo_m@vizzavi.it)


 Oggi siamo tutti cittadini europei e ci è difficile immmaginare quanto questo    processo di unione affondi culturalmente le proprie radici in tempi tanto lontani. Il mar Mediterraneo infatti, è sempre stato attraverso le sue Rotte marittime, il principale mezzo di unione tra i popoli ad esso vicini a partire già dell’epoca preellenica fino ai giorni nostri. Il Mediterraneo ha tenuto in contatto tutti i popoli che si affacciano sul proprio bacino, ha favorito l’egemonia culturale di popoli saggi ed illuminati come i greci, e quella militare dei grandi conquistatori come i macedoni ed i romani, quella religiosa del cristianesimo con la sua diffusione in occidente, fino a riconsegnarci più tardi tutto il patrimonio culturale antico, che sembrava irrimediabilmente inghiottito dalla barbarie sopravvenuta al crollo di tutta la civiltà antica.

Esso rifulge di nuovo per intero agli albori del XIII sec., con la rinascita delle città; non che i centri urbani fossero spariti del tutto prima, ma durante l’Alto Medioevo essi si erano ridotti a pochi brandelli sopravvissuti alle Urbs romane del Basso Impero e comprendevano all’interno delle alte mura, solo un manipolo sparuto di abitanti bisognosi innanzi tutto di un capo militare, un signore, che potesse difenderli dalle frequenti incursioni esterne, e di un sistema di governo elementare composto oltre che dall’esercito anche da un capo spirituale cioè il vescovo ed il clero e da un amministratore che si occupava del conteggio dei beni materiali. Gli ecclesiastici, depositari della  cultura cristiana, giocarono un ruolo importante in questo rudimentale ricostituirsi di una nuova società civile, dando vita a città con un’ amministrazione interamente episcopale, dove lo scarso laicato si stringeva attorno ad una società che promuoveva regole di vita di tipo religioso assai rigido, limitando le già poche attività economiche, costituite per lo più da scambi di prodotti che si effetuavano in piccoli mercati locali che, per i pericoli e l’infidità delle strade, non comunicavano neanche tra di essi chiudendo così ogni possibilità di scambio esterni all’infuori di qualsiasi centro abitato.

Sarà di nuovo il Mare Nostrum il Mediterraneo così affettuosamente appellato dai romani, da sempre fonte di vita e di civiltà a riaprire lentamente ma costantemente i contatti dell’occidente con i popoli vicini. Sulle sponde opposte infatti la situazione era assai diversa: il popolo musulmano fioriva opulento e reclamava per le proprie ricche clientele di Damasco, Fustat, Tunisi, Bagdad e Cordova le materie prime ( legname, pellicce, spade e schiavi) che solo l’ occidente anche se barbaro poteva loro offrire.

Gia così a finire del IX sec. gli embrioni  rimasti delle ex città europee aventi sbocco sul mare, ricominciavano lentamente a riprendere gli antichi contatti; questo processo in un ritmo assai tardo va però avanti per qualche secolo diventando infine evidente e completandosi con la rinascita delle città, a cavallo tra il XII ed il XIII sec. A questa rinascita economica si affianca anche quella culturale assieme alla figura “nova” dell’intellettuale e del  pensiero filosofico. Il medioevo, per fortuna ormai è stato riconosciuto culturalmente in parte come un periodo di conservazione e transizione, ed in parte come l’epoca in cui si abbozzano prima e fioriscono poi, i protagonosti della rinascita dell’occidente, eliminando le precedenti affermazioni totalitarie che lo avevano definito in modo inesorabile come un periodo di distruzione generale, del nulla, delle tenebre. Certamente il processo fu lento, i tempi erano duri, il popolo falciato ed imbarbarito dalle pestilenze, le guerriglie, le invasioni, le carestie e soprattutto l’ignoranza .(1)  Tranne che in Sicilia, in parte della Calabria e della Campania, le scuole esterne alle chiese ed alle abbazie avevano cessato di funzionare e quelle esistenti presso il clero non impartivano più lezioni ai laici già dall’800 in poi. Sopravvivono gli scriptoria, dove i monaci imparano a scrivere ma solo per ricopiare in bella calligrafia i testi antichi, che vengono poi gelosamente custoditi nelle biblioteche dei monasteri o che rappresentano, in quanto oggetto raro e costoso, un oggetto prezioso che fa bella mostra sugli scaffali dei pochi signori ricchi ma illetterati.

Il libro è un oggetto di grande valore commerciale abbordabile da pochi e la scienza un tesoro aperto a pochissimi. Esso viene serbato con cura assieme alla cultura del passato. Tuttavia dopo un ciclo di conservazione durato alcuni secoli ci si trova in occidente, davanti ad un cambio di guardia, avvenuto sia attraverso un’apertura, anche se ancora parziale, del sapere custodito e quindi già acquisito, che di quello nuovo che arriva dai porti dell’oriente e cioè dalla Grecia e Bisanzio e dagli arabi della Siria, della Palestina, della Spagna. In Italia, per fortuna, la Sicilia e la Calabria, con il loro bagaglio culturale ancora intatto depositario del sapere dell’Ellade, possiedono porti amici attraverso i quali sovrani colti e saggi come Federico II in Sicilia ed in seguito i re della Casa d’Angiò in tutto il Sud, incoraggiarono ed incrementarono di molto gli scambi culturali attraverso il Mediterraneo con Bisanzio, la Siria, la Palestina e la Spagna. A dispetto delle Crociate, teatro di scambio di colpi d’armi, lo scambio dei libri tra intellettuali è pacifico e frequente.

A Salerno fiorisce un’importante Accademia di Filosofia e di medicina che promuove un sapere di tipo aristotelico, ippocratico e galenico. San Tommaso d’Aquino, che colà si formerà culturalmente, sedimenterà queste sue prime nozioni attraverso il cristianesimo cattolico, dando luogo poi a Parigi alla sua formidabile sintesi filosofica condensata nel pensiero tomistico.(2)

La cultura è figlia del tempo ma lo è ancora prima dello spazio geografico. Le città sono divenute ormai nel XIII sec. – come le ha definite J. Le Goff – “...le piattaforme girevoli della circolazione degli uomini, carichi di idee e di mercanzie, i luoghi di scambio, i mercati ed i quadrivi quelli del commercio intellettuale”.(3) In effetti nel XII sec., l’occidente importa già prodotti rari e costosi che vengono da Badgad, Damasco, Bisanzio e Cordova ed assieme alla seta, alla cannella ed ai profumi, arrivano anche i codici ed i manoscritti, tesori anch’essi che recano la cultura greca filtrata attraverso l’apporto culturale degli arabi.

La lingua araba è soprattutto un intermediario. Le opere di Aristotele, Euclide, Ippocrate, Galeno, Tolomeo e molti altri filosofi greci sono state accolte in oriente assieme ai perseguitati eretici da Bisanzio – studiosi ebrei, nestoriani e monosofisti- e sono state accolte con loro dalle scuole e dalle biblioteche musulmane che le hanno apprezzate, studiate e conservate con cura.

Ci sono rotte nel Mediterraneo specificamente deputate a questo compito, che    dall’oriente conducono soprattutto presso i porti in Italia del Sud e dei califfati spagnoli queste ricercate pergamene richieste da tutta l’Europa settentrionale da Parigi, la Normandia, Bath, Chartres, Bologna e Montpellier. Da tutti i più importanti centri di sapere scendono al Sud i cacciatori di manoscritti greci ed arabi. Palermo, sede dello Studio di ricerca scientifica, possiede una cancelleria trilingue (greco, latino ed arabo) voluta da Federico II in ottimi rapporti con i sovrani ed i califfi d’oriente (ed in pessimi con il papa) ed accoglie studiosi da ogni parte d’Italia, Francia ed Inghilterra.

La Calabria con la sua tradizione religiosa di stampo ortodosso presente presso i numerosi cenobii e monasteri basiliani sparsi per tutto il suo territorio, assieme a Cassino, Salerno e Napoli  è la destinataria prediletta dei codici in lingua greca.(4) La tradizione radicata della conoscenza della lingua greca sempre praticata come prima lingua assieme al latino, resta ufficialmente presente anche durante il regno dei re angioini, che anzi hanno rapporti di amicizia e di stima con Andronico III Imperatore di Bisanzio, al quale attraverso scambi reciproci di doni, richiedono preziosi manoscritti di Aristotele, Ippocrate, Mirepso, e Filippo Cseros, che furono tradotti nello Studio di Napoli dal grande medico-filologo Nicola Deoprepio da Reggio. A Napoli molti calabresi di origine greca traducevano in latino codici provenienti da Bisanzio, che poi venivano usati presso le più famose università europee del tempo. Pionieri della rinascita culturale del medioevo, i traduttori furono uno strumento importantissimo per la circolazione dei libri e dello scibile greco, che approdato come in un periplo di ritorno, alle rive della cristianità occidentale, colma le lacune lasciate dalla tesaurizzata eredità latina nella cultura occidentale della filosofia e delle scienze.

Il Mediterraneo riassurge alla sua funzione di veicolo di trasporto di commerci, ricchezza e scambi intellettuali. Attraverso di esso nel XIII sec. avrà vita lo stimolo, la lezione che in un flusso di scambi dall’oriente e dall’Africa verso l’occidente e viceversa, porterà al fenomeno culturale dell’ Umanesimo.

Il Mare Nostrum rappresenta perciò, con la sua felice posizione geografica. Il ponte di collegamento non solo tra popoli che su di esso hanno la fortuna di affacciarsi, ma anche per tutti quelli che con essi hanno rapporti culturali. Esso è stato il veicolo diffusore anche delle idee e del pensiero umano, importante crocevia dove si confrontavano la cultura ed i modi di pensare di tre diversi continenti, Europa, Asia ed Africa che sono stati le culle della civiltà occidentale; la sua eredità si trova oggi presente in tutto il mondo, ed in quest’epoca dove l’Unione tra i popoli d’Europa è la realtà politica di noi cittadini, esso continua con la sua funzione civilizzatrice di scambio e di legame con tutti i popoli cui ha dato vita. Chi scrive ha visitato, durante le proprie ricerche, molti Paesi succitati e vive  e lavora forse nel più rappresentativo in questo senso: la Grecia. Da questo punto di vista il Mediterraneo appare allora come un grande museo gallegiante poiché esso è la testimonianza indiscussa della nascita e dello sviluppo della civiltà, della storia, dell’uso  e dell’evoluzione della lingua,  del brivido del mistero e della scoperta cui sempre per natura l’uomo anela, e di tutti i rapporti che accomunano l’ intelligenza umana.  

                     

 NOTE

 

1) J. Le Goff,   Les intellectuel au Moyen Age, Ed. du Seuil, Seuil 1957

  J. Burckhardt,  La civiltàdel rinascimento in Italia, 1955

  E. Coppi,  Le Università nel Medioevo, 1886

  E.Garin,  L’ educazione in Europa, Laterza, Bari 1957

  E. Gilson,  La Filosofia nel Medioevo, Paris, 1932

  A. Forest, F.Von Steemberghen, M. De Gandillac, Le mouvement doctrinal du IX au  XIV  siecle,   Paris 1951        

 M. Ielo Natsis-A. Natsis, Les Goliards e la cultura universitaria nel Medioevo, Diavazo Atene, 1992, pagg. 41-44

2) M. Ielo-Natsis, La medicina nell’ antichità: Nicola Deoprepio, un reggino traduttore di Ippocrate e Galeno presso la Scuola di Salerno e la corte di Roberto D’Angiò, Helios Magazine, n.2 Reggio Calabria, 1996 pagg. 24-25; Amore intellettivo:l’ evoluzione filosofica di Dante, Parnassos, Atene 1996, pagg.228-237; Dante e l’ astrologia nel Medioevo, Helios cit, 1997 pagg.28-29; Costantino Rhegino, Helios, cit., n.1 1998.

3) J. Le Goff,  Les intellectuel au Moyen Age, cit, pag. 46.

4) I monasteri di San Basilio a Motta San Giovanni, San Nicola di Calamizzi, San Pancrazio a Scilla, dei Santissimi Mercurio e Fantino di Melicuccà e di San Bartolomeo a Sinopoli.

 



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