UNA CITTA' DEL SUD: BELLA E INCIVILE!

I giovani ereditano i nostri pregi e i nostri difetti

... e noi ci crediamo unici!

 

 

 

di Pino Rotta


Con sempre più frequenza si legge di studi sui cosiddetti fattori di "vivibilità" delle nostre città, si stilano graduatorie e classifiche, si mettono in evidenza gli elementi che concorrono a determinare il maggiore o minore grado di vivibilità di una città, come l’efficienza dei servizi pubblici, il traffico, i consumi di prodotti culturali, ecc. Sono studi senza dubbio importanti, quasi sempre seri ed affidabili, eppure c’è qualcosa che nessuna classifica (se non con complesse ed articolate analisi) può mettere in evidenza: la civiltà.

Gli stessi abitanti spesso non hanno la capacità di definire questa condizione poiché la percezione del grado di civiltà dipende dalla possibilità di fare un confronto tra modi di vita differenti.

Per essere più chiari. Se si deve giudicare la qualità del servizio degli autobus gli elementi da prendere in considerazione possono essere molteplici e differenti da una città all’altra; così se in una città il servizio funziona con corse che hanno orari incerti e senza alcun controllo, il giudizio sulla qualità del servizio ne risulta per forza di cose approssimativo ed occasionale, la gente semplicemente prende la cosa per "normale". In una città invece dove il servizio degli autobus è più efficiente in termini di puntualità e frequenza delle corse il giudizio della gente si fa più attento a fattori più di qualità come ad esempio la pulizia dei mezzi, la qualità delle zone di sosta per l’attesa (sono al riparo dalla pioggia e del sole cocente? C’è una panchina in cui gli anziani possono sedersi nell’attesa? Il costo del biglietto è caro? ecc.).

Un discorso più complesso va fatto ancora su uno dei problemi più seri delle città ai nostri giorni: il traffico urbano.

Vero è proprio dramma contemporaneo, tanto da ispirare soggetti cinematografici (vedi "Un giorno di ordinaria follia" con Michael Douglas), i problemi legati al traffico non dipendono solo dall’aumento continuo delle automobili, ci sono tutta una serie di cause concomitanti che influiscono sul problema. Alcuni sono senza dubbio di natura comportamentale, come ad esempio l’abitudine della gente ad usare la macchina come salotto di casa o dependance del proprio alloggio, in cui si sbrigano i fatti propri, con cui si cerca di portare fuori casa le proprie comodità a dispetto delle comodità e delle esigenze degli altri, insomma un puro e semplice esercizio di egoismo e menefreghismo, ma ad osservare la reazione arrabbiata e vittimistica della gente che viene poi tartassata da multe e divieti bisogna fare delle riflessioni serie e non cadere nel banale giudizio affrettato. Infatti se non c’è dubbio sul fatto che l’educazione sulla strada è segno di civiltà altrettanto vero è che nessuna "politica del bastone" è mai servita a rendere le persone più civili ed educate. Si può e si deve pretendere dalla gente il rispetto delle norme se si dà alla gente la possibilità di scegliere di essere civili ed educati. Ad esempio si può imporre di non sostare in doppia fila o in zona divieto se si creano i parcheggi, che non sono quelle cose delineate con le strisce blu per terra utili solo a riempire le tasche del Comune e di qualche società privata di gestione dei parcheggi a pagamento, bisogna costruire i parcheggi multipiano che sono sì a pagamento ma che garantiscono a città con un traffico di gran lunga superiore a quello di Reggio Calabria la possibilità di arrivare nel cuore del centro storico e trovare posto per l’automobile, e contemporaneamente lasciano libere le strade per il percorso degli autobus che così diventano davvero un mezzo alternativo alla propria auto.

Per rimanere ancora "sulla strada", la civiltà si misura anche dalla qualità delle strade. Strade pulite, senza pozzanghere o lerciume e non disastrate da una eterna ed incontrollata costruzione dei condotti del metano come invece sono quelle di Reggio Calabria consentono di camminare a piedi, di usare la bicicletta, il ciclomotore, cioè quei mezzi che, oltre ad intasare poco il traffico, favoriscono l’incontro tra le persone, aumentano la voglia di stare insieme agli altri. Al contrario quando le strade sono delle fiumare o delle piste da rally aumentano non solo incidenti e danneggiamenti di ruote e sospensioni, ma, assieme alla congestione del traffico ed alla cattiva educazione dei più, aumenta l’aggressività della gente che non avendo con chi prendersela perché spacca una ruota in una buca o cade con lo scooter perché la strada e piena di buche e terriccio, allora se la prende con chi gli capita davanti, usando un linguaggio ed un comportamento arrogante e violento.

C’è poi l’elemento per così dire pedagogico dei comportamenti sociali. Cioè quello che ognuno fa durante la sua giornata da cittadino non solo può determinare uno stato diffuso di inciviltà ma trasferirlo alle generazioni future. Un esempio frequentemente osservabile è quello di tantissimi genitori che la mattina accompagnando i propri figli a scuola, per fargli imparare a leggere ed a scrivere, per migliorare il loro futuro, danno le più profonde ed incancellabili lezioni di inciviltà e cattiva educazione ai propri figli con il loro esempio. Passano con il rosso al semaforo, si fermano in doppia fila, urlano volgarità nei confronti degli altri automobilisti e corrono come dei dannati fregandosene di tutto quello che gli capita attorno. I figli osservano ed imparano.

La civiltà è quell’insieme di comportamenti che ci fanno sentire meglio stando con gli altri. A Reggio tutto ciò è diventato un ricordo di un breve periodo ormai lontano, un bel ricordo come quelli che ci fanno tornare alla mente di come eravamo felici quando eravamo bambini.

Insomma la città è come un grande schermo a cielo aperto che proietta le immagini di noi stessi come se fossero riprese da una telecamera nascosta continuamente puntata su noi stessi. Eppure noi il più delle volte non ci riconosciamo in quelle immagini che vediamo anzi addirittura le rifiutiamo. Gli altri non sono noi, noi non siamo come sono tutti gli altri che ci stanno attorno, noi siamo noi diversi dagli altri. E' proprio così?

Se facciamo un paragone con quello che accade con la televisione vediamo che  nella nostra vita reale non è molto diverso rispetto a quello che accade quando viviamo da telespettatori. Come ormai ci ha dimostrato mezzo secolo di studi (resi più sistematici a cominciare da Theodor Adorno e Max Horkheimer), la televisione non ci informa ma ci plasma, plasma le nostre coscienze, gioca su quella cosa complessa che è la nostra psiche ed alla fine di un periodo opportunamente lungo finisce, anche suo malgrado, per farci abbandonare sia il giudizio che il desiderio lasciando prevalere le nostre pulsioni. Gli studi sulla pubblicità dimostrano che i ritmi e le immagini che vengono messi in campo per convincerci a diventare consumatori di alcuni prodotti non funzionano se non dopo averci spinti a diventare prima di tutto consumatori e dopo consumatori "intruppati", e questo ha una spiegazione molto semplice: l'economia di scala.

Pensate come sarebbe difficile per le industrie organizzare le loro produzioni di massa se dovessero soddisfare i nostri desideri individuali. Dovrebbero fare le camice con il collo grande, quelle con il collo piccolo, quelle con i bottoni bianchi e quelle con i bottoni colorati, di tanti colori, poi dovrebbero diversificare la produzione in base a nostri gusti rispetto alle stoffe, alla lunghezza delle maniche o dei polsini, ecc... e questo per ogni prodotto che sia una camicia o una bibita, per non parlare di prodotti più complessi come i film, i libri, la musica. Invece la televisione, accompagnata da tutte le sue ancelle mediatiche quali radio e giornali, operano a monte programmando lo stile di vita nel lungo periodo, uno stile che alla fine ci fa diventare tutti uguali davanti all'offerta del mercato, ci spinge a volere tutti insieme la stessa cosa nello stesso momento, ma lo fa in modo molto più sofisticato di come lo faceva un tempo il cinema quando era l'unico strumento di comunicazione di massa o la radio quando era appesa al filo dell'altoparlante della piazza del paese. Oggi la televisione sfrutta un elemento fondamentale per la psicologia umana: il rapporto individuale. Quando siamo seduti davanti alla televisione siamo nella nostra dimensione privata, soli con il messaggio rivolto a noi, con i nostri umori attivi e le nostre difese abbassate perchè ci troviamo dentro le pareti della nostra casa. Così quel messaggio o meglio quel sistema di comunicazione è come se fosse destinato solo a noi ed entra nelle nostre coscienze andando a forzare le nostre contraddizioni fino a quando entriamo in sintonia con lo stile di vita che sentiamo ormai di condividere. Vestiamo un paio di scarpe con la punta a banana perchè è entrato nel nostro quotidiano modo di vita "casual" "trash" ma chi ci ha convinti che casual e trash sono quello che è meglio?

La città agisce da campo di prova per sperimentare se è veramente accettato o meno il nostro stile di vita e visto che tutti abbiamo lo stesso stile tendiamo a rafforzare il radicamento delle nostre convinzioni. Nulla di male se questo non avesse una drammatica conseguenza: quelli che vediamo non siamo più noi! Non ci riconosciamo più come individui, cioè non siamo più soggetti con una propria identità e quindi con una propria vita, siamo massa senza più neanche desideri perché questi appartengono alle persone, solo pulsioni da non-persone. Il risultato è la solitudine e l'insicurezza, sempre più spesso la paura e l’aggressività. 

Uno dei più sanguinari serial killer americani due anni fa dichiarò che il fatto di fare del male, di sfogare la propria aggressività seviziando ed uccidendo era ormai l'unico modo per sentire che era ancora vivo.

 


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