"ANALISI DEL LINGUAGGIO POLITICO"
CARISMA E PERSONALIZZAZIONE DEL POTERE:
DUE PERSONAGGI A CONFRONTO
De Gaulle e Berlusconi alla luce della campagna elettorale del 2000.
di Rita Leone
La sorprendente vittoria elettorale nelle consultazioni
politiche del 1996 ad opera del nuovo partito "mediale" Forza Italia,
guidato da Silvio Berlusconi, l’industriale della comunicazione mass-mediatica,
nonché la reiterazione del suo successo il 13 maggio appena trascorso, spingono
la nostra analisi nel tempo, tornando indietro di oltre mezzo secolo, quando in
Francia un illustre politico, Charles De Gaulle, muta radicalmente l’assetto
istituzionale trasformando la repubblica parlamentare in repubblica
semi-presidenziale.
La fenomenica storica va, quindi, esaminata e scomposta tridimensionalmente, individuandone le cause nelle seguenti prospettive storico politiche.
La prima causa contingente, che è legata soprattutto alle vicende politiche italiane degli ultimi anni caratterizzate dall’instabilità dei governi in regime parlamentare, dal collasso della Prima Repubblica, dai cittadini resi "orfani", in seguito a Tangentopoli, dallo screditamento di un’intera classe politica coinvolta negli scandali, dalla crisi del sistema dei partiti e dalla nascita di Forza Italia, incentrata sul potere fortemente personalizzato del suo imprenditore-politico.
La seconda di natura teorico-disciplinare che vede il potere personale nella stessa ottica con cui la teoria weberiana collega carisma e potere carismatico.
Il "caso Berlusconi" è infatti perfettamente
calzato e calzante ove concettualmente il carisma è riflesso dal carattere di
eccezionalità e straordinarietà, confinante col magico e col sacro, che viene
attribuito ad una persona da coloro che essendone dominati ne divengono i
"seguaci" credendo che l’origine delle virtù risieda nel
conferimento di un dono speciale, o più precisamente definito dalla tradizione
cristiana come "dono della grazia", elargito ad un singolo affinché
ne tragga beneficio l’intera comunità.
Quindi nella accezione e concezione delle società moderne, capo carismatico è inteso il soggetto storico realizzatore di una causa, al quale i suoi seguaci si rivolgeranno con dedizione. Egli sarà anche colui che, credendo profondamente nel suo progetto, dovrà raggiungere il successo attraverso la realizzazione dello stesso.
La terza è, infine, la similitudine tra i due personaggi, Berlusconi e De Gaulle, che, con le debite distinzioni, sembrano svolgere, pur nel divario temporale-ambientale, funzioni storicamente parallele.
Berlusconi, impostosi sulla scena politica come leader supremo del Polo delle Libertà, frutto dell’unione tra Forza Italia e altre due forze tra loro ostili e concorrenti, quali AN e Lega, si costruisce come capo e promotore di un progetto di rinnovamento, profittando di una situazione di crisi, in cui la società "orfana" esprimeva fermamente la sua voglia di capo (una sorta di "complesso del sovrano" francese dopo la cesura rivoluzionaria del 1789) per il superamento del vecchio sistema, corrotto e delegittimato. Egli è, quindi, divenuto il capo carismatico, collocabile fra i soggetti portatori di potere personale, ne beneficia "di riflesso e di ricaduta", perché favorito dalla innegabile capacità di sapere adattare gli strumenti e le risorse disponibili alla situazione di crisi in cui versava la società al momento della sua scesa in campo ed ascesa politica.
Per interpretare in particolare gli elementi di leva del suo successo, occorre ricostruire la crisi politico-istituzionale di quegli anni e cogliervi la formula del successo attraverso cui Berlusconi emerge quale leader.
La chiave di lettura è, di certo, da ricercare nella comparsa, intorno agli anni ’80, delle reti private nel panorama dei mass media, prima monopolizzato dalla RAI, che coincide con lo sgretolarsi e il declinare dei partiti come protagonisti della lotta politica e rappresentanti della volontà popolare. Ad essi subentra il singolo, l’uomo politico che gradatamente punta alla comunicazione diretta, più celere, penetrante, popolare, facilmente apprendibile nei termini ed espressioni mutuate dal linguaggio calcistico, estremamente familiare ai milioni di tifosi italiani, che si incunea nella mente dello spettatore.
A tal fine Berlusconi si serve principalmente della televisione, che risulta essere il veicolo più idoneo: inizia così un processo di spettacolarizzazione e personalizzazione della comunicazione politica. Sicchè l’impero televisivo travasa dalla pubblicità e dall’informazione e si riversa nel sistema di propaganda che è strumento del suo successo e premia la sua capacità e la sua esperienza imprenditoriale trasferendola fruttuosamente nel campo della politica. Egli, infatti, saggiate le preferenze del mercato politico, propone poi un "prodotto" in grado di suscitare interesse nel consumatore-elettore attraverso l’emissione di messaggi semplici, ripetitivi ma incisivi.
La miscela di questi due elementi, uno puramente psicologico che punta direttamente all’emotività del telespettatore; l’altro decisamente studiato e razionale, tipico del mondo dell’impresa, ha costituito il punto di forza del successo del leader di Forza Italia e ha permesso di configurarlo come primo caso innovatore italiano, come in Francia lo è stato soltanto Charles De Gaulle.
Questi, per l’appunto, è certamente depositario di quel "dono di grazia" di cui parlava Weber. La legittimazione di governo gli deriva innanzitutto dalla fonte delle sue grandi capacità militari, che gli hanno procurato la fama destinata a divenire il prerequisito essenziale per la costituzione del suo potere politico. Egli ha posseduto, inoltre, una straordinaria capacità di mescolare la devozione per il passato e l’attitudine al nuovo, la continuità e la rottura, tratti tipici di una personalità fuori dal comune, soprattutto quando ad essi si accompagna la scienza di saper coinvolgere altri (i seguaci) e porzioni sempre più ampie della popolazione, di trascinare le masse mobilitandole per il perseguimento di un progetto e mantenendo saldo il legame con esse.
Qualità queste che erompono in una data ben precisa, il 18 giugno 1940, in occasione dell’appello contro l’armistizio di Pètain, quando ancora il Generale avrebbe potuto sembrare ai molti un esiliato scontento con un ristrettissimo seguito. Il momento decisivo per la conquista della supremazia scocca proprio allora e lo consacrerà guida del popolo francese e comandante della nave Francia verso un sicuro approdo, la grandeur.
Il Generale mette a frutto, infatti, tutte le sue grandi doti di politico, di leader di razza, riuscendo a convincere altri della bontà del suo progetto e trovando gli strumenti per fare le due cose essenziali ad un leader di un qualunque movimento o partito: comunicare attraverso il linguaggio giusto per persuadere ed organizzare attorno al progetto una fitta rete di consensi ed adesioni.
Sapientemente egli ha utilizzato nella sua ascesa al potere l’arte della persuasione attraverso l’uso della parola, della retorica, dei media: tutti strumenti che fanno riflettere sulla peculiarità di questo militare-politico, che affermava il primato della spada e quelli della parola e della scrittura (comprendenti i discorsi, gli appelli, le conferenze-stampa, le allocuzioni radio-televisive – ben 53 - che hanno costellato i suoi dieci anni di potere come Presidente della Repubblica francese, tanto da farli definire da alcuni "dix ans de pouvoir parlé").
De Gaulle usa la parola sin dagli inizi della sua carriera politica facendo della comunicazione politica uno degli assi portanti della sua strategia e percependo, con sorprendente lungimiranza, le possibilità molteplici che lo sviluppo dei media audiovisivi offrivano all’uomo politico, soprattutto in termini di rapporto diretto con le masse (tema centrale nella sua riflessione politica) e di diffusa pubblicizzazione del proprio progetto.
Egli, non a caso, afferma di avere due alleate al suo fianco: la Tv e la Tv, la prima perché i suoi avversari non la sanno usare e la seconda perché egli la sa usare meglio di qualsiasi altro.
Oggi, forse, è nato un possibile, agguerrito emulo di De Gaulle: chi, difatti, in Italia, sa usare la televisione meglio di Berlusconi, industriale della comunicazione?
La sua "squadra" è ben addestrata da veri e propri personal trainers, i consulenti della politica, esperti di comunicazione, di marketing e di public relations, che spiegano come "bucare il video", cosa dire, come presentarsi, addirittura che cravatta indossare.
Oggi, la politica è diventata spettacolo, strategia di immagini, tanto che gli esponenti politici vengono scelti sulla base di caratteristiche completamente diverse da quelle dei vecchi notabili di partito. Si scelgono i candidati per le loro particolari qualità mediatiche e telegeniche, trascurando coloro che non le hanno (cosiddetto effetto setaccio dei media) con conseguenze immaginabili sull’amministrazione della cosa pubblica.
Centrale, sia nel linguaggio di De Gaulle che in quello di Berlusconi, è l’uso ricorrente di metafore e figure retoriche che servono a comunicare visioni del mondo ed a renderle il più possibile convincenti, oltre ad una serie di parole ed espressioni mutuate da altri linguaggi specialistici - a causa della penuria di termini del linguaggio politico - che servono a tenere desta l’attenzione del destinatario del messaggio.
Altro elemento di assonanza fra i due uomini politici è costituito dai viaggi. Frequenti e numerosi quelli che De Gaulle compie durante la sua permanenza al potere, sia in Francia, sia in Algeria e negli altri paesi della Comunità d’oltre mare, sia all’estero, in altri stati europei. Come la radio e più ancora la televisione, così essi appaiono subito al Generale uno strumento importante per garantirgli un rapporto quasi quotidiano, diretto con le masse, conforme alla sua visione della democrazia. I viaggi, quindi, rispondono ad una funzione ben precisa: fanno sì che il capo si mostri al suo popolo, personalmente, vi si mescoli, gli parli, rendendolo partecipe e coinvolgendolo nel progetto di "salut public", spesso anche fuori da cerimonie prefissate.
In questo senso i viaggi di De Gaulle non solo rispondono alle esigenze di quella che potremmo definire una "strategia della spettacolarizzazione", per la quale il potere tende ad estrinsecarsi in atti, segni, immagini e linguaggi precisi, ma si pongono come uno degli strumenti della trasmissione del carisma in una società complessa.
Per questa strategia di penetrazione, da casa nostra, in occasione delle consultazioni elettorali regionali del 2000, abbiamo assistito in diretta più che alla crociera alla "crociata" della cosiddetta nave Azzurra di Forza Italia, dotata di banda musicale, getti d’acqua, maxi schermi e fuochi d’artificio e da me osservata durante la sosta nel porto di Reggio Calabria in tutta l’ostentazione della ricchezza e dei mezzi forniti dalle risorse finanziarie a disposizione del politico possidente (il "povero" Rutelli quest’anno è andato in giro per l’Italia con un modesto e popolare trenino).
Al di là di ogni critica, è, comunque, indiscusso che il carisma di Berlusconi deriva dalle sue indubbie doti personali e, in particolar modo, dalle straordinarie capacità imprenditoriali che gli hanno permesso di conseguire un grande successo economico al quale la gente accorda ammirazione e consenso.
Egli infatti è riuscito ad instaurare un forte legame emotivo con i destinatari del messaggio, un rapporto senza alcuna mediazione, con le masse, le quali ascoltano attratte le parole del capo oracolo, del "Salvatore", riconoscendogli la "confiance".
L’immagine che offre di se stesso è rassicurante ed allo stesso tempo autoritaria, nel senso che egli condivide i valori della gente comune, ma ribadisce la necessità di un uomo che si faccia interprete, guida e portatore di essi.
Ritornando a De Gaulle, è da osservare che, tuttavia, tra i due uomini politici esiste una sostanziale differenza che si ravvisa nella diversa condizione ambientale, che vuole il primo consolidato nel dato storico in cui si è oggettivizzata la sua strategia di potere, il secondo nella proiezione di analoga metodologia di potere nella prospettiva di programma. Ma, quanto alla strategia ed agli intenti i punti di partenza coincidono.
L’attentato del 22 agosto 1958 diretto alla persona del Generale ha, infatti, accelerato il processo di revisione della Costituzione, bruciando le tappe di un dibattito, che già da due anni era in corso. E’ proprio in conseguenza di questo che De Gaulle decise di rompere gli indugi e prendere tutte le iniziative che potessero rafforzare il suo potere e garantire la continuità delle Istituzioni.
L’idea centrale di questo progetto di riforma della Costituzione è non soltanto finalizzata ad irrobustire l’esecutivo rispetto al legislativo ma anche di trasformare in modo radicale il ruolo ed il peso del Presidente della Repubblica, attraverso il rafforzamento dei suoi poteri in caso di gravi situazioni, che minacciano il Paese (il famoso art. 16) e il suo diritto di nomina del Capo del Governo.
L’altro elemento col quale il Generale ha rivoluzionato l’assetto istituzionale francese è quello del referendum, strumento fondamentale per chi abbia a cuore l’affermazione del principio di democrazia diretta in alternativa a quella derivante dalla rappresentanza parlamentare.
L’unico modo, secondo De Gaulle, per restituire lo scettro al popolo sovrano, spodestato del suo trono dall’ampliamento a dismisura dei poteri del Parlamento fino a renderlo prigioniero, era quello di consultarlo direttamente attraverso l’istituto del referendum.
Il pacifico terremoto istituzionale si concluse così con la riforma per l’elezione diretta del Presidente della Repubblica con suffragio universale del 1962, con la quale si trasformano i poteri del Capo dello Stato, vero elemento di novità rispetto alla tradizione costituzionale precedente.
Il Presidente della Repubblica, infatti, fino alla IV Repubblica era stato titolare di un potere formale, simbolico-decorativo, un "monarca" che regna ma non governa, cui era demandata la funzione di ratificare ciò che il governo avesse deciso.
Così, invece, diviene titolare di un potere più ampio, concreto che gli proviene da una base di legittimazione appunto universale e che lo pone su di un livello più alto sia rispetto al Parlamento che al Governo.
Il grande ingegno della strategia gollista sta proprio qui: l’aver dato vita ad un’idea diversa di democrazia, ad una forma costituzionale che fosse in grado di contemperare due principi storicamente contrapposti, quello di un potere forte e concentrato nella mani del Capo dello Stato e quello delle regole e procedure tipiche della democrazia parlamentare come metodo indiscusso di governo.
Queste riforme non sono altro che le risposte ad una preoccupazione di De Gaulle, comunque già prima dell’attentato. Egli, infatti, pensando alla sua successione, rendeva duraturo quel che era stato il prodotto di circostanze straordinarie, oggettivava cioè il suo carisma attraverso una serie di regole e procedure che lo sottraevano alla condizione di eccezionalità.
Il pericolo era che passata la "meteora" De Gaulle, il sistema francese potesse tornare sui binari più consolidati del vecchio parlamentarismo.
L’unico modo per eternizzare un potere così forte è, dunque, quello di istituzionalizzarlo, affidandolo al dominio popolare attraverso lo strumento del suffragio universale.
L’originalità di De Gaulle stava anche in questo, nell’avere permesso che il gollismo e l’impronta da esso impressa alle istituzioni gli sopravvivessero, sottraendole alla caducità e all’instabilità di una situazione momentaneamente straordinaria.
Si era realizzato, insomma, quel processo che Weber definisce "trasformazione del carisma in pratica quotidiana", cioè una serie di modalità attraverso le quali si rende ordinario, quotidiano e non eccezionale il carisma stesso.
In conclusione, possiamo dire che il fenomeno Berlusconi, che si dice uscito da un’aggressione giustizialista e tende ad una stabilizzazione di governo di tipo personale, rappresenta sicuramente un caso di potere personalizzato che, indipendentemente dagli elementi che l’hanno portato al successo, assume grande rilevanza nella storia dei sistemi politici occidentali, paragonabile ad altre satrapie del Novecento che hanno condizionato il corso della storia, quali Roosevelt, Mussolini e De Gaulle!
Ma gli strumenti di cui dispone gli consentiranno di affrontare il difficile compito che lo attende?