Politica - Giuliano Amato a tutto campo

 

 

 

 

 

di Giuliano Amato 


«Non più un´America dei ricchi e una dei poveri, ma un´unica, sola America per tutti». Quando ho sentito l´applauso...... che ha accolto queste parole di John Edwards alla Convention democratica di Boston, ho detto a me stesso: ecco, loro l´hanno trovata l´idea semplice che trascina l´elettorato, evocando in pochissime parole tanti dei problemi che assillano la gente comune e promettendo con quelle stesse parole che saranno risolti. Ma poi, quando dovranno dire come li risolvono, e quindi come faranno uscire dall´Iraq i figli dei poveri o come troveranno i soldi per dare assistenza sanitaria ai tanti americani che non l´hanno, sapranno rispondere con altrettanta chiarezza? Che cosa c´è, insomma, in quella bellissima idea semplice? Null´altro che l´intuizione di un bravo spin doctor, che ha capito come far leva su sentimenti collettivi fortemente sentiti, oppure la sintesi di un progetto capace di snodarsi poi in soluzioni persuasive e concrete?

Sono domande che dobbiamo porci anche noi dell´Ulivo, spronati da tempo da tanti editorialisti, più o meno amici, a trovarla un´idea finalmente semplice e ad uscire così da un´immagine che essi vedono verbosa e confusa. Intendiamoci, chi ci dice così ha ragione per almeno due motivi. Il primo è che quando tiriamo fuori idee, semplici o non semplici che siano, non ne tiriamo mai fuori una sola (a parte quella del "basta Berlusconi"), ma almeno due o tre in contrasto fra loro e questo è ciò che ci danneggia di più. Il secondo è che, se non siamo capaci di sintetizzare in messaggi semplici le nostre proposte, allora vuol dire che queste stesse proposte sono in realtà confuse. E a quel punto, piuttosto che una sintesi confusa di proposte confuse, finisce per sembrar meglio il messaggio semplice e accattivante che poggia solo su sentimenti e attese.

Lo sappiamo tutti, però, che un messaggio del genere non è la soluzione. Berlusconi ci ha vinto le elezioni, costruendolo accortamente sulla voglia diffusa di ricchezza. Ma intanto non è detto che una cosa analoga funzioni con l´elettorato di centrosinistra, il quale è molto più attento alla prova del nove dei modi e dei mezzi e molto più sensibile alla specificità dei bisogni delle figure sociali che convivono al suo interno. Insomma, è pronto a farsi trascinare emotivamente, ma non a farsi incantare dalle formule (né dalle formule si farà incantare lo stesso elettorato disamorato di centrodestra, dopo l´esperienza che lo ha portato a disamorarsi). E poi c´è il dopo, c´è il governare dopo le elezioni. È qui che il centrodestra è caduto ed è qui che molti sostenitori dell´Ulivo ci chiedono (me lo hanno chiesto giorni fa i rappresentanti degli oltre seimila italiani che si sono riconosciuti nel "patto per la scuola") di lavorare su proposte concrete, di cui si percepisca la fattibilità in tempi brevi.

Le aspettative a cui rispondere sono, come si vede, diverse e la loro diversità porta da una parte verso l´idea semplice che sia anche la sintesi di proposte chiare, dall´altra verso la necessità di un lavoro collettivo e ampiamente coinvolgente che permetta di radicare davvero il programma finale nella mente e nell´anima di chi ci si dovrà riconoscere.

Se su questi criteri ci si può trovare - come spero - d´accordo, non ci si illuda, però, che basta applicarli correttamente perché alla fine il risultato venga fuori, come se fosse un gratta e vinci dove il risultato è già lì e aspetta solo chi lo scopre. Non è così e non lo è per ragioni profonde, che vanno dritte ai caratteri del tempo in cui viviamo, un tempo nel quale trovare idee semplici e proposte chiare per il governo dell´Italia e del mondo è senz´altro necessario, ma è anche tutt´altro che semplice.

Quella che viviamo, infatti, è una fase di turbolento trapasso da un passato di relativa stabilità a un futuro di cui tutti percepiamo la diversità, ma non sappiamo decifrarne i connotati. Lo so che cose simili le si è dette molto spesso per nulla di più della normale evoluzione della storia. Ma ora nelle nostre società il cambiamento è davvero radicale, forse non come quando crollò l´impero romano, di sicuro però come all´alba dell´industrializzazione.

Chi le chiama società del rischio, chi società dell´incertezza e chi parla di disordine mondiale al posto di quello che, a suo modo, fu a lungo un ordine mondiale. Certo si è che per decenni noi siamo cresciuti entro l´economia, le regole e le istituzioni della società industriale matura in un mondo affidato all´equilibrio bipolare fra Stati Uniti e Unione Sovietica, nel quale il benessere era per noi, mentre i poveri li si accontentava con l´indipendenza. Oggi nulla di tutto questo è più vero: l´equilibrio bipolare non c´è più e i nuovi conflitti accendono focolai ovunque, anche in casa nostra; nel mercato globale ci sono nuovi paesi che si sviluppano mettendo noi alla frusta; nuove tecnologie entrano a velocità crescente nell´economia, modificando l´organizzazione della produzione e del lavoro e rendendo incerto il domani anche a chi, con gli studi di un tempo, se lo sarebbe assicurato sino alla vecchiaia.

Sono cose che sappiamo e che ci ripetiamo spesso. Eppure non so quanto siamo consapevoli del fatto che esse, espressive come sono di una forte discontinuità, mettono in crisi i nostri paradigmi culturali e quindi le nostre chiavi di lettura (come ha detto molte volte, e mai sufficientemente ascoltato, Luciano Gallino); con il risultato che un futuro insieme diverso ed incerto noi lo leggiamo con occhiali che non ci aiutano neppure ad imboccare la direzione giusta. Sul metro della nostra esperienza, è stato giusto passare alla pensione contributiva in modo che i vecchi in futuro si paghino la pensione col rendimento dei loro contributi e non con quelli dei figli e dei nipoti. Ma la pensione che abbiamo disegnato non presuppone essa stessa quella vita continuativa di lavoro che avemmo noi in passato ma che i figli e i nipoti non avranno? E come costruiranno loro la loro pensione? E´ un esempio fra i tanti dei rischi che corriamo quando adottiamo soluzioni che rimediano a mali noti, ma che a poco servono per quelli del futuro. Stiamo allora attenti alla data delle nostre ricette, misuriamoci con l´intelligenza di questo futuro e non ci chiudiamo nel farlo alle analisi di chi, a volte più a Porto Alegre che a Davos, ha scrutato il domani del mondo. Quali nodi dovremo affrontare? Ne indico qui tre, che già c´erano nel programma della Lista Unitaria.

Il primo è quello della vivibilità del pianeta, che oltre ad un piano per la salvezza e la salubrità dell´acqua, richiede l´abbandono dei combustibili fossili per produrre energia. Queste non sono fantasie da ambientalisti fanatici. Il giorno ormai prossimo che tre miliardi di indiani e di cinesi arriveranno a un consumo di energia vicino a quello attuale di settecentocinquanta milioni di americani e di europei sarà difficile capire se il pianeta sarà distrutto prima dalle guerre per il controllo di un petrolio ormai scarso o dai guasti giganteschi nel frattempo prodotti nell´atmosfera. Su tutti gli essere umani, quale che ne sia la figura sociale e il sindacato di appartenenza, incombe questo dilemma. Ed anche l´Italia avrà la sua parte da fare.

Il secondo nodo riguarda la cura a trecentosessanta gradi che dovremo avere per quello che gli economisti chiamano "capitale umano". In un´Europa e in un´Italia che invecchiano, il capitale umano si assottiglia, ma diventa una risorsa sempre più preziosa, perché il nostro sviluppo sarà sempre più affidato alle nostre conoscenze, alle nostre competenze, alla nostra inventiva. Come far sì, allora, che nessun bambino che nasce si perda nel deserto dell´esclusione, come assicurare ad ogni giovane i gradi più alti dell´istruzione, come fare dell´istruzione la palestra della conoscenza e non la fabbrica dei diplomi di carta, come dare vita davvero alla formazione permanente, come costruire un´economia che tutto questo lo valorizzi e non finisca poi per tenerlo ai margini? Ci vorranno le risposte, qui, e non più le sole domande.

Il terzo nodo è quello del rapporto fra pace e sicurezza, fra lotta al terrorismo e lotta alle cause del terrorismo. È un terreno difficile questo per la sinistra e forse al suo interno non ci sarà mai un accordo pieno sull´uso pur limitato delle armi. Ma l´accordo potrà esserci sugli interventi per sradicare la povertà, su quelli per promuovere i diritti democratici nel mondo, su ciò che va fatto, senza ipocrisie, per uno stato palestinese e uno stato israeliano che si riconoscano a vicenda. E sarà già moltissimo.

Non è tutto, ma basta a capire ciò che dobbiamo fare: entrare nel futuro guardando al futuro e non a ciò che abbiamo alle spalle. Solo su questa strada troveremo anche un´idea che possa essere semplice senza essere effimera. (Giuliano Amato, 03-08-2004 la Repubblica)

 


HELIOS Magazine

HELIOSmag@virgilio.it