EMERGENZA DEMOGRAFICA: LO SPAZIO FINITO DELL’UOMO

di Angela Spagna


I fenomeni di estinzione sono parte integrante del processo evolutivo e si verificano quando, in seguito ad una riduzione numerica degli individui, le popolazioni risultano troppo piccole perché sia assicurata la riproduzione. Tale impoverimento può essere determinato da una serie di elementi come, ad esempio, la competizione per spazio e cibo, la predazione e la variazione dei parametri chimico-fisici che caratterizzano l’habitat di appartenenza. Non sempre le specie hanno la capacità di offrire risposte adattative pronte ed efficaci a tali cambiamenti e quindi soccombono.

Anche se l’estinzione è un fenomeno naturale che ha caratterizzato e caratterizza la storia della vita sul nostro pianeta, è drammaticamente nota l’influenza che la specie umana esercita su di essa. Il progresso tecnologico ha portato a questa pericolosa supremazia, imposta dall’umanità non solo sulle altre specie viventi ma anche su sé stessa. La scomparsa di specie animali e vegetali, determinata dall’azione dell’uomo sugli ambienti naturali terrestri ed acquatici, è nota da tempo ed è oggetto di attenzione da parte di organi supernazionali (come l’UNESCO) o privati (WWF locali o di altra natura) che periodicamente rendono noti nutriti elenchi di specie a rischio.

La tutela della biodiversità è diventata un obbligo morale per molte Nazioni in quanto essa rende molti servizi all'uomo: fornisce nutrimento (vegetali e animali), fibre naturali per tessuti (cotone, lana…), materie prime per la produzione di energia (legno e minerali fossili) ed influenza la nostra vita quotidiana in molti altri modi meno evidenti. La diversità genetica poi, è la base della moderna biotecnologia ed è la fonte di nuovi farmaci o di nuovi alimenti. Non meno importante è il valore etico della biodiversità, inteso come "diritto imprescindibile di ogni specie a continuare la propria esistenza solo per il fatto di esistere in natura" (David Ehrenfeld in The Arrogance of Humanism). In questa generale mobilitazione spesso ci si dimentica che anche la variabilità genetica e culturale dell’uomo è in pericolo di estinzione.

La storia dell’umanità è, sin dagli albori, caratterizzata dalla prevaricazione di un individuo sull’altro, di un popolo sull’altro.

Un esempio scottante di questa realtà è stata la colonizzazione europea delle Americhe che determinò, tra il 1500 e il 1600, l’estinzione di un cospicuo numero di popolazioni indigene. Tra queste ricordiamo gli Indiani di Cuba, i Caribe delle rive del Mar dei Carabi, gli Aztechi del Messico e gli Araucani del Sud America. In Nord America la quasi totalità dei ceppi etnico-linguistici venne sterminata. Il massacro delle popolazioni locali fu non solo una conseguenza della politica economica dei conquistadores, ma anche delle malattie introdotte dagli stranieri, ceppi epidemici verso i quali gli indigeni non erano immunizzati come il vaiolo, il morbillo, la difterite, il tifo e l’influenza. Numerose sono quindi le popolazioni scomparse e altrettanto numerose sono quelle che stanno perdendo la propria identità etnica.

Le etnie sono raggruppamenti umani basati sulla somiglianza somatica, linguistica, religiosa e culturale dei loro membri. Nel riconoscimento dell’appartenenza etnica, la somiglianza di tipo somatico ha in parte perso importanza mentre quella di tipo linguistico, religioso e culturale agisce con forza crescente. A tal proposito, il genetista Luigi Luca Cavalli-Sforza ha evidenziato che le differenze genetiche tra i singoli individui (differenze che trovano espressione nel fenotipo) riguardano solo l’uno per mille del DNA e quelle fra popoli diversi, anche lontani fra loro, sono molto piccole e solo di natura statistica. Lo scienziato spiega inoltre che "Noi siamo il frutto di un rimescolamento genetico che dura da migliaia di anni e che è tuttora in corso e, come succede per tutte le altre specie animali, questo continuo rimescolamento migliora la nostra specie e la preserva dall’estinzione".

Ne deriva che la peculiarità di ciascuna popolazione deve essere ricercata nella cultura ossia nell’insieme di modelli di comportamento trasmessi da una generazione all’altra mediante apprendimento e quindi indipendenti dal corredo cromosomico.

La lingua è senz’altro uno dei principali caratteri culturali distintivi di un popolo. Un rapporto dell’UNEP (United Nations Environment Programme), il Programma ambientale dell’ONU, ha stimato che le lingue parlate sul pianeta sono comprese tra cinque e settemila e che circa la metà di esse sta già scomparendo. I linguisti considerano una lingua minacciata d’estinzione quando più del 30 per cento dei bambini di una comunità cessa di impararla. Cavalli-Sforza sostiene che: "La diversità linguistica è come la diversità genetica, perché mapparla e coglierne tutte le sfumature è una corsa contro il tempo. I flussi migratori e la facilità degli scambi commerciali non stanno solo imponendo poche lingue di uso comune, ma anche rimescolando i patrimoni genetici delle popolazioni come mai è avvenuto prima. Nel giro di un secolo rischiamo di veder sfumare i contorni di un differenziamento genetico e linguistico cominciato più di centomila anni fa".

Oggi il problema più grave che l’umanità si trova a dover affrontare è l’incremento demografico, in quanto esso porta con sé la spinosa questione delle risorse e dell’alimentazione. Il numero di abitanti e la disponibilità di risorse variano grandemente tra le diverse aree geografiche e le nazioni della Terra e ciò dipende da fattori sociali, economici e politici che impediscono una equa ripartizione e l’applicazione della solidarietà internazionale, premessa fondamentale per uno sviluppo armonico ed equilibrato. La causa principale della crescita di popolazione è stata la diminuzione della mortalità, scesa da valori storici stabiliti da migliaia di anni attorno al 35-40 %, ad un valore medio del 9%. La differenza con il tasso di natalità, pari al 24% in media, determina un tasso di crescita annuo di 1,5%. Secondo un rapporto sullo stato della popolazione mondiale pubblicato nel 1987 dalle Nazioni Unite di Ginevra, il Mondo conterà 7 miliardi di abitanti nel 2010, più di 8 nel 2022 e 10 miliardi nel 2050. Gli studi biodemografici (Soliani e Lucchetti, 1989) hanno messo in evidenza come in passato le popolazioni umane siano state caratterizzate da alti valori di mortalità in equilibrio con un tasso di fecondità altrettanto elevato. Ciò ha reso possibile un tasso di sostituzione in grado di garantire sopravvivenza e continuità alle comunità umane. Sono giunte quindi fino a noi quelle popolazioni la cui strategia riproduttiva è risultata efficace. Il comportamento riproduttivo nella nostra specie è il risultato dell’interazione tra i meccanismi di tipo culturale e quelli prettamente biologici. La riduzione della mortalità ha interrotto questo equilibrio ed oggi le prospettive sul futuro dell’umanità appaiono apocalittiche. Il comportamento riproduttivo delle coppie, ed in particolare quello della donna, è regolato non solo dal potenziale di fertilità ma anche e soprattutto, da quel complesso di stimoli dato dalle tradizioni, dai valori appresi e trasmessi all’interno delle famiglie e delle comunità e dalla morale. La prima Conferenza sulla Popolazione, tenuta a Bucarest nel 1974, ha evidenziato come un’alta fecondità sia correlata con un basso sviluppo. Il tasso di natalità tende a diminuire quando si afferma la crescita economica ed un miglioramento delle condizioni sociali. Questo può aiutarci a capire il perché del sensibile divario tra i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo.

Le tre principali variabili demografiche della popolazione sono la fertilità, la mortalità e le migrazioni. Fino ad oggi la politica dei governi si è concentrata sul controllo di una sola di queste variabili, la mortalità, mediante l’applicazione di leggi umanitarie e investimenti per le ricerche gerontologiche. In passato solo governi dittatoriali come la Germania nazista, la Russia staliniana e la Cambogia hanno messo in atto riprovevoli iniziative per la riduzione programmata dell’incremento demografico. Oggi alcuni paesi come la Cina hanno promosso ed imposto la regolazione delle nascite mediante metodi contraccettivi che difficilmente trovano applicazione in altri contesti culturali.

Come risolvere questa spinosa questione senza incorrere negli errori del passato, nei genocidi e nella limitazione della libertà umana?

La risposta deve essere ricercata nella "saggezza collettiva" dell’Umanità, come afferma Theodosius Dobzhansky, nel comune intento delle nazioni di raggiungere un nuovo equilibrio politico, sociale ed economico. Occorre prendere coscienza del fatto che qualsiasi sforzo economico e tecnologico, anche globale, si annulla se la popolazione mondiale si incrementa senza limiti.

In conclusione le parole dell’antropologo Brunetto Chiarelli risultano particolarmente illuminanti:

"L’Uomo è parte di un ecosistema e lo è sempre stato, fin dalla comparsa dei suoi più antichi antenati su questo globo, sei o più milioni di anni fa. L’interazione tra l’Uomo e l’ecosistema è quindi uno dei punti cardine per impostare ogni problema connesso con la sua possibile sopravvivenza e per il possibile futuro sviluppo della civiltà umana. La cultura, come caratteristica tutta umana di interazione cosciente con l’ambiente, di capacità cioè di trasformare l’ambiente secondo determinati fini o secondo le proprie esperienze, è stato ed è un fattore determinante anche per adattare l’Uomo all’ambiente medesimo. Ma come l’ambiente ha agito per milioni di anni per plasmare l’evoluzione umana, così la cultura umana deve ora interagire responsabilmente con l’ambiente per assicurare la sua stessa futura sopravvivenza".

 


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