generazione X - I MOS MAIORUM NELL’ERA GLOBALE

di Linda Chiumiento


In una metamorfosi kafkiana gli assiomi su cui si edificano le società si snaturano della loro essenza costitutiva sotto la forte pressione di moti sovversivi. In ogni epoca l’ethos dominante è sconvolto nel proprio etimo originario e semantico dall’azione irrompente ed incessante della contro cultura giovanile, che interpreta con risoluzioni sostanziali la necessità di una rifondazione generale nell’etnia d’appartenenza.

In seno alla collettività degli anni ’60 lo spirito progressista dei giovani si palesa nell’evoluzione e nell’affermazione della contestazione studentesca, i cui scopi primi trascendono il ristretto e dogmatico ambito scolastico per inondare una più ampia prospettiva sociale. I vecchi valori sono trascinati e sbriciolati nei cortei e, perdendo la loro precedente importanza, sono soppiantati da concezioni idealiste maggiormente in armonia con le nascenti esigenze.

In seguito, si assiste dagli anni ’80 in poi ad un riflusso, cioè al ritorno al silenzio del passato. Le grida di libertà sono sovrastate dai jingle degli spot pubblicitari, il rumore sincronico dei passi in una marcia va scemando nella maratona dell’industrializzazione avanzata, il vapore delle ciminiere avvolge tutto con il suo grigio fumo e confonde e sublima ciò che è stato. L’autunno caldo delle bandiere è barattato con una primavera tiepida delle stoffe. Trenta denari per l’anima di una generazione.

I giovani del XX° secolo aprono il testamento dei sessantottini e diventano ereditieri di un lascito pesante, un fardello di amare disillusioni e speranze tradite difficile da amministrare razionalmente. Di fronte all’onere di questa consapevolezza i giovani si distaccano dalla società ufficiale per costruire una solida e variegata subcultura, fatta di comportamenti, rituali, norme ascritte, valori spesso in antitesi con l’andamento comune.

Penetrare a fondo la tendenza ad alienarsi volontariamente dalla società, per raggiungere un eclettico iperuranio appositamente costruito, è un’ operazione complessa; ma si può tracciare, se pur con mano incerta, il volto poliedrico della cultura giovanile, nelle sue molteplici sfaccettature, espressioni, maschere e deformità.

Nella carta d’identità di questa categoria sociale alla voce stato civile segue uno spazio vuoto. La nuova generazione è incline a mettere tende in famiglia per lungo tempo, a rigettare l’idea del matrimonio, della convivenza, della vita da soli e con essa la possibilità dell’autarchia. Il tepore domestico, l’amore del focolare, le comodità sembrano essere argomentazioni sufficienti per trascurare l’intenzione di rendersi indipendenti; però non si può sviscerare il rapporto giovani-famiglia senza incastrarlo in un quadro che vada ben oltre le mura di casa, infatti, sulle scelte di questi celibi impenitenti hanno un peso rilevante il moderno percorso universitario, ripido, in salita e con complesse mappe d’interpretazione, ed il sistema lavorativo, precario, insicuro e di difficile accesso. I giovani non levano l’ancora con le loro valigie perché non possono abbandonare l’unico scoglio fidato per una zattera dall’intelaiatura labile e pronta a cedere ad ogni movimento improvviso.

La voce connotati e contrassegni salienti occupa un posto importante nell’identificazione di questa massa variopinta e informe. Al primo rigo si legge "insicurezza e bisogno di omologazione", derivante da una generale situazione di squilibrio di varie forze attive in società che influisce notevolmente sulla psicologia dei giovani. "Su tutto questo scenario pesa quella che i sociologi chiamano <sindrome da perdita da futuro> a cui contribuiscono le difficoltà a trovare una prima occupazione e, in generale, il senso di precarietà". Il giovane si immerge in acque che conosce e che hanno i medesimi flussi ondosi, il gruppo, in cui cerca e trova la sicurezza tanto agognata, soddisfazione e "l’altro" in cui rispecchiarsi tramite il linguaggio, i modi di vestire, l’ideologia politica, le filosofie di vita. Il gruppo, però, non deve essere inteso dai più come gregge, infatti, il singolo non cede la propria individualità al conformismo, adattandosi apaticamente ai modelli proposti, ma da un lato rinforza il proprio "io", di fronte a se stesso e al mondo, dall’altro si inserisce in un habitat di cui sopporta fisicamente e psicologicamente l’ecosistema.

Al secondo rigo si legge in grassetto "gusto della trasgressione", che sfocia in comportamenti ritenuti antisociali, privi di un sostrato culturale, guidati da presupposti sbagliati, individuati nel fumare e nel non pagare il biglietto su mezzi pubblici. I ben pensanti che additano questi atteggiamenti sono proprio coloro che negli anni ’60-70 hanno veramente saputo coniugare il verbo trasgredire e che ora, ancorati ai loro stereotipi esistenzialisti, non sanno accettare questa particolare attitudine alla disubbidienza, che si manifesta in maniera diversa dalla loro. Infatti, al giorno d’oggi non si possono portare ancora avanti i medesimi atteggiamenti di rivolta perpetuali nel sessantotto, in quanto apparirebbero estemporanei e fini a se stessi. Così come non si può sublimare l’atto trasgressivo solo nel fumo e nella mancata obliterazione di un biglietto, infatti sono ben altri gli atti di insubordinazione portati avanti dalla nuova generazione, ritrovabili nella negazione delle leggi sociali, dei sistemi imposti, nella capacità di interessarsi ai problemi sociali e nel cercare di capire i meccanismi che si trovano dietro, nascosti abilmente. Non si potrebbe altrimenti spiegare la nascita dei neo movimenti, dai no global alle associazioni di volontariato, che non accettano e non credono in ciò che viene recitato sul palco, ma vogliono e pretendono di andare nei backstage, capire i trucchi e smascherarli platealmente. Non si può accusare i giovani perché vanno all’utopistica ricerca di un’istituzione di cui la meritocrazia e la giustizia ne siano il basamento. Quindi la forte critica fatta ai giovani ribelli dai nonni inariditi e scottati dal fallimento delle loro proposte rivoluzionarie non ha un reale fondamento, se non in sporadici casi che non costituiscono l’assoluto.

Il mondo adulto spesso è indifferente ai giovani e sostituisce all’accusa, che è pur sempre una forma d’interesse, nonostante in alcuni casi un interesse particolarmente sterile, l’assoluta noncuranza, quasi in un’ottica stoica. La psiche dei giovani è minata da questa posizione. "il male è diffuso, le sue metastasi corrono lente a colpire la linfa più giovane ed esuberante" P. Crepet. Lo stato non si interessa al problema se non in maniera superficiale, infatti "le ricerche su questo argomento finanziate dal nostro ministero si riferiscono ad un campione di poche decine di giovani e con un costo di appena 150 milioni" , P. Crepet, contro i miliardi spesi in ricerche di mercato da parte di industrie di moda per capire le tendenze dei giovani. I giovani sono visti come potenziali acquirenti non come persone in via di formazione. I giovani, non capiti o abbandonati a se stessi, sono portati all’anomia e al suicidio a causa, quindi, della "trasformazione della famiglia, diventata una struttura anoressica e totalmente muta, del degrado dei nostri quartieri e della scuola" P. Crepet.

Non si può accusare una pianta di non crescere se la si lascia al buio, così come non la si può accusare di crescere storta se la si priva di una sostegno.

In realtà non si può affermare né che la società, la famiglia, la scuola siano totalmente responsabili della situazione giovanile né che i ragazzi lo siano e delle società e delle propria condizione. Ad influire sono diversi ed opposti fattori, che si attraggono e si mescolano in un generale magnetismo.


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