racconto - E’ in partenza dal terzo binario…….

di Mimmo Codispoti
Mi rimpicciolisco raggomitolandomi sul sedile, uno sguardo alla borsa, dove ho riposto il giornale, e all’ombrello nuovo sulla retìna portaoggetti e provo a chiudere gli occhi e sonnecchiare.
Chiudo gli occhi per non vedere quella gente osservata al mio ingresso nella stazione centrale di Reggio Calabria, sparsa a mucchietti, in posti fissi e non casuali, vivace e vibrante di voci e di colori, con predominanza di giallo e di nero, che s’abbraccia e si bacia ogni mattina come se non si vedesse da anni, che non protesta più all’annuncio del ritardo della partenza – è ormai una norma –, che s’accalca alla ricerca del posto per sé e per le tre colleghe cha saliranno a Brancaleone, scegliendo fra il compartimento fumatori, che si riempirà di fumo, e quello dei non, che si riempirà di saggi.
L’espresso 888 inizia finalmente il suo viaggio verso la Jonica, un viaggio interminabile più nel tempo che nello spazio, su rotaie che si snodano fra case abusive e orti, lambendo ora il mare, ora bucando la montagna, arida e deserta, sprofondando nel buio di una galleria.
L’oscurità rende indistinta l’acqua e confonde i contorni delle cose, annullando il tutto e conferendo all’insieme omogeneità di forma e di colore. Fra poco il sole sorgerà sull’acqua e la luce inonderà di colore la riva e il cielo.
Pensieri, aspirazioni, idee, svaniscono lungo il tragitto che annulla la mia realtà cosciente, umiliata dalla costrizione di un viaggio quotidiano così assurdo, a vantaggio della sfera emotiva, addolcita dalla vista dell’acqua che invade la riva.
Sonnecchio perché questo treno, pieno di insegnanti e di cultura, mi porta, passando per Saline, con le sue ciminiere che non hanno mai inquinato e con il suo porto che non ha mai accolto nessun Ulisse, per Melito, in attesa del miracolo della moltiplicazione dei binari, per Bova, confusa fra il tempo greco e il Tempio ebraico, all’idea profondamente sentita e vissuta di non volere provvedere all’aggiornamento di questi insegnanti che non comprano il giornale e vogliono utilizzare il mio quotidiano per…. leggersi l’oroscopo.
Questo viaggio verso Monasterace, fra voci anonime cui non voglio dare una fisicità, mi permette di scoprire la ricchezza della variabilità umana e la profondità degli interessi della classe docente: i discorsi più ovvi e più vari oscillano fra questi sedili, s’innalzano nello scompartimento e si diffondono nonostante la premessa di confidenziale e di riservato. Così ognuno sa tutto di ognuno e nessuno vorrebbe scendere per saperne di più, mentre chi sale lungo il tragitto rimpiange di saperne di meno.
Sempre più confuso, mentre le stazioni si susseguono, le fermate si moltiplicano e i ritardi si accumulano, sonnecchio e sogno persone serene, equilibrate, contemplanti in silenzio l’acqua che continua ad imbiancarsi sollevandosi sugli scogli.
Voci più acute e gli scossoni che la mia materialità prova, oscillando su questo treno che rotola nel sud, spingono a galla la mia asocialità e sonnecchio e non reagisco a coloro che dibattono se "il punto a rovescio sia più completo di quello diritto", "se insegnare al superiore è essere fuori della media", "se il bidello che si atteggia a preside è un furbo o un represso", "se il preside rappresenta la punitiva figura paterna e gli alunni la parte primitiva dell’essere".
Sono ormai stanco quando quel vociare si affievolisce divenendo bisbiglio: abbiamo superato Siderno, lasciandoci alle spalle quella marea urlante, impegnata sicuramente a provare in altri luoghi quei dialoghi che, domani, saranno riproposti in questo "circo viaggiante".
Il silenzio mi avverte che sono vicino alla meta. Mi alzo, mi stiracchio, prendo la borsa e l’ombrello. Deve essere proprio passato un sacco di tempo: l’ombrello nuovo si è riempito di buchi e di pezze. Lo osservo con curiosità e scopro che non è il mio. Aveva ragione mio nonno quando mi diceva che noi insegnanti siamo vendicativi!
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