società - La solitudine: ossimoro antropologico

(relazione tenuta al convegno su "La solitudine nella città globale" - 

organizzato dall'Associazione Mogli dei Medici Italiani - Locri, 19.2.2005)

di Pino Rotta


Chiedere alla sociologia di definire la solitudine sembra una contraddizione in termini.

Come può infatti una disciplina che studia le relazioni tra individui e gruppi e la struttura di queste relazioni definire il concetto di solitudine?

A complicare questa domanda poi interviene la realtà del mondo contemporaneo in cui la comunicazione multimediale consente a tutti di comunicare con il resto del mondo praticamente in tempo reale.

Il progetto di vita che appartiene ad ogni individuo, che ci definisce, che individua nella socialità consapevole il fattore di distinzione tra la specie umana ed il resto del mondo animale, quello che ci identifica, qualunque esso sia  non importa se siamo bidelli o astronauti, si muove grazie a due grandi spinte: l’azione produttiva e la relazione affettiva. Entrambe queste situazioni presuppongono un rapporto con gli altri, una struttura di gruppo, con propri codici, regole premi e sanzioni. Dire questo è un po’ diverso dallo schema di analisi freudiana giocata tutta su “sesso, denaro e religione”, un po’ ma non completamente estraneo da questo schema. Senza entrare in un campo che non mi appartiene e che sarebbe certo meglio sviluppato dai nostri amici psicanalisti, vorrei però che si tenesse in considerazione questo presupposto di natura psicologica nell’analisi che stiamo sviluppando. Bisogna infatti avere ben chiaro il meccanismo della formazione e della trasformazione della propria identità, perché la solitudine non è percepita da tutti allo stesso modo e per le stesse cause, la percezione che abbiamo della solitudine è  funzione della struttura della nostra personalità, della dinamica di trasformazione di essa nel tempo, del contesto e dell’ambiente in cui queste dinamiche vengono agite.

E’ evidente la radice marxiana della mia analisi, ma quelli tra i presenti che hanno già letto le mie tesi sanno già che ho tentato di dare una lettura per così dire “non materialistica” dell’esistenza, privilegiando l’analisi di tipo bioantropologico che associa in maniera sinergica le radici culturali e la fisiologia di specie, e spero di riuscire a chiarire anche oggi questo concetto, con uno sforzo di sintesi per non risultare tedioso.

Partiremo dall’analisi del concetto di identità, analizzeremo lo strumento principe della nostra specie cioè il linguaggio e con esso la comunicazione ed infine approderemo al concetto di solitudine intesa come privazione come “assenza di…”. (*)

Cominciamo quindi con il processo di formazione dell’identità. Alla nascita abbiamo un patrimonio genetico che ci predispone ad affrontare il problema della sopravvivenza, ma l’evoluzione della nostra specie (*) ha plasmato questo nostro patrimonio in maniera che suscitasse anche il senso di socialità quale elemento rafforzativo delle potenzialità di successo. Abbiamo quindi gli strumenti per sviluppare il nostro essere individui sociali, ma avere le potenzialità per diventare qualcosa non significa che lo si è già. Alla nascita non siamo proprio come diceva Aristotele “tabula rasa” ma ci avviciniamo molto, diciamo che abbiamo in noi lo schema complesso, caotico e proteiforme di un immenso puzzle da comporre (*). Il problema è come lo componiamo questo puzzle?

Ferruccio Rossi Landi è uno degli autori che mi piace citare su questo punto. E vorrei farlo richiamando una situazione molto efficace che lui elabora per chiarire il concetto di “prodotto culturale”. Immaginiamo un muratore che sta costruendo un edificio. Lo vediamo all’opera mentre utilizza i suoi strumenti (la cazzuola, il martello, la livella ecc..) e seguirà un progetto elaborato da un architetto per realizzare l’opera. Alla fine l’edificio verrà realizzato ed il muratore lo vedrà non come un insieme di pietre e calcina ma come il risultato del suo lavoro, della sua capacità di trasformare la materia e dargli forma. Naturalmente il risultato finale sarà più o meno efficace a seconda della capacità di utilizzo degli strumenti e del gusto estetico che vi verrà espresso. Comunque sarà il prodotto del muratore. Ma perché riteniamo che quell’edificio rappresenti un “prodotto culturale”? Indipendentemente dal grado di consapevolezza del muratore, che potrà influire sulla qualità finale ma non sull’essenza del prodotto, egli avrà utilizzato strumenti che sono il frutto del lavoro di altri che prima di lui ne hanno intuito e sperimentato l’esigenza e l’utilità. Questi strumenti nel tempo cambiano di forma si evolvono ma la funzione semantica che li caratterizza è sempre la stessa sono il simbolo dell’ingegno e del lavoro umano, trasmesso generazione dopo generazione. Con essi si realizza un prodotto materiale che però è un mondo complesso di elaborazione antropologica. Una slitta e una barca sono entrambe fatte di legno ed hanno entrambe la funzione di trasporto ma nello stesso tempo essi rappresentano anche due modi in cui l’uomo vede il suo mondo ed il ruolo che egli ha in questo mondo. Ecco che guardando il prodotto dell’uomo traiamo una quantità enorme di informazioni sulla sua identità e sulla sua personalità, ma, e in questo differisce la mia tesi dalla lettura tradizionale delle teorie marxiane, non è il prodotto che comunica tutte queste qualità antropologiche ma è l’uomo che ad esso si relaziona che trae informazioni, emozioni e sentimenti, ognuno partendo dal proprio bagaglio individuale e collettivo di conoscenza, sensibilità e gusto. Il muratore che guarda la sua opera finita ci vede se stesso in quell’opera, vede quello che lui ha pensato, capito, appreso, sentito e realizzato. Ma non solo, vede anche la propria identità offerta alla valutazione degli altri e più alto è il valore che egli da alla sua opera maggiore sarà l’aspettativa di approvazione da parte degli altri. Da queste riflessioni possiamo trarre un primo dato: l’identità e la personalità di un individuo si realizzano e si manifestano attraverso prodotti culturali. Il lavoro, cioè la capacità di trasformare la realtà, è imprescindibile nel processo di identificazione.

Abbiamo parlato del prodotto culturale e degli strumenti necessari per il lavoro. E’ evidente che per tagliare una pelle e farne un indumento possiamo usare una scaglia di selce o un raggio laser quello che è meno evidente è come si sia passati dalla pietra al laser (Jacques Lacan, nella foto a fianco). Senza soffermarci troppo a lungo sul rapporto tra evoluzione della tecnologia ed evoluzione del linguaggio, vorrei che ci soffermassimo sull’ambito in cui questo processo avviene, cioè l’ambito della socialità.

Sappiamo dagli studi di neurofisologia che lo sviluppo di alcune aree del cervello preposte alle funzioni linguistiche è direttamente collegato allo sviluppo di altre aree in cui sono esercitate soprattutto funzioni visive, cinetiche e di memoria. Sarebbe come dire che se io vedo un ceppo in terra ed appoggiandomici sopra trovo sollievo sarò portato non solo a ripetere l’azione ma anche a trasmettere agli altri questa esperienza e per farlo dovrò modificare il ruolo che quell’oggetto assume nello spazio, da tronco casualmente poggiato al suolo a strumento di ristoro fisico rappresentato linguistigamente dalla parola “sedia”. Da questo semplice esempio emergono una serie di novità utili al nostro discorso. Per prima cosa la necessità di trasmettere agli altri la nuova funzione di un oggetto introduce nella realtà un suono, un termine, una parola nuova che va ad arricchire il bagaglio linguistico già posseduto, ma da subito l’uso di questo nuovo termine avrà la funzione di modificare la realtà materiale e psicologica di chi la usa. Dove prima io vedevo solo un pezzo di legno ora vedo un oggetto chiamato “sedia” (*) che mi richiama alla mente il concetto di stanchezza, riposo, benessere, arredamento, funzionalità, estetica, ecc. mentre cioè l’interazione con il mondo esterno produce il linguaggio questo stesso a sua volta arricchisce e rende più complessa questa interazione. Così possiamo dire che come i modelli fissi di comportamento dettati da bisogni fisiologici si evolvono sotto lo stimolo del linguaggio che trasforma la realtà, i modelli fissi di comportamento di tipo culturale si evolvono contemporaneamente nell’ambito della comunicazione agita nella società. Parliamo cioè di coevoluzione dei modelli di comportamento a base biologica e culturale, una funzione resa possibile appunto dal linguaggio che è allo stesso tempo prodotto culturale e strumento di trasformazione della realtà fisica, psichica e culturale.

Fin qui abbiamo seguito le tracce classiche delle teorie sociologiche, psicoanalitiche e di antropologia culturale maturate e sviluppatesi nell’era industriale e postindustriale, scomodando di sfuggita, Marx, Lacan, MacLuhan. Laborit, Wittghenstein e qualche altro. Ora però alle soglie del Terzo Millennio ci si accorge che lo sviluppo di questi processi non è lineare e costante come forse i nostri maestri delle teorie moderne avevano prefigurato. Questi processi seguono uno sviluppo che diventa tanto più veloce quanto più aumenta la sua complessità. In questo slancio frenetico alla rincorsa dello sviluppo tecnologico, la comunicazione si sta manifestando con esperienze nuove che in passato non erano neanche prefigurabili e quindi in gran parte ancora poco conosciute dal punto di vista dell’analisi sia antropologica che psicologica.

Nella società moderna, cioè nel modello agro-industriale, la comunicazione avveniva con l’uso prevalente del linguaggio parlato, con i suoi codici e suoi ambiti spazio-temporali che per quanto flessibili erano sempre ben individuabili, circoscritti all’interno di una comunità, di un territorio e trasmessi nel tempo con un rapporto diciamo naturale da una generazione all’altra.

Cambiando il modo di comunicare cambia anche il modo spazio-temporale di relazionarsi. Al rapporto di comunicazione “de visu” si è sostituito quello mediato dal telefono e dal video. (*). Abbiamo modificato così non soltanto il mezzo per relazionarci ma anche il contenuto, il codice linguistico, il codice metalinguistico ed il flusso di informazioni che ci scambiamo. Abbiamo soprattutto modificato il territorio in cui avviene la comunicazione (*). Non è più l’agorà, la piazza, il gruppo di amici o di colleghi ma è l’etere, la rete, un territorio quasi metafisico che, a dirla con Pierre Levy, è un organismo a sé stante autogenerante ed autosufficiente.

E’ un luogo cioè dove viene a mancare il contatto fisico e dove la velocità con cui ci si scambia le informazioni è praticamente tendente al tempo reale complessivo.

Vorrei dire che sono un sostenitore della comunicazione multimediale ciononostante bisogna prendere atto che così come la stampa rivoluzionò il modo di scambiarsi la conoscenza la comunicazione multimediale sta rivoluzionando le relazioni interpersonali. Con la stampa l’effetto andò ben oltre il fenomeno quantitativo, rese anche possibile la democratizzazione della conoscenza, rivoluzionando la cultura e la visione del mondo lasciando indietro quelli che non stavano al passo con il cambiamento, fino ad arrivare al punto che a metà del secolo scorso ed anche oltre nella nostra realtà sociale iniziò il gap di sviluppo che ci portiamo ancora oggi. Fino ai primi anni ’70 il tasso di analfabetismo nella nostra provincia superava il 60% più del doppio rispetto alle realtà del nord e soprattutto di altre nazione come la Francia  o l’Inghilterra, dal ‘70 in poi si cominciò a percepire questa condizione come una diminutio uno stato di emarginazione. In pochi anni si sono fatti passi da gigante tanto che arrivammo ad assumere primati di scolarizzazione, solo che il resto del mondo andava già da un’altra parte. La cultura si può trasmettere per via orale ma non in pastiglie. Oggi la comunicazione multimediale, che nella nostra realtà si muove con incedere lento così come fu per l’alfabetizzazione, sta irrompendo nella nostra vita modificando la nostra percezione della realtà. Questo paradossalmente ci da il vantaggio di conoscere gli effetti di un fenomeno ormai diffuso nelle società occidentali più avanzate, anche se non abbiamo ne gli strumenti ne la sensibilità diffusa, direi politica, per affrontare questa sfida senza atteggiamenti da fondamentalismo antimodernista o ipermodernista.

Le dinamiche della società postmoderna sono ormai conosciute e già da almeno trent’anni vengono studiate per individuarne potenzialità e punti di crisi sia per le classi sociali che per i singoli individui. E qui entriamo e potremmo affondare le mani nel tema che stiamo affrontando.

Abbiamo visto che ciò che ci identifica è il lavoro, il territorio in cui agiamo ed il riconoscimento sociale che traiamo dalla nostra azione.

Per inciso non dobbiamo rendere troppo romantici questi concetti, poiché il meccanismo è identico tanto per l’insigne chirurgo quanto per il più crudele dei mafiosi, dal punto di vista sociologico, diremo che si tratta solo di categorie sociali differenti, ma il processo di identificazione è lo stesso per entrambi. Semmai sarebbe interessante capire com’è che una stessa società produce una mente eccellente che potrà essere dedicata all’arte o al crimine, ma non abbiamo qui il tempo necessario.

Quindi noi siamo l’azione, il territorio e il riconoscimento sociale.

In una piccola comunità rurale questi tre elementi sono ben definiti. In una scala gerarchica ideale la priorità è assegnata alla comunità, segue la famiglia, l’individuo maschio, poi le femmine appartenenti alla famiglia. L’azione ruota attorno al mantenimento della struttura sociale che è individuata anche come comunità e quindi come territorio fisico, il riconoscimento sociale è messo in relazione con la capacità di dare ed accrescere prestigio e sicurezza alla comunità, esattamente come in un organismo biologico, i singoli organi esistono solo in funzione del tutto. Le norme morali sono rigide spesso oppressive della dignità individuale, soprattutto femminile, le sanzioni esercitate dal controllo sociale, più che dall’istituzione, sono semplici ed immediate. Tutto è funzionale al mantenimento della struttura sociale. Chi vivrebbe mai oggi in una famiglia o in una comunità a stretto regime patriarcale? Dove l’individuo esiste solo in relazione all’appartenenza,  in qualità di figlio di…, figlia o moglie di… ecc, e fin tanto che la società lo riconosce. Basta richiamare alla memoria le pagine immortali di Luigi Pirandello per avere chiaro il concetto. La gente appena può scappa per andare in città. Eppure in quel tipo di società, il sentimento di solitudine era non dico assente, ma sicuramente sporadico, altri problemi affliggevano le persone ma la solitudine era un problema poco avvertito.

Quel tipo di società comincia ad andare in crisi già dalla seconda età degli anni ’50. Con il boom economico degli anni sessanta, l’alfabetizzazione di massa e la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa determinano molte trasformazioni, ma una in particolare segna un svolta radicale nella cultura occidentale: il riconoscimento della libertà individuale come valore universale, il trinomio illuminista, due secoli dopo era diventato popolare. Per molti anni si è fatta, a volte anche strumentalmente, un’associazione assolutamente furviante tra i movimenti di contestazione di massa degli anni sessanta ed il concetto di collettivismo politico. Gli anni sessanta hanno conosciuto movimenti giovanili di massa in tutto il mondo, in contestazione con un sistema sociale rigido ed oppressivo della dignità personale, e fu di massa perché era diffuso e comune lo stesso sentimento che possiamo riassumere in uno slogan: “Io ho il diritto di essere libero e me stesso!”. Il fatto che questo sentimento fosse condiviso da una moltitudine nello stesso tempo ha certo avuto un effetto accelerante nella trasformazione e nella rottura delle rigide norme sociali degli anni cinquanta, ma questo non toglie che alla base di quella che fu chiamata anche “una rivoluzione culturale” c’è stata una diffusa presa di coscienza del valore della libertà e dell’identità individuale. In particolare quella della donna, storicamente anello debole dell’ingranaggio sociale. In quegli anni si verificò una traslazione del territorio in cui veniva agito il prodotto culturale individuale. Il sentimento di appartenenza alla comunità familiare e civica si dilata al punto tale da diventare praticamente ideale ed universale. Nascono in quegli anni le comuni ma gettano anche nuove basi discipline esoteriche, prima tra tutte la new age. In occidente il rapporto anagrafico tra le generazioni era 60 e 40, cioè il 60% della popolazione nei paesi industrializzati aveva meno di 30 anni. Una società giovane, dinamica e con un forte senso di appartenenza sociale e generazionale e, grazie al crescente benessere economico, con una forte fiducia nel futuro, la voce di quelle generazioni fu ampliata e diffusa dai nuovi media, dalla musica, trasmessa nei juke-box e diffusa da radio e televisione. Anche quel ciclo vide il declino in meno di vent’anni, negli anni ’70 il sistema produttivo occidentale cominciò ad entrare in una crisi strutturale, la concentrazione urbana, dovuta allo svuotamento delle campagne, aveva dato frutti incredibili di degrado ambientale e di emarginazione. Dal clima di cooperazione sociale si passò allo scontro sociale e poi negli anni ottanta alla più sfrenata competizione sociale con fenomeni quali ad esempio lo yuppismo, modelli di arrivismo sociale senza scrupoli e senza valori. Anche in questa fase il ruolo dei media fu importantissimo, lanciando messaggi attraverso telenovela e spot pubblicitari in cui il valore della persona si misurava in rapporto alla sua capacità di emergere economicamente e quindi socialmente. La new economy era abbagliante, tutti potevano diventare ricchi solo spostando soldi da una parte all’altra del mondo. La realtà come si è visto in seguito era molto diversa, il sogno si dimostrò illusione, e sul terreno non rimasero solo le spoglie degli yuppies rimase anche la coscienza collettiva frantumata come un vaso di cristallo caduto in terra. Terrorismo, guerre, malattie epidemiche hanno rapidamente cambiato la percezione dello spazio d’azione che da universale si è ristretto sempre più mano a mano che cresceva il senso di insicurezza individuale. Altro effetto della depressione economica fu l’arresto della crescita demografica e l’inizio dell’invecchiamento della popolazione come oggi lo conosciamo.

Ma la società in questi ultimi venti anni è oggettivamente trasformata e migliorata, anche se noi la percepiamo in crisi, la tecnologia e la multimedialità hanno conosciuto sviluppi e diffusione di massa come pochi altri fenomeni nella storia dell’umanità. Nuova è anche la capacità di diffusione di massa della nuova tecnologia multimediale, dovuta ai veloci progressi scientifici e ai bassi costi di produzione. Un rimedio ideale al restringimento del territorio fisico è sembrato essere l’espansione del territorio virtuale, il telefono mobile e poi la rete internet ci hanno offerto una nuova sensazione di libertà, possiamo comunicare con chiunque e dovunque. Anche se nella realtà questo è vero solo per una parte del mondo, sostanzialmente quella occidentale. Ma intanto le condizioni sociali ed economiche, la trasformazione della città in metropoli e l’effetto globale a cui corrisponde una “invasione del mondo nella sfera del privata” amplificata dalla televisione e dalle telecomunicazioni, ci danno di nuovo la sensazione di essere in grado di viaggiare, conoscere, incontrare, la differenza con il passato anche recentissimo, fino alla fine degli anni ’80, è il viaggio ora si fa da fermi, si fa virtuale. Possiamo incontrare tutto e tutti senza perdere la sicurezza della poltrona di casa nostra. Il problema che si pone però adesso è comunicare “con chi e che cosa” in questo nuovo territorio che ha regole in massima parte ancora  sconosciute e soprattutto che ha ritmi improntati alla massima velocità di scambio delle informazioni. Sono “informazioni fast food” che si consumano in tempo reale per essere sostituite subito da altre ed anche queste sono  un prodotto culturale, ma un prodotto che per avere successo deve trovare un pubblico uniforme non solo per capacità di linguaggio ma anche per sensibilità e gusto. Così l’esperienza individuale viene agita in un territorio che esclude il contatto fisico che è inveve alla base del riconoscimento del proprio territorio di appartenenza fatto di storia, di paesaggi, di uomini e di donne che si muovono e parlano secondo equilibri di relazione prossemica funzionali ai propri bisogni non solo materiali ma soprattutto spirituali. Questa nuova esperienza regolata è da ritmi e velocità che sono del tutto nuovi ed abnormi per la maggior parte delle persone. In questo territorio che non ci appartiene, dove i corpi non hanno più valore semantico con le caratteristiche proprie di ogni singola persona, in cui la velocità riduce la possibilità di senso complesso nella comunicazione, ci sentiamo letteralmente smarriti, ma rimaniamo come ipnotizzati dal susseguirsi di immagini e suoni nati per esistere in questi territori nuovi, con regole e problemi nuovi. Ci stiamo abituando a guardare anche il mondo reale esattamente come se fosse un grandissimo teleschermo, soprattutto i bambini e gli adolescenti sono soggetti a questa attrazione fatale e se il mondo reale si rifiuta di assoggettarsi ai canoni televisivi rimaniamo delusi e spesso tendiamo a rifiutare non la televisione ma la realtà che ci circonda. Questi territori sono in continuo aumento perché sono l’habitat naturale del pensiero uniforme, globale, commerciabile, “sono i fast food della mente”. Il luogo in cui non hai il tempo di riflettere sul senso di alterità, sul confine, sul passaggio, sulle aporie descritte da Jacques Derrida.

Uno dei più importanti antropologi contemporanei, il francese Marc Auge (nella foto), ha definito questi territori “Atopos” cioè “non-luoghi”, territori in cui il tutto ed il particolare si mescolano: “l’esperienza del non-luogo (indissociabile da una percezione più o meno chiara dell’accelerazione della storia e del restringimento del pianeta) è oggi una componente essenziale di ogni esistenza sociale… mai le storie individuali sono state così coinvolte nella storia generale… non c’è più analisi sociale che possa tralasciare gli individui né analisi degli individui che possa ignorare gli spazi attraverso i quali essi transitano.” (Marc Augè).

E’ evidente che qui si parla certo di spazi fisici che, come abbiamo sopra accennato, hanno un’enorme incidenza sulla formazione della personalità e sull’azione sociale ed individuale, ma si parla anche di spazi antropologici, cioè di luoghi in cui i segni dell’essere hanno un significato che può essere compreso, usato, trasformato, personalizzato ed infine trasmesso e tramandato. Sono questi gli spazi di cui oggi cominciamo a sentire la mancanza (nelle grandi città sono ormai la regola), per questo all’inizio abbiamo parlato della solitudine come “assenza di…” qualcosa, questo qualcosa è rappresentato dall’alterità irrinunciabile per sentirsi completi. Il confine dove finisce la mia persona è lo stesso confine dove inizia l’altra persona, è un confine fisico e metafisico nello stesso tempo, che sta lì in attesa solo di essere attraversato o anche solo interrogato. Ci troviamo invece sempre più spesso intrappolati nel nostro presente, con il timore di guardare avanti e l’incapacità di guardarci indietro in maniera costruttiva. Ma sappiamo che accontentandoci di un eterno “qui e ora” continueremo a sentirci privati del senso della nostra esistenza, sconnessi dal resto del mondo, persi nella nostra solitudine.


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