"A.A.A. cercasi urgentemente, causa globalizzazione in corso, candidato autorevole e referenziato per assumere governo unitario del pianeta, meglio se democratico, rispettoso dei diritti umani e con qualche esperienza. astenersi perditempo e intermediari"
In queste righe affronterò alcuni aspetti del tanto trito quanto inesauribile tema della globalizzazione. Anticipo in sintesi i punti-chiave del ragionamento che tenterò poi di sviluppare in dettaglio:
Il mondo si trova in uno stato di grave crisi rispetto al progresso del benessere, della ricchezza e della civiltà e non riesce a fronteggiare efficacemente alcune sfide decisive che si presentano; un fattore determinante di questa crisi è lo squilibrio che si è verificato nel processo di globalizzazione a causa del mancato sviluppo di istituzioni politiche globali che possano interagire con gli altri sempre più forti poteri operanti su scala planetaria.
La società dovrebbe perseguire con determinazione e urgenza la costituzione di nuove autorità politiche in prospettiva universali, superando il principio di sovranità basata sul territorio, e adoperarsi perché tali future autorità rispecchino quei principi di democrazia, libertà, affermazione del diritto che hanno saputo fin’ora meglio consentire all’umanità il progresso morale e materiale.
Nel moderno mondo globalizzato il concetto di sovranità e autonomia delle nazioni è ormai sempre più puramente figurativo, essendo sempre più le stesse nazioni incapaci di governare i fenomeni più critici. Il rispetto della sovranità altrui è invece spesso un’ipocrita giustificazione per le nazioni più potenti per sfruttare le risorse del resto del mondo senza rispondere politicamente delle responsabilità che derivano dal dominio; sarebbe più coerente e costruttivo esplorare la possibilità di sviluppare progressivamente delle piene annessioni fra Stati, a cui far corrispondere la concreta estensione e armonizzazione dei diritti di cittadinanza.
E’ futile prefigurare qualsiasi processo di istituzionalizzazione di un governo planetario se non uno che incorpori e sviluppi le leadership politico-economico-militari già oggi affermate, e in particolare quella del sistema-America. Le pur comprensibili riserve e i timori che si possono avere nei confronti dell’egemonia Americana e di un suo futuro accrescimento non devono far dimenticare che l’America (più di altri suoi pari) interpreta, coltiva e difende quei fondamentali valori che sono alla base di una società democratica e liberale, e che essa rappresenta perciò, in ordine all’obiettivo ultimo di un mondo basato su uno Stato di diritto, una garanzia molto di più che una minaccia.
Da ciò consegue che le iniziative Americane in politica estera dovrebbero essere sostenute e per quanto possibile partecipate invece che inutilmente osteggiate, cercando di valorizzare la funzionalità di queste situazioni allo sviluppo di una politica globale planetaria piuttosto che lasciando che esse si esauriscano in una mera manifestazione di imperialismo "self-centered".
L’assetto che vanno assumendo le istituzioni Europee, di agenzia multilaterale subordinata e "sussidiaria" alle burocrazie locali sovrane di cui sono sempre più esclusiva espressione, va in direzione diametralmente opposta a quella auspicabile; affinché l’Europa possa partecipare al processo di globalizzazione con il ruolo protagonista che la sua storia, la sua ricchezza materiale e culturale e le circostanze potrebbero assegnarle, l’evoluzione delle istituzioni Europee deve subìre una drastica inversione di rotta, e ciò nell’orizzonte temporale degli anni piuttosto che dei decenni.
2. L’epoca dell’entusiasmo mondialista
L’atteggiamento critico nei confronti della globalizzazione è un fenomeno relativamente recente. Almeno fino ai primi anni 90, tutto ciò che si associava al superamento delle barriere nazionali e all’integrazione delle culture, delle leggi e delle economie era generalmente considerato positivo: "internazionale", "mondiale", "universale" erano concetti utilizzati nel senso di "buono", "positivo", laddove "locale" e "territoriale", erano sinonimo di antiquato, retrogrado, limitante. Il progresso della civiltà e della società era visto intrinsecamente connesso allo sviluppo di un sistema sempre meno particolare e sempre più generale.
I simboli e i valori di questa ideologia mondialista si riconoscevano chiaramente in alcuni stili di vita (viaggiare, studiare le lingue), consumi (gli allora nascenti "brand" globali), fatti culturali (importanti o minori, dal tour di "Viva la gente" ai programmi di scambio universitario, all’ecumenismo religioso, alla musica), istituzioni (Nazioni Unite, Comunità Europea); tutti questi fenomeni eterogenei, grandi e piccoli, avevano il concetto di integrazione universale come comune denominatore.
La globalizzazione si sviluppava e prendeva forma più distinta (il nome del fenomeno ancora non era stato codificato) in ogni ambito del vivere socio-economico-culturale. Tutto sembrava prefigurare per l’umanità un assetto futuro più integrato e armonico su scala planetaria. Anche sul piano politico si tentava di riconoscere nel processo evolutivo i segnali di una progressiva integrazione fra autorità e sistemi di governo diversi; sembrava in qualche modo naturale che l’organizzazione politica della società volesse intrecciarsi e fondersi a livello mondiale in modo coerente, così come si andavano intrecciando le culture e le economie. Semplificando al massimo, il processo che sembrava "naturale" era che le autorità nazionali si sarebbero sempre più integrate unificando leggi, apparati, diritti e doveri, opportunità, rendendoci tutti cittadini di una sempre più ampia democrazia liberale unificata, l’universalità essendo attributo inscindibile della giustizia. Perfino le aggregazioni in blocchi, la crescita e la sempre maggiore integrazione dell’Europa e il progressivo infittimento dei legami fra Europa e Nordamerica sembravano essere comunque parte di un processo in atto verso il superamento del localismo nazionale.
Per tutti gli anni ottanta questa trasformazione sembrò procedere potente e in rapida accelerazione: le nazioni europee stabilivano sempre più ampie cooperazioni e armonizzavano le proprie leggi, il passaporto era sempre meno frequentemente necessario, tante diverse barriere venivano smantellate e le iniziative di concertazione e scambio si moltiplicavano in ogni ambito; un simile progresso si poteva osservare, anche se meno nitido, su scala mondiale. Il decennio si concluse all’insegna di quello che sotto ogni punto di vista sembrò l’evento-simbolo dell’integrazione, la svolta storica che celebrava il trionfo della globalizzazione in atto: l’abbattimento del muro di Berlino, che non solo unificava una nazione ma rimuoveva il simbolo della più severa barriera stabilita su scala mondiale. Se un tale cambiamento era avvenuto così velocemente e così sorprendentemente, allora ogni ipotesi diventava verosimile, anche immaginare che il ventesimo secolo si sarebbe potuto concludere con un’Europa di fatto unificata e che di lì in poi l’integrazione mondiale sarebbe progredita inarrestabile. Non è andata così.
All’alba del terzo millennio l’entusiasmo mondialista è scemato e il mondo si è scoperto assai più critico, scettico e insofferente nei confronti della globalizzazione di quanto chiunque avrebbe potuto prevedere solo quindici anni prima. Il tema dell’integrazione sociopolitica delle nazioni è stato progressivamente accantonato ed è praticamente estraneo ormai a qualsiasi discussione e progetto. Contemporaneamente il localismo è tornato in auge ovunque. Tendenze centrifughe di varia natura (culturali, politiche, etniche) sono evidenti e dilaganti. Quasi per crudele sarcasmo, la cultura del particolare, dell’etnico, del locale è riemersa, potente e in ottima salute, cogliendo tutti di sorpresa: dialetti, costumi e usi locali (spesso frettolosamente rispolverati e impreziositi artificiosamente da una veste di "tradizione" che in realtà non avevano mai avuto), identità e appartenenze a regioni, paesi, perfino quartieri, vengono orgogliosamente recuperati ed esibiti come motivo di orgoglio, non più negati in quanto indice di provincialismo e ignoranza. Movimenti politici tradizionalisti, che si richiamano a improbabili identità etniche (difficilmente riconoscibili da qualsiasi genetista o antropologo), sono presenti ovunque, e prosperano fomentando l’antagonismo fra comunità che, dieci anni fa, non avremmo saputo neanche identificare. Questa tendenza si rafforza grazie alla disgrazia in cui è caduta l’idea mondialista, così che i due pensieri ("locale è bene" e "globale è male") si consolidano fornendosi reciprocamente gli argomenti. Perché? La crisi dell’ideologia mondialista può ricondursi a molti diversi fattori, ma fra questi ve ne sono due che meritano particolare attenzione.
In primis, alcuni forti squilibri e gravi danni che si sono manifestati chiaramente negli anni novanta e che appaiono essere strettamente interconnessi con la globalizzazione economico-finanziaria-imprenditoriale (o almeno, trovano in essa una nuova collocazione): classismo, povertà, sfruttamento, regresso culturale, imperialismo, devastazione dell’ambiente. Non tutte queste sciagure sono imputabili alla globalizzazione, né è detto che ad essa debbano necessariamente associarsi. Ma certo è che ai nostri occhi esse si rivelano intimamente connesse allo sviluppo di un mondo unificato, e ciò da alla globalizzazione una connotazione nuova, e negativa; da qui a vederla come l’ideale capro espiatorio, colpevole di tutti i mali della società moderna, il passo è breve (e fin troppo facile).
Ma vi è un altro e ben più valido motivo per cui il mondialismo è entrato in crisi: esso è stato boicottato, più o meno consapevolmente, da una perversa concentrazione di interessi economico-politici riferiti a un’infinità di persone, aziende, organizzazioni che traggono vantaggio dall’ostilità che si è diffusa nell’opinione pubblica verso la globalizzazione, dalle tendenze centrifughe e localiste che sempre più si manifestano in diversi ambiti, dal perdurare di un assetto sociale frammentato e disorganico sul piano politico, legislativo e organizzativo. Sono troppo numerose le aziende, gli individui, le organizzazioni, le burocrazie che profittando di un mondo disgregato riescono ad accumulare immense ricchezze ed esercitare ampi poteri. Questi soggetti sono, a seconda dei casi, coscienti del proprio vantaggio e deliberatamente organizzati per mantenerlo (fomentando la xenofobia e il particolarismo, e frenando attivamente l’integrazione), oppure semplici attori inconsapevoli, partner involontari o anche solo stupide pedine di un tragico gioco che avvantaggia pochissimi, conviene ad alcuni, ed è invece disastroso per la stragrande maggioranza dell’umanità, vivente e futura.
Il complesso e articolato processo di universalizzazione ha finito per evolversi in modo incoerente e squilibrato, fra i due estremi di una prorompente globalizzazione economico-finanziaria e di una ristagnante disintegrazione politica. E proprio questi squilibri sono fonte di ulteriori problemi. L’assenza di istituzioni politiche e la latitanza di autorità sovrane operanti su scala planetaria finiscono per rendere il mondo globalizzato un "far west", uno spazio deregolamentato dove ogni soggetto persegue i propri interessi regolandosi secondo criteri di convenienza immediata e autoreferenziale.
In questo "pianeta-di-nessuno", orfano di quel governo che una globalizzazione zoppa non ha saputo fin’ora esprimere, si muovono tanti diversi poteri globali, ognuno con sue proprie finalità, non sempre benefiche per il progresso dell’umanità. Nel bene e nel male questi soggetti sono i protagonisti della globalizzazione in atto, e quale che sarà il futuro del pianeta esso sarà comunque espressione del loro agire: i grandi trust finanziari, le imprese smaterializzate, i superricchi, i governi imperialisti, le grandi organizzazioni criminali, le comunità etnico-linguistico-culturali, le chiese, la comunità intellettuale e scientifica. L’unico soggetto veramente assente dalla scena globale è lo Stato, inteso come sistema organico di istituzioni interoperanti secondo un modello organizzativo codificato e dotate di autorità riconosciuta legittima.
Il reticolo di istituzioni internazionali oggi esistenti non costituisce neanche una pallida imitazione di Stato, e rappresenta più che altro un sistema di agenzie multilaterali ove si ratificano solo le decisioni consensuali, vuote di qualsiasi reale autorità di indirizzo o governo. Troppo spesso esse rivelano la loro incapacità di gestire i problemi più scottanti che si pongono alla nostra attenzione. Né tali problemi sono affrontabili da parte dei governi nazionali, che si scoprono ogni giorno più inermi di fronte alle grandi forze globali.
L’inceppamento della globalizzazione politica ha privato il mondo di quei benefici che di una reale integrazione avrebbero dovuto essere la conseguenza naturale: unificazione delle normative, universalità del diritto, uniformità ed estensione dei diritti soggettivi, allargamento e armonizzazione delle condizioni di lavoro e svolgimento di attività economiche, parità delle opportunità di crescita e progresso fra gli individui e i popoli; questi sarebbero le risorse, i mezzi e i poteri necessari per governare i grandi processi e affrontare le crisi globali.
Solo un vero potere globale, strutturato e istituzionalizzato, può proporsi come "regolatore" dei fenomeni globali. Nonostante tutte le riserve e le paure che possiamo avere in merito alla globalizzazione, è proprio l’istituzionalizzazione di un unico potere politico-legislativo-esecutivo legittimamente riconosciuto a livello planetario ciò che dobbiamo perseguire. Non solo è inutile (oltre che stupido) tentare di contrastare la globalizzazione. Al contrario, essa va sostenuta sviluppata e completata, il più rapidamente possibile, da una reale unificazione politica. Se la globalizzazione "zoppa" è la nostra disgrazia, una più compiuta e omnicomprensiva è invece la nostra inevitabile utopia.
Ormai in tutti i paesi del mondo il potere politico incarnato nello Stato nazionale è fortemente limitato nella sua capacità di governare i fenomeni sociali, sempre più condizionati da fatti globali che trascendono il controllo delle istituzioni locali. Nel mondo globalizzato "indipendenza", "autonomia", "autodeterminazione" delle nazioni sono sempre più concetti puramente figurativi. Quando i poteri globali operano liberamente senza frontiere, condizionando l’economia, lo sviluppo e il benessere di qualsiasi popolo della Terra, il principio astratto del "rispetto della sovranità" diventa sempre più spesso un alibi ipocrita con cui si giustifica l’incapacità o la mera mancanza di volontà di estendere e generalizzare ad altri quei vantaggi e quelle tutele che sono invece garantite a casa propria.
Soprattutto per quelle nazioni fra le più potenti e ricche che hanno sviluppato un complesso sistema di garanzie e diritti per i propri cittadini e per le proprie imprese (e dove, guarda caso, si è concentrato il potere economico), è certamente conveniente astenersi dall’assumere una responsabilità politica diretta e palese nei confronti di altri popoli che, comunque, sono a loro totalmente assoggettati. Fa più comodo ai padroni che i disgraziati abbiano il loro proprio governo e la loro propria bandiera: si può così stare a guardare (o addirittura, fare una guerra e poi pretendere di andarsene con la scusa che non si intende occupare un paese sovrano) come se il loro destino non dipendesse comunque da chi ha il denaro, le imprese e le armi.
In realtà, almeno in linea di principio, i valori di democrazia, libertà, eguaglianza di fronte alla legge che tanto orgogliosamente ricordiamo essere fondanti per le nostre società non dovrebbero ammettere alcuna limitazione geografica al loro riconoscimento. La consapevolezza della naturale "universalità" dei diritti di cittadinanza e ben radicata nella nostra coscienza politica, se solo la si vuole riconoscere; non a caso ad essa ci si appella tanto spesso per giustificare ideologicamente azioni politiche che trovano altrimenti ben poco fondamento nel diritto internazionale.
Se gli squilibri derivanti da una globalizzazione asimmetrica non possono essere facilmente evitati, l’ipocrisia del "controllare senza governare" può essere però sbugiardata, reclamando che i paesi dominanti assumano progressivamente e in modo palese la pienezza del potere politico su quei popoli che, a tutti gli effetti, ricadono sotto la loro egemonia. Invece di approfittare del facile "alibi" del rispetto dell’indipendenza per non occuparsi dei problemi dei popoli e delle terre più svantaggiate, i governi dei paesi ricchi dovrebbero essere "moralmente" chiamati non solo a consentire, ma addirittura a incoraggiare e perseguire la piena annessione politica delle nazioni che di fatto controllano; diverrebbe così inevitabile confrontarsi con il problema di una reale, sostanziale integrazione. Una volta cittadini della stessa nazione, gli individui, il territorio, le imprese "di là" non potrebbero più essere trattati diversamente da quelli "di qua".
L’aggregazione per annessioni non rappresenta solo un’ipotesi provocatoria per rimuovere una comoda "copertura" del neoimperialismo globale. Essa può essere considerata anche come possibile strumento di integrazione funzionale al processo auspicabile di agglomerazione delle nazioni e sviluppo di istituzioni politiche globali. Ciò comporta il considerare l’annessione come un’ipotesi concretamente applicabile, strumento di una progressiva universalizzazione delle istituzioni. Non ha senso limitarsi a immaginare un mondo in cui si consolidino quattro o cinque "grandi imperi"; bisogna esercitarsi a pensare che il processo sia inarrestabile e tendenzialmente universale.
L’ipotesi è certo audace ma anche suggestivamente verosimile, o almeno non irrealistica quanto altre teoriche "vie" verso la globalizzazione politica: immaginare che alcune piccole nazioni economicamente dipendenti vengano progressivamente integrate politicamente per annessione agli Stati "ricchi" sembra meno astratto che non fantasticare di improbabili partenogenesi di istituzioni federative planetarie, o di rivoluzioni popolari che esautorano le burocrazie governative nazionali; ciò per almeno due buoni motivi. In primis, l’integrazione per annessione è un concetto filosoficamente coerente con i valori fondanti dello Stato democratico liberale: l’allargamento della democrazia e della garanzia del diritto è un fine moralmente condivisibile (e infatti, ampiamente abusato!). Non solo; l’annessione è un processo solidamente metabolizzato e culturalmente familiare a molte delle più grandi nazioni moderne, che in grande maggioranza si sono costituite proprio in questa forma. In secundis, ad essere pragmatici, l’annessione è un metodo per espandere l’autorità dello Stato che non pone necessariamente un problema di conflitto immediato con gli interessi degli altri poteri globali, quello economico prima di ogni altro; anzi, esso rappresenta per molti una concreta opportunità di profitto e di accrescimento del proprio potere. Pertanto un tale processo potrebbe godere di un certo sostegno (utilitaristico, è ovvio) proprio da parte di alcuni di quei soggetti che altrimenti, in prospettiva di più lungo termine e più ampio scenario, sono i nemici della globalizzazione politica.
L’idea dell’annessione è plausibile (addirittura auspicabile) quando ricorrono alcune particolari condizioni: se lo stato di dipendenza delle nazioni satellite è sfacciato; se il potere di controllo è esercitato principalmente da una sola particolare nazione egemone e non da raggruppamento di esse; se questa nazione egemone si presenta con credenziali, oggettive o almeno sinceramente propugnate, di sviluppata cultura democratico-liberale e rispetto del diritto. E a maggior ragione l’ipotesi sembra essere nel corso naturale delle cose se la nazione dominante è una superpotenza dove già vi sia una concentrazione di poteri e interessi globali. Queste premesse e condizioni, pur se enunciate in astratto, dipingono uno scenario che ci appare via via sempre più concreto e familiare: il quadro è quello rappresentato dagli Stati Uniti d’America e dalla miriade di nazioni che oggi ricadono sotto la loro egemonia.
7. Cavalcare la tigre della globalizzazione "made in U.S.A."
Qualsiasi processo politico che vedesse una nazione economicamente (e democraticamente) più avanzata aprirsi all’annessione e successiva integrazione di paesi "minori" (nel senso oggettivo di "dipendenti") andrebbe esplorato con prudente ottimismo, in quanto ciò prefigura un rapporto politicamente più corretto del miope sfruttamento che oggi si consuma all’ombra della "globalizzazione zoppa". Ma se un simile processo riguardasse gli Stati Uniti e le tante nazioni che ricadono con ogni evidenza sotto la loro influenza diretta ed esclusiva, allora davvero esso rappresenterebbe una concreta accelerazione verso la creazione di un governo planetario.
La possibilità che le istituzioni (politiche, economiche, sociali) Americane evolvano come istituzioni globali è qualcosa di più di un ipotesi verosimile: è un processo già in essere. Bisogna essere realistici e capire che a questo processo è più utile guardare non come una minaccia ma come un’opportunità da cogliere. Gli Stati Uniti più di ogni altra nazione sono il potenziale centro di aggregazione che può divenire l’embrione di un futuribile sistema istituzionale globale; e una via possibile perché ciò avvenga è quella di agglomerazione per annessioni (similmente a come già nell’Europa del XVIII e XIX secolo). Questo scenario costituisce una provocazione intellettuale e un modo di reclamare l’America ad interpretare il suo ruolo di nazione leader pienamente e coraggiosamente. In un simile quadro non vi è posto per quell’espressione degenerata dell’egemonia Americana, che purtroppo in più di qualche caso ci sembra di riconoscere, che si manifesta come mero sfruttamento, rapina sistematica e impunibile, solo intesa a garantire il privilegio degli individui e delle aziende che possono vantare la cittadinanza a stelle e strisce.
L’America è chiaramente il paese più pronto e meglio dotato per avviare un processo di questo tipo: piaccia o meno, agli stessi americani o al resto del mondo, le circostanze la proiettano nel ruolo di potenza egemone: un po’ come la Roma repubblicana dopo le guerre puniche, il suo destino imperiale è quasi inevitabile. Ma vi sono anche delle valide ragioni per preferire un egemonia americana a qualsiasi altra, soprattutto per noi europei (e come spesso succede con le cose più ovvie tendiamo a dimenticarle). L’America, con tutti i suoi difetti e limiti, rappresenta il più grande esperimento "in fieri" di costruzione di una società multirazziale, multiculturale e multilinguistica basata su principi egualitari e democratici; questi principi sono i più prossimi a quelli della nostra cultura politica Europea che si possano immaginare. L’America è, nella storia e nei fatti, la costola d’Europa cresciuta al di là del mare. L’America è Inghilterra, Slesia, Sicilia, Bretagna, Irlanda, Ungheria, Scozia, Grecia, Veneto, Ucraina, Galles, Marche, Polonia, Galizia: nelle istituzioni, nella lingua, nella società e nella cultura Americana l’Europa sopravvive e prospera in misura preponderante, ben superiore a quanto non sia rappresentata nei gruppi etnici che costituiscono oggi la popolazione del paese. In questo senso l’America rappresenta il più significativo "caso di successo" della civiltà europea nel suo propagarsi al resto del mondo. La partnership vale anche su un piano ben più materiale e meschino: il benessere dei paesi europei e la loro attuale condizione di maggiore sviluppo rispetto al resto del mondo è strettamente connessa al sodalizio occidentale di cui l’America è il soggetto propulsivo. Inutile girarci intorno: mangiamo dallo stesso piatto. Criticare l’America in quanto cinica sfruttatrice delle risorse del resto del pianeta misconosce il nostro ruolo di comprimari.
Europa e America sono di fatto due articolazioni simbiotiche di una stesso sistema socio-economico, alleate naturali e inevitabilmente interdipendenti nel futuro come già nel presente e nel passato. Per noi Europei sostenere una globalizzazione politica Americocentrica è la scelta necessaria, ed anche senza dubbio quella che più ci conviene a medio-lungo termine.
Può il processo di costruzione dell’Europa considerarsi alternativo o almeno complementare all’opzione Americana come "via alla globalizzazione politica"?
A causa di una serie di scelte che difficilmente possono essere giudicate accidentali l’Unione Europea così come è stata fin qui costruita non favorisce il superamento delle logiche nazionalistiche, né semplifica o armonizza il quadro istituzionale continentale. Essa ha assunto la forma e il funzionamento più di un’agenzia multilaterale di Stati che non di un governo di ordine superiore, e le sue strutture sono più l’espressione delle burocrazie politiche nazionali che non rappresentanza diretta dei cittadini europei. Le istituzioni di Bruxelles ricordano drammaticamente un albergo dove i politici degli stati membri celebrano le loro convention (o dove vanno a godersi un sabbatico nell’interludio fra un sottosegretariato e un ministero nel governo di casa propria, o una meritata pensione).
Che l’Europa svolga un ruolo di indirizzo politico o assuma decisioni vincolanti e limitanti per gli Stati membri costituisce l’eccezione, rispetto alla regola che è di ratificare quelle sole decisioni che costituiscono il "minimo comune denominatore" fra le volontà politiche indipendenti degli Stati stessi. L’emblema di questo modus operandi è nel principio di sussidiarietà, che trasforma in assioma il ruolo subordinato e suppletivo dell’Unione rispetto ai membri. Perfino la cosiddetta "costituzione" (che in realtà e a rigore di vocabolario è un "trattato fra Stati indipendenti e sovrani") recentemente firmata riformula chiaramente l’istituzione-Europa come entità subordinata alla sovranità degli Stati che la compongono.
E’ superfluo osservare che anche l’allargamento dell’Unione, riversando nelle istituzioni comunitarie una eterogeneità di lingue, culture, bisogni, sistemi legislativi, economie, monete, vanifica qualsiasi velleità di accelerare l’integrazione politica fra i paesi europei. Prima che in un insieme così ampio di nazioni fra loro assai diverse si ricrei quell’armonizzazione di fatto che si riconosceva qualche anno fa fra "i dodici" dovranno passare parecchi decenni; e allora la globalizzazione -quella reale- avrà deciso del nostro futuro, nel bene o nel male.
Con queste premesse, il ruolo che l’Unione Europea potrà giocare in un processo di agglomerazione politica planetaria appare marginale, di certo inferiore a quello che avrebbe potuto assumere se a rappresentare duecentocinquanta milioni di europei ci fosse un governo solo invece di una dozzina (o quindicina? o ventina? o quanti sennò?...); e fa rabbia pensare che quest’obiettivo forse era invece a portata di mano solo pochi anni fa.
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