editoriale - Non meno di cento passi!

l'etica del fare

 

 

 

 

di Pino_Rotta


A dicembre Helios Magazine non è uscito, purtroppo siamo bimestrali, e questo ci ha tolto l’opportunità di ricordare un uomo a cui molto dobbiamo come cittadini e come uomini liberi: Italo Falcomatà. Ma non vogliamo ricordarlo solo per rinnovare l’affetto che pure era e rimane forte ma perché ultimamente la Calabria sta rivivendo i momenti bui della propria storia e l’omicidio Fortugno ne è solo la punta di un iceberg molto profondo.

Italo Falcomatà non era un eroe, anzi era uomo mite, ma aveva quella grande forza che anima gli onesti: la dignità. Davanti al male che lo accerchiava, che ne ha più volte attentato alla vita (quando bruciarono il portone della sua casa l’anziana madre rimase vittima e per puro caso non morì!) non ebbe mai un atteggiamento cieco o baldanzoso. Aveva vissuto i massacri della guerra di mafia degli anni ’80 e nel 1992 le stragi di Falcone e Borsellino avevano fatto scattare la rivolta delle coscienze anche dei calabresi, ma questo durò poco e Italo lo capiva. Ad una delle manifestazioni contro la mafia davanti al Tribunale di Reggio Calabria alla vista della poca gente presente chiese, retorico e triste: "dove sono le masse?!". Era un uomo che sapeva di dover affrontare il peso del governo basandosi sulle proprie forze e su quelle dei pochi uomini e donne fidati che lo affiancavano (subito traditi dai suoi autolesionisti concittadini dopo la sua morte…). Quando sento un uomo del Governo e del potere come il ministro Lunardi affermare che con la mafia bisogna saper convivere mi ricordo di una frase che pronunciò Italo Falcomatà: "se c’è da prendere un caffè… lo prenderemo…". Ma il ministro Lunardi non essendo uomo di questa terra non sa che "convivere" e "prendere un caffè" hanno significati radicalmente diversi. "Io so di non avere la forza di schiacciarti, continuerò a tentare di schiacciarti, ma fino a quando dovrò sopportare la tua soffocante presenza ti guardo negli occhi ("il caffè") e ti dico che devi starmi lontano almeno cento passi! ".

Questa è la forza della dignità dell’uomo che volevamo ricordare. 

Ma il contesto locale non deve limitare il nostro sguardo...

 

La potenza come centro antropologico

 

Non so se avete mai osservato il comportamento di alcune specie animali, soprattutto pesci, che, pur se in forma di branco a volte numerosissimo, ad un determinato evento reagiscono come se fosse un solo organismo dotato di un’unità intellettiva comune.

Questo fa sì che da una situazione di quieta attività, all’apparire, ad esempio, di un elemento estraneo tutto il gruppo si avventa contro l’estraneo che tenta di invadere il suo spazio.

Ad un’osservazione superficiale potrebbe sembrare che il gruppo reagisca rispondendo ad un istinto collettivo comune e standardizzato. In effetti invece, se si osserva con tecniche scientifiche, magari riproducendo la simulazione del comportamento del gruppo, sarà più facile osservare che, per quanto veloce, la reazione di gruppo altro non è che l’emulazione di uno o più individui che per primi prendono l’iniziativa e che sono prontamente imitati da tutti gli altri. Si osserverà certo che la reazione di gruppo è senz’altro più efficace rispetto a quella di un singolo per aggredire o reagire ad una minaccia, reale o supposta. Il fatto però rimane: è l’iniziativa del singolo che induce il gruppo ad agire.

In sociologia  lo studio di questi comportamenti porta a sviluppare varie teorie come quella della leadership, o dei modelli fissi di comportamento di natura metaistintiva (F.A.P.) o culturale (C.F.A.P.).

E’ possibile applicare queste teorie al comportamento umano? Dal piccolo centro al sistema globale?

Prima di dare una risposta in un senso o nell’altro limitiamo il campo della nostra riflessione ad una situazione di gruppo allargato, quello che comunemente chiamiamo "società". Diamo questa definizione con una voluta semplificazione del termine perché sarebbe veramente lungo spiegare quanti fattori fanno sì che una società possa definirsi tale senza cadere in contraddizioni tali da mettere in discussione la stessa definizione (ad esempio un gruppo di persone che si trovano nello stesso momento nello stesso luogo può definirsi società? O per dare una tale definizione sarà necessario riscontare elementi legati al fare, al volere, al capire, in una parola al bagaglio culturale?).

Quindi se accettiamo il termine società dando per scontato che un determinato gruppo di individui agisca nello stesso luogo avendo scopi dell’agire ci sarà più semplice fare il nostro esempio.

In una città italiana dei nostri giorni però lo stare insieme e l’agire con scopi comuni non è affatto un dato evidente e scontato. Abbiamo superato da tempo sia il modello contadino che implicava la cooperazione per il lavoro della terra sia quello industriale che imponeva l’organizzazione del processo produttivo su standard modulari e ripetitivi che avevano come scopo la realizzazione del prodotto finale nel minor tempo e con il minor costo possibile. Sì oggi modelli di comportamento standardizzati vengono ancora richiesti in settori come la pubblica amministrazione o in microimprese settoriali, ma il resto delle attività sociali non rispondono più a modelli cosiddetti "a catena". Un individuo può agire per la realizzazione di una scatola che verrà utilizzata a mille chilometri di distanza o addirittura in un altro paese. Allora quale è lo scopo che induce moltitudini di individui a vivere nello stesso posto e comunque in qualche modo ad interagire con gli altri o peggio a scontarsi e farsi violenza?

Facciamo un passo indietro nel tempo. Nei secoli delle grandi navigazioni e delle grandi scoperte, dal 1200 in avanti, lo spazio era l’incognita, la sfida e raccogliere questa sfida significava occupare lo spazio che, nonostante la rapina di beni e culture diverse che si sono registrate nella storia, era spazio "libero" non fosse altro che per lo scarso rapporto di densità demografica. Lo scopo principale era di occupare la terra e trarne dei frutti. Esistevano già le diversità culturali, linguistiche, razziali e sono stati innumerevoli i crimini commessi per esercitare quest’azione da parte dei più forti contro i più deboli, il mondo come è oggi ne è il risultato. Ma lo scopo era quello di occupare uno spazio ancora libero e percepito come tale.

Torniamo al presente. Dal punto di vista delle differenze culturali, facendo le debite proporzioni, non è cambiato molto rispetto ai secoli passati, quello che è cambiato profondamente è proprio lo spazio, anzi il rapporto di densità demografica e questo cambiamento non è solo un dato statistico ma è anche una percezione psicologica ed una motivazione politica per il raggiungimento della "potenza" sostituto contemporaneo del profitto. La città che un tempo era il rifugio dalle minacce esterne non ha più mura fortificate, ne gli stati hanno più frontiere se non formali, quello che viene percepito come minaccia oggi non è la diversità in quanto tale ma il tentativo di chi non occupa "il centro" di penetrarvi, dove per centro si deve intendere il luogo dove alcune sicurezze sono godute e percepite, cioè il luogo fisico ed immaginario più prossimo alla potenza. Ecco che la diversità in queste condizioni diventa una minaccia. Quale è la soluzione per uscire da questa minaccia? Più di una, ma non certo la chiusura utopistica delle frontiere. Una politica di contenimento demografico, un grande sforzo per migliorare le condizioni di luoghi del pianeta che al momento sono invivibili a causa di guerre, malattie e carenza di sostentamento, uno sforzo comune e solidale per trovare modi di convivenza che razionalizzi le risorse alimentari ed energetiche. E non è detto che tutto questo basti a fermare un processo già in fase di implosione. Quel che è certo è che l’azione individuale incide sul processo globale. Può questa azione non avere delle motivazioni etiche?

 

 

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