L’ANTROPOLOGIA DEL POTERE VIOLENTO
Solo chi pratica intimamente la democrazia può capire le dinamiche sociali.
Ciò che la società manifesta attraverso le
forme di devianza più disparate, dal terrorismo, alla criminalità, alla
violenza sessuofobica, fino all’autodistruzione per mezzo di droghe e stili di
vita irrazionali, non sono aberrazioni di una società che in sé è perfetta e
che viene messa a rischio da questi fenomeni devianti. La devianza è un modo
"spontaneo" con cui si manifesta una crisi del sistema, dei rapporti
di forza tra i gruppi sociali ai vari livelli della scala del reddito e della
sicurezza sociale. La società oggi è il risultato di una scelta oligarchica e
parassita messa in essere a partire dagli anni cinquanta, attenuata solo da uno
stato sociale forte frutto delle conquiste degli anni ’70, che oggi è in
rapido declino. Un declino che lascia il posto ad una frammentazione e
contemporanea perdita di valore dell’esistenza individuale. La precarietà nel
campo del lavoro diventa così precarietà esistenziale. Vite concentrate sul
presente perché non più in possesso di progetto, di futuro.
Perde senso farsi una cultura personale, impegnarsi in rapporti duraturi,
vedersi parte di una collettività. Questa in fondo è una critica al
capitalismo perché questi sono fenomeni interni ai sistemi capitalistici (e
neocapitalistici) di tutto il mondo occidentale, ma che tende ad espandersi a
livello mondiale. Solo per fare un brevissimo passaggio storico italiano,
ricordiamo che dal 1950 al 1965 le campagne del Sud si sono svuotate per fornire
manodopera a basso costo alle industrie del Nord, uccidendo di fatto un’economia
agricola arretrata e non remunerativa. Per non rischiare azioni separatiste,
sempre vive e non solo in Sicilia, si scelse allora di dare ai gruppi di potere
meridionali mano libera nella gestione di grosse somme di denaro da investire
nelle opere pubbliche (soldi pubblici che comprando attrezzature della
siderurgia in gran parte tornavano alle imprese del nord). Ingenti capitali
pubblici, gestiti dalla Democrazia Cristiana (il cui peso elettorale spesso
superava il 50% dei voti!) e garantiti non dalla legge ma dalla mafia. Una
spartizione "industriale" del potere tra queste componenti sociali, la
Democrazia Cristiana programmava gli interventi (strade, autostrade, ferrovie,
dighe, ospedali) e la mafia-‘ndrangheta-camorra ne garantivano il ritorno in
termini di mazzette e di voti elettorali. Da Roma e da Washington si guardava
chiudendo un occhio, l’importante era mantenere saldo il potere e fermare l’avanzata
comunista (non a caso ci fu il tentato colpo di stato fascista del generale
Giovanni De Lorenzo, quando, nel 1964, dopo anni di partito unico la DC fu
affiancata da altri piccoli partiti come il PLI, il PSI, il PRI). Ma non c’è
solo la mafia in affari con la Democrazia Cristiana, anzi partner naturale,
quasi vocazionale, c’è la Chiesa Cattolica alla quale è delegata una parte
importante per il consolidamento di questo sistema e cioè l’organizzazione
del consenso attraverso l’azione di mediazione tra i bisogni della povera
gente e la politica. Una casa popolare, un sussidio di disoccupazione, un posto
da bidello, da postino, da ferroviere, ma non solo, l’accesso alle migliori
università con borse di studio e carriera garantita, se non sei sotto l’ombrello
di monsignore, dell’assessore o del boss te lo scordi. Ma il sud si sa che da
una grande importanza alla famiglia e quindi i posti migliori, gli appalti
migliori, le professioni migliori andavano ai familiari di monsignore, dell’assessore
e del boss, le briciole si dividevano tra i "clienti". Il diritto di
cittadinanza trasformato in concessione magnanima del potente di turno. E fino
alla fine degli anni ’60 di soldi ne arrivarono tanti al Sud. Ne arrivarono
anche al nord, dove però la base operaia socialista e comunista aveva fatto un
punto di orgoglio la dimostrazione che l’onestà è patrimonio dei lavoratori.
Capita così che mentre a Reggio Calabria (patria dei Boia chi molla!) le scuole
pubbliche non si costruiscono ma si affittano a caro prezzo appartamenti privati
per trasformarli in scuole o si danno fiumi di denaro a preti e monache per fare
e gestire asili e scuole parificate, a Reggio Emilia (nel cuore della Rossa
Emilia Romagna) le scuole pubbliche sono così efficienti ed all’avanguardia
che diventano oggetto di studi per molti paesi anche stranieri (vengono perfino
dal Giappone a studiarle!). Al Sud il tasso di analfabetismo nel 1970 era quasi
del 70% e l’azione della Chiesa ebbe un effetto culturale deviante (presto
emulato da tanti laici che non sono rimasti indietro in questa gara perversa!).
Dal 1970 cominciano i guai seri. I soldi sono finiti. La crisi del petrolio
comincia ad essere un fatto serio. Ma si sa i meridionali hanno fantasia da
vendere ed allora ecco che tutti i terreni agricoli che nelle immediate
periferie delle città non sono ancora edificati, passano, sotto l’occhio
benevolo della politica e delle istituzioni, nelle mani della mafia. Il nuovo
business è la speculazione edilizia, dove vengono reinvestiti i soldi degli
appalti pubblici e soprattutto i proventi del traffico di droga e delle
estorsioni. Ma al Sud non è come a Milano dove prima Berlusconi lottizza i
suoli e poi costruisce Milano 1-2-3, al Sud si costruisce senza licenze, piani
regolatori, fogne, acqua, luce, telefono, intanto si costruisce è quella è
"cosa nostra", poi l’assessore in cambio di voti e mazzette rilascia
"postuma" la licenza (arriveranno infine i condoni!). La mafia è
diventata impresa e si allarga, monopolizza il commercio, la distribuzione dell’acqua,
del gas, dei lavori dei grandi impianti. E con il tempo dal sud il processo si
è espanso al nord ed a livello internazionale. Si è globalizzato. La vittima
di questo sistema? La democrazia, lo stato di diritto, in questo ingranaggio la
gente non conta nulla non ha diritti e non può protestare, può solo farsi
raccomandare o rimanere emarginata. Ecco se non si legge la storia in questo
processo non si può capire il potere e la ferocia della criminalità
organizzata e la crisi di fiducia in cui affondano le istituzioni democratiche.
Ma per leggere questi processi bisogna credere alla democrazia altrimenti si
rischia di giustificare la legge del più forte.
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