Non abituarsi alla violenza. La storia come terapia

di Pino Rotta


Nell’era della comunicazione in tempo reale anche il male passa rapido tra uno spot pubblicitario e l’altro. La memoria, che intesa come storia ha benefiche funzioni pedagogiche, quando viene manipolata per annullare i nessi logici degli eventi, diventa segno effimero, immagine evanescente sempre più solo stato presente. Allora accade che il tempo stesso delle generazioni sembra annullato.

Un decennio che nella storia di un individuo è un periodo importante ma che non dovrebbe essere relegato alla categoria del passato ma in quella della contemporaneità assume il senso dell’arcaico.

Ecco che si rimane sgomenti, spaesati davanti ai continui fenomeni di illegalità diffusa, di feroce violenza "fredda" dei singoli così come di atti di rituale follia di massa, come quella che si celebra quasi ogni domenica di calcio.

Corruzione, violenza, illegalità sono fenomeni che o si riportano nella loro teoria storica o diventano benzina sul fuoco del populismo che, mentre predica l’autoritarismo il "recupero dei valori", continua ad alimentarsi della devianza e dell’illegalità diffusa senza la quale non avrebbe motivo di essere.

Non sono passati nemmeno quindici anni da quando è scoppiata Tangentopoli, da quando la mafia ha assassasinato Falcone, Borsellino, uomini e donne delle forze dell’ordine. La reazione civile è stata forte ma è durata pochissimo, due o tre anni al massimo. Perché?

Se non si contestualizza non si riesce a dare una spiegazione. Tutti gli atti di violenza in quanto tali, tanto quelli compiuti da singoli quanto quelli delle organizzazioni criminali, hanno una matrice culturale, e la complessità della nostra organizzazione sociale rende di non semplice lettura certi fenomeni se non si conoscono linguaggi e codici metalinguistici (vedi: Pino Rotta, "E’ un mondo complesso – analisi bioantropologica dell’Occidente", ed. Citta del Sole, 2001).

Lo spazio di un articolo non ci consente di approfondire le basi scientifiche a cui rimandiamo il lettore con la bibliografia, però possiamo procedere con un esempio che può guidare la comprensione. L’esempio coinvolge la Calabria tristemente "à la page" sull’argomento.

In questa realtà città come Reggio Calabria negli anni ‘70-‘80 hanno visto una speculazione edilizia abnorme e devastante non solo dal punto di vista urbanistico ma anche delle regole di convivenza sociale, economica e democratica. All’epoca e fino ai primi anni ’90 (epoca della Tangentopoli reggina) la Democrazia Cristiana esprimeva il 40% del consiglio comunale reggino, una percentuale di poco più alta della media nazionale. Il supporto elettorale della Democrazia Cristiana erano le parrocchie che con la loro capillare incidenza nel tessuto sociale cittadino mantenevano il legame tra quella classe politica ed i ceti popolari, soprattutto il ceto medio impiegatizio, professionale e commerciale.

La Tangentopoli reggina ha scoperchiato un sistema di potere spaventoso, messo ancora più in drammatica evidenza dalla carneficina dello guerra di mafia degli anni ’80.

Di quel periodo non è quasi rimasta memoria, nessun politico corrotto è in carcere, nessuno di quelli che hanno consentito alla ‘ndrangheta di accaparrarsi il controllo dei terreni non edificabili resi poi edificabili da giunte compiacenti, o che hanno assistito "distratti" alla nascita di interi quartieri abusivi nelle periferie costruiti da imprese mafiose, alla costruzione di casermoni di edilizia popolare pubblica, anche quella controllata dalla criminalità.

I profitti giganteschi hanno ovviamente drogato l’economia e la società della città. Tutti sapevano e tutti partecipavano in silenzio agli affari loschi che stavano avvelenando la nostra democrazia e la nostra civiltà!

Non proprio tutti ad essere sinceri, ma quelli che si opponevano avevano davanti a sé l’emarginazione sociale se non addirittutra la violenza e addirittura la morte.

Nessuno ha chiesto perdono per tutti quegli anni di complicità che portarono all’affermarsi di un motto dialettale che meriterebbe di essere scolpito su una lapide gigante all’ingresso della città: "Futti, futti! Chi Diu pirduna a tutti!" ("Ruba, ruba! Ce Dio perdona tutti!").

Oggi, atti di inaudita violenza come l’assassinio di don Puglisi o di Francesco Fortugno, hanno rimesso in moto l’indignazione e la reazione civile, ma attenzione! Oggi come dieci anni fa a reagire e ad indignarsi sono i giovani, o meglio "gli studenti" (che non sono tutta la categoria dei "giovani", della reazione degli adulti poco o niente si vede nemmeno in semplice sfilate di protesta.

Il rischio è che quel sistema di potere, violento e complesso, che si perpetua, trasformandosi nel tempo, ma rimanendo sempre uguale negli obiettivi da tutelare e perseguire, si abbassi sottotraccia, lanciando con sapiente scientificità operazioni mediatiche di distrazione dell’opinione pubblica, per poter continuare a vivere e prosperare.

Della corruzione degli anni ’70-’80 in fondo ha pagato solo Bettino Craxi, uno che, per restare nell’esempio reggino, ha cercato di rompere quel sistema ed è stato sconfitto non con le parole ma con le minacce e con il tritolo. Tutti gli altri..... sono affidati alla divina provvidenza?

 

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