Il caso Welby: quando vivere diventa una violenza
A cura di Gianni Ferrara
Il venti dicembre scorso, alle 23 e 40 è morto Piergiorgio Welby, dopo che un anestesista, accogliendo la sua richiesta di "morte opportuna" gli ha somministrato un sedetativo e ha staccato la spina del respiratore polmonare che da dieci anni gli permetteva di respirare. La notizia della sua morte, nonostante fosse da tempo una morte annunciata, ha avuto un forte impatto empatico, suscitando reazioni contrastanti. Welby, incapace perfino di compiere da solo la cosa più banale come respirare, con lucida determinazione ha deciso di lasciarsi morire, scavalcando così le leggi dell’uomo e di Dio. Per molti è uno scandalo, come se un uomo per la seconda volta nella storia avesse contravvenuto ad un divieto divino cogliendo il frutto proibito: quello del bene (la vita) e del male (la morte). La vita è un valore che si deve difendere a tutti costi e su questo siamo tutti d’accordo, ma qual’è il confine che separa il miracolo della vita dalla dannazione di viverla? Papa Ratzinger ha condannato la scelta di Welby in nome del sacro valore della vita che va rispettato fino al suo "tramonto naturale", giustificando così la vergognosa decisione vaticana di non concedergli i funerali religiosi. Ma a questo punto c’è da chiedersi se il vivere alimentati artificialmente, perennemente attaccati ad un respiratore, rappresenti la "normale" prosecuzione della vita. Se fossimo degli antichi orientali la parola morte non ci farebbe tanto orrore, perché per loro questo termine non rappresentava l’opposto di vita ma bensì di nascita, ma in quanto occidentali siamo condizionati da quel masochistico culto del dolore che pone come "male sommo" la morte, riconoscendo ad ogni altra forma di sofferenza un alto valore morale. Piergiorgio Welby pochi mesi prima del decesso ha dato alla stampa "Lasciatemi Morire" (Ed. Rizzoli), un piccolo libro, conta poco più che un centinaio di pagine, dove la poesia e l’ironia si fondono con la profonda amarezza che si prova nel non essere ascoltati. Il libro si apre con la lettera che Welby ha inviato al presidente della Repubblica, seguita da alcuni articoli di Calibano, pseudonimo col quale firmava i suoi editoriali, alternati da liriche toccanti e geniali, chiudendosi poi, con l’appendice, che riporta i programmi di quelle che sono state le sue battaglie: un progetto di legge che riconosca il diritto all’eutanasia e l’approvazione del testamento biologico. Negli scritti di Welby non troviamo un nichilistico rifiuto della vita né tantomeno l’esaltazione di una cultura della morte, ma la disincantata descrizione della differenza che corre tra il vivere e il non-vivere. Chi sostiene "passivamente" la "cultura" della sacralità della vita non può accettare che si parli di eutanasia, discussione facile da evitare quando si è soltanto dei fortunati "spettatori" del dolore. Per loro qualunque condizione di vita e da preferirsi al morire, e pertanto l’eutanasia è il "male" da sconfiggere, e per contrastarlo impediscono che se ne discuta seriamente nelle sedi opportune. Ma se l’eutanasia non è la soluzione alla malattia l’accanimento terapeutico non è altro che "volontà d’impotenza", perché dinanzi all’impossibilità di guarire un paziente, piuttosto che ridurgli la sofferenza, si preferisce ritardarne la morte a tutti costi, spingendosi oltre il rispetto della dignità umana e trasformando la "cura" in "violenza", riducendo cosi la vita ad un essere costretti a vivere. Se il secco e indiscutibile no all’eutanasia pronunciato dai "cattolici" non sorprende, a destare sospetto e delusione è invece il silenzio di quei politici che in campagna elettorale si sono presentati come sostenitori del pensiero laico. Welby con acuta ironia ha criticato l’assenza nel nostro paese di una libera dialettica su temi come l’eutanasia scrivendo: "Com’è difficile vivere e morire in un Paese dove il Governo fa i miracoli e la Conferenza episcopale "fa" le leggi." (da Lasciatemi Morire, pag. 97). L’eutanasia è sicuramente un argomento complesso che va affrontato con molta attenzione ma proprio per questo, anche alla luce dei numerosi casi di "dolce morte" clandestini, una discussione che abbia come finalità la promulgazione di una legge che la regolamenti non può essere più rimandata. Dinanzi alla sofferenza inutile le risposte non possono essere solo la santificazione del dolore o l’eroica rassegnazione, all’uomo va concessa anche la possibilità di morire così come ha vissuto: da uomo.
Ogni volta che mi accosto a delle poesie per recensirle provo una sorta di sacro timore, come se studiarle possa mettere in pericolo la loro preziosa e delicata struttura. La poesia, quella vera, nasce da un intimo caos emotivo, è un paesaggio personalissimo che si può solo restar fermi ad osservare, perché, quando con le tue parole cerchi di avvicinarti, proprio come un paesaggio smette di essere tale, perdendo subito il suo fascino di “distante”. Le poesie di Welby sono di una tale forza e purezza da esigere il silenzio, nei sui versi c’è l’urlo e il sogno di un’anima tanto vasta da sentirsi imprigionata, un’anima che ha conosciuto il dolore più profondo senza mai cadere nell’autocommiserazione. Gli orizzonti che si dipanano in queste liriche sono quelli dalle tinte violente e contrastanti, che annunciano, insieme alla tenerezza di nuove promesse, il tradimento delle vecchie speranze. La prima volta che ho letto le poesie di Welby è stato per caso: cercavo su internet la sua biografia e mi è apparso un sito che le ospitava. Quando in seguito ho appreso la notizia della sua morte, la prima cosa che con tristezza ho pensato è che con la sua scomparsa non perdevamo solo un uomo simbolo delle lotte civili ma anche un vero poeta.
Trip
Ignote le notti i pavè gli asfalti
le montagne scollate
le valli tagliate dai fiumi di sempre
le entrate le uscite
da cementi di spigoli aguzzi
chiamati città
non raccoglie altro sguardo
che volti bendati
un cane schiacciato dall’urlo di gomma
marcisce sventrato
non dormo non sogno
cerco
nel buio spezzato dai fari abbagliati
l’ultima curva che dica
<<arrivato>>
domani maledirò dio
oggi voglio soltanto leggere un odio non mio
<<Bukowski>>
e chiudermi nel caldo stupore del plaid.
chi ha sognato tanto tempo fa
di pescare nel mare delle possibilità
adesso si accontenta di quello
che la necessità gli impone.
Eppure con l’animo deluso
e gli occhi sempre più stanchi
contiamo ancora le stelle e i baci
gli amori e i tradimenti,
le fughe e i pentimenti
ascoltiamo impauriti
lo scorrere monotono
dei giorni senza miraggi
e vorremo almeno una volta
provare quell’amore insaziato
che ci faccia piangere ed urlare
quel canto di passeri nel cuore
che ci strappi dal sonno
la seduzione di un si
la maledizione del dubbio
perdersi nella notte di sempre
e non trovare mai la strada
scoprire ad ogni bivio
la tenerezza delle promesse.
Solo
un uomo ed una gatta chiusi
in un monolocale sotto la pioggia
si può essere più soli di quando si ha la nausea
del cuscino che si stringe fra le braccia
senza avere il coraggio di sputarsi in faccia
ed andare a cercarsi qualcosa o qualcuno
da accarezzare e farsi accarezzare
il vento o il mare tra le ginocchia bolse
inzuppate di questo freddo umido
invece di un ventre caldo su cui riposare
quando può essere grande del sesso
purchè sincero
io
che sogno amori disfarsi tra le ciglia
in un battersi di palpebre lascive
sbarro gli occhi sul nulla d’un semaforo verde
una merda sul marciapiede buio
sui resti mummificati di chi alle sette e mezza
prende l’autobus nella luce perversa
del caldo sole del mattino
sulla mia immagine contorta
riflessa nello specchio che mi regge
il Tempo.
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