Letti da Gianni Ferrara
"Gli Stati Uniti d’Africa" di Abdourahman A. Waberi (Morelli Editore anno 2007 pag. 165 euro 14,90)

Nella stesura di questo libro l’autore ha
dovuto sicuramente impiegare tutta la sua "lucida" fantasia da
"convertitore della realtà" per riuscire ad operare un così totale,
quanto minuzioso, capovolgimento delle attuali condizioni del nostro mondo, che
purtroppo continua ad essere diviso e chissà per quanto ancora, ammesso che mai
cambierà, in due parti ben distinte. A determinare la linea di confine dei
"diversi" mondi, il vivibile e l’invivibile, è il tasso di
ricchezza che sempre più
drammaticamente si sta concentrando in una ristretta
parte geografica. Da una parte, come è noto a tutti, ci siamo noi, gli abitanti
delle ricche e potenti nazioni industrializzate con la percentuale più alta di
obesità, e dall’altra loro, i "paria" dei paesi sottosviluppati
dell’Africa che muoiono per denutrizione. La penna finemente polemica di
Waberi mette in un mondo alla rovescia noi al posto loro, un mondo dove l’Africa
è una potente confederazione di stati consacrati al fitness e al lifting,
mentre l’America e l’Europa sono distrutte ed affamate da continue guerre
razziali. L’Africola è la bibita più famosa e i suoi giganteschi cartelloni
pubblicitari sono presenti in ogni angolo del pianeta; la Svizzera, invece,
detiene il triste primato di nazione più povera. In questo dualistico scenario
di miseria e opulenza si muove la protagonista, originaria dell’"incivile"
Francia, ma cresciuta in adozione da una coppia di facoltosi professionisti
africani. Maya, così si chiama la protagonista, tutte le volte che esce da casa
indossando abiti costosi non può fare a meno di fermarsi ad osservare i tanti
immigrati che chiedono l’elemosina, uomini e donne dalla pelle bianca proprio
come la sua, e dentro di lei prepotentemente nasce un senso di appartenenza,
perchè sono loro, quei diseredati dagli occhi supplichevoli a rappresentare la
sua più profonda e vera identità. In questo triste esercito di bisognosi ce n’è
uno che colpisce particolarmente Maya, un elvetico senza ombra che
"bivacca" miseramente davanti alla sua abitazione borghese. L’uomo
nonostante la triste condizione in cui vive riesce a mantenere una composta
dignità. In seguito l’elvetico verrà trovato in un vicolo, morto dissanguato
per mancanza di soccorsi. La protagonista, non riuscendo più a far tacere una
voce
interiore che insistente chiede di conoscere le sue origini, decide di
andare in Francia per incontrare la sua madre naturale. Viaggio che si rivelerà
una profonda discesa negli inferi del degrado umano, una brusca presa di
coscienza sulle marcate ed ingiuste differenze delle condizioni di vita. Al
lettore non deve sfuggire il significato simbolico rappresentato dal nome della
protagonista, che si chiama come la dea "velante" della tradizione
orientale, dea impegnata a celare la realtà con il velo dell’apparente. La
protagonista inizialmente incarna l’"ignoranza" dell’uomo
occidentale che non riesce a vedere nulla che vada al di là del suo azzurro
micromondo, per poi, una volta strappato il velo, conoscere direttamente la
complessa realtà di un mondo dove è predominante il grigiore della miseria.
Questo romanzo ci permette di vedere il nostro presente con occhi diversi, come
se l’osservassimo attraverso una lente d’ingrandimento, un presente dove la
cinica indifferenza ed i facili pregiudizi, di cui noi troppo spesso ci rendiamo
colpevoli, sono ben visibili perché nella realtà descritta dall’autore siamo
noi a subirli. Waberi riporta la letteratura al suo compito più nobile, quello
di "manipolare" la realtà non per renderla più bella ma più
comprensibile. La sua è un’opera di sensibilizzazione acuta e polemica,
particolarmente riuscita perché riesce a farci indossare i panni logori dei
dimenticati. Vivere in prima persona, anche se solo nelle pagine di un romanzo,
la difficile condizione dei popoli del terzo mondo, significa comprendere quella
dura parte di realtà alla quale difficilmente permettiamo di turbare la nostra
quieta esistenza. Comprenderla meglio significa riconoscere i nostri errori, con
i quali, se non ci decideremo a trovare una soluzione, prima o poi saremo
costretti a fare i conti ed a pagarne le disastrose conseguenze. Gli Stati Uniti
d’Africa non esistono, sono solo l’invenzione di uno scrittore geniale:
purtroppo la fame nel mondo esiste davvero e ad averla inventata forse siamo
stati anche noi.
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