Letti da Gianni Ferrara
"Manituana" dei Wu Ming (Edizioni Einaudi, 2007. pagg. 613 euro 17,50)
Penso che tutti da bambini abbiamo giocato almeno una volta a
cowboy e indiani. Tra i miei ricordi d’infanzia più cari figurano proprio
quelle interminabili battaglie consumate nel cortile di casa, tra spari finti e
urla tribali di guerra. Rammento che prima di iniziare a giocare, quando si
decideva come dovevano essere composti i diversi schieramenti, nessuno voleva
vestire i panni degli indiani, perché quei selvaggi erano destinati a
soccombere; loro erano i cattivi, di questo ne eravamo certi: troppi film
western ce li avevano presentati come tali e pertanto non poteva essere
diversamente. La disputa alla fine si risolveva ricorrendo al "tocco",
e la gioia di quelli che per volontà del caso impersonavano i cowboy si
mescolava alla delusione di coloro che dovevano invece rassegnarsi a perdere in
quanto indiani. Anche gli indiani comunque esercitavano un certo fascino: i
"pellerossa" interpretavano i sogni e riuscivano a leggere i segni del
futuro osservando il volo degli uccelli, ed ogni loro singolo gesto così come
ogni parola pronunciata erano avvolti da un’aura magica.
Leggere
"Manituana" significa tuffarsi dentro quelle atmosfere cariche di
magia, dove i "selvaggi" sono uomini dotati di uno straordinario
coraggio, pronti ad affrontare la morte per difendere le loro "mille
lune" di storia dalla minaccia di quei "visi pallidi"che in nome
della "civiltà" si stavano impossessando dei loro territori. "Manituana"
è la storia delle tante storie negate dalla Storia, narra della guerra di
indipendenza che porterà alla nascita di quella super potenza che oggi
conosciamo col nome di Stati Uniti d’America, e della dura sconfitta subita
dalle tribù irochesi fedeli all’alleanza con il re d’Inghilterra Giorgio
Terzo. Il collettivo di scrittori "Wu Ming", che nel 2000 si sono
imposti nel mondo letterario con il romanzo "Q", firmandosi allora con
lo pseudonimo di "Luther Blissett", con questo straordinario libro
danno voce a quelle popolazioni che la storia ha condannato al silenzio perché
vinte, come accade ogni qual volta il cammino del "progresso" viene
affermato non con la ragione ma con l’indiscutibile "ragione" delle
armi. Tutto si svolge nei territori occupati da una comunità composta da
indiani, irlandesi e scozzesi, comunità fondata da Sir William Johnson,
sovrintendente agli Affari Indiani per conto del re d’Inghilterra, territori
che lo stesso aveva battezzato con il nome composito di Irochilandia. Dopo la
morte del carismatico fondatore che aveva sempre rispettato come suoi pari i
nativi del luogo le cose precipitano. L’insaziabile smania di arricchimento di
alcuni coloni è incontenibile, essi si appropriano di vasti appezzamenti di
terreno circuendo i legittimi proprietari, e se l’inganno viene smascherato e
denunciato alle autorità, queste immancabilmente si schierano dalla parte dei
"truffatori". Ormai in troppi sostengono che gli indiani sono soltanto
dei selvaggi, ed anche se si trovavano già in quei posti prima del loro arrivo,
hanno lo stesso diritto di proprietà che può rivendicare qualsiasi animale
della foresta. Contemporaneamente al "furto" dei terreni i coloni
fanno circolare tra le tribù casse di rum, uccidendo così lo "spirito
saggio" che le caratterizzavano e spingendole verso il baratro dell’oblio.
Alcol, armi da fuoco e danaro, tutte cose inventate dai bianchi, portano presto
all’ "avvelenamento" dell’animo di molti indiani, che si
schiereranno con i ribelli per combattere una guerra fratricida per rivendicare
l’indipendenza di un nuovo stato, che da parte sua non vuole riconoscere loro
alcun ruolo se non quello di "carne da cannone". Gli schieramenti sono
ormai chiari: da una parte i "ribelli"e dall’altra i "lealisti",
e la sanguinosa lotta tra loro sarà inevitabile e non risparmierà inutili
atrocità compiute da entrambe le fazioni. Vincere è l’unico obbiettivo,
costi quel che costi, e paradossalmente, in nome della "civiltà", i
bianchi si trasformano in crudeli guerrieri pronti a scalpare, torturare e
uccidere con la stessa ferocia che rimproveravano ai "selvaggi". Con
la bandiera dei lealisti combattono personaggi straordinari come l’interprete
indiano Joseph Brant, che si vedrà costretto ad abbandonare la traduzione dei
vangeli in mohawk per indossare le "piume" di un "capo
guerra" , o Philip Lacroix, soprannominato "Le Gran Diable" per
lo sprezzante senso del pericolo che dimostra nei combattimenti. Ma è Peter, il
figlio meticcio di Sir William Johnson, ad impersonare la possibile fusione
delle due culture: educato dal padre allo studio delle scienze e della musica
rinuncerà al suo amato microscopio per imbracciare il fucile. Solo quando avrà
indossato la pesante giubba rossa dell’esercito regolare di sua maestà Peter
capirà di essere soprattutto un indiano, rimpiangendo quei bivacchi dove a
riscaldarlo non era il fuoco ma i racconti delle battaglie compiute dagli eroi
della sua tribù. "Manituana" è la cronaca dettagliata di un
massacro, la descrizione di una pagina di storia che ha portato alla fine di una
cultura. La storia come ben sappiamo non si può cambiare ma andrebbe in parte
riscritta , così forse la prossima generazione di bambini si fermerà un attimo
a ragionare prima di decidere se giocare nei panni dei cowboy o in quelli degli
indiani, perchè almeno saranno certi di una cosa: che a vincere non sono sempre
stati i buoni.
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