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Il Pakistan dopo Benazir Bhutto

Tra le tante fotografie di Benazir Bhutto la più tenera è
quella che la ritrae accanto al padre e Indira Gandhi: giovane ma già a fianco
dei grandi del mondo. I giornali sono stati prodighi di riflessioni e analisi su
quanto accaduto e di suggerimenti per il dopo. Massimo D’Alema, Ministro degli
Affari Esteri (come si diceva un tempo) ha dichiarato che "bisognava concentrare
lo sforzo militare in Afghanistan e Pakistan" (cfr. La Repubblica del 29
dicembre 2007) anziché in Irak, mentre il conflitto in Irak ha reso più
pericoloso il terrorismo". Cosa vuol dire? Era necessario invadere il Pakistan?
Triste e senza speranza l’analisi di Hanif Kureishi lo scrittore nato a Londra
da padre pakistano e madre inglese. In un’intervista pubblicata da
Liberazione ha definito senza speranza la situazione del suo paese, dove non
si reca da anni. Ma soprattutto ha ritenuto un errore storico la nascita del
Pakistan. Ritornano, quindi, le vicende che hanno portato alla nascita del
Pakistan dopo il tramonto dell’Impero Britannico.
Di quell’esperienza resta l’inglese (che, di fatto, unifica il paese e salda la
sua classe dirigente al resto del mondo) e il cricket sport nazionale. Ma non
possiamo riscrivere la storia: dobbiamo accettarla per come si è evoluta. Chi
era Benazir Bhutto? Una donna che aveva un ruolo pubblico in un contesto
culturale in cui essere donna non è facile. Come il padre, Zulfiqar Ali Bhutto,
era una sintesi tra Oriente e Occidente; tra Islam e Regno Unito. Educata a
Oxford e negli Stati Uniti. Orgogliosa di essere pakistana. Amava profondamente
il proprio paese. Un amore che in passato le era costato cinque anni di carcere
e l’ha portata a rientrare in patria consapevole di rischiare la vita. C’è chi
sostiene che ad assassinarla siano stati i talebani o elementi di Al Qaeda, ma
qualcuno ipotizza anche un ruolo per Musharraf ed elementi a lui vicini. La
porosità del governo di Islamabad e i suoi contatti con i talebani e Al Qaeda
sono ben noti. Sotto accusa è in particolare l’ISI, l’intelligence pakistano.
Già lo scorso ottobre Benazir Bhutto era sfuggita a un attentato che aveva
causato 140 morti. Pur di ucciderla non hanno esitato dinanzi a nulla. Oggi
hanno colpito a Rawalpindi, nel nord del paese, importante centro militare sin
dai tempi del Raj Britannico. Quali sono le conseguenze di questo crimine? Due i
problemi principali sul tappeto: l’arsenale nucleare pakistano e i santuari del
terrorismo esistenti sul territorio del grande paese asiatico. Che fare? C’è chi
sostiene che bisogna proseguire sulla strada della democratizzazione del paese.
Perché la democrazia è l’unico baluardo contro il terrorismo. Tesi sostenuta da
Bilawal, figlio di Benazir e suo successore alla guida del Partito del Popolo
Pakistano: "La democrazia sarà la vendetta di mia madre". C’è chi invece ritiene
indispensabile un sostegno incondizionato a Musharraf nonostante i dubbi sulle
infiltrazioni terroristiche e sui suoi metodi autoritari. L’esercito pakistano -
un vero e proprio stato nello stato - è custode della laicità delle istituzioni
e veglia sulle basi che custodiscono le testate nucleari. Tutto ciò sarà materia
per i diplomatici e le cancellerie del mondo. Noi come cittadini europei
dobbiamo però chiederci cosa possiamo fare. Come aiutare quel popolo a trovare
la propria strada? Cosa fare per tanti altri popoli che soffrono? Innanzitutto
non dimenticare Benazir Bhutto e il suo sacrificio. Perché non intitolarle una
strada in città? Sarebbe un gesto tangibile di vicinanza al Pakistan e al suo
popolo. Un segno concreto di aver realmente compreso sia quanto accaduto sia la
posta in gioco: la stabilità e la sicurezza del mondo, visto che il Pakistan è
una potenza nucleare, e la vita di milioni di essere umani. Vogliamo che anche a
loro siano estesi quei diritti civili che in Europa sono ormai patrimonio comune
da decenni (anche se ci pensa a incrinarli)? Chi si batte nel nostro paese per i
diritti delle donne, per i dico e per la tutela delle minoranze non può
chiamarsi fuori. Eppure sono tanti i dissidenti perseguitati. Spesso la loro
vita è una fuga senza fine in cerca di pace e serenità nel tentativo (talvolta
vano) di sfuggire al carcere, alla tortura e alla morte. Non sempre trovano
nazioni disposte ad ospitarli. In Asia oggi un’altra donna rischia la vita:
Taslima Nasreen. Nata nel 1962 in Bangladesh oggi vive sotto protezione in un
luogo segreto in India. Ma sembra che il governo indiano abbia intenzione di non
proteggerla ulteriormente. Si profila per lei l’esilio in Europa, probabilmente
in Svezia. Quanti sono le Taslima Nasreen nel mondo? Cosa fa il governo italiano
per loro? Qualcuna non potrebbe essere ospitata in Calabria? Sarebbe un gesto
che, oltre a risolvere il problema personale, contribuirebbe a sprovincializzare
la nostra regione. Ma l’attuale classe politica è capace di una tale sfida?
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