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Città autopoietica o città cibernetica? Esiti certi della pianificazione invisibile.

di Katia Colica


Autunno: uno stormo di uccelli nel cielo che mantiene un ordine univoco ed assoluto; sommatoria di consistenti individualità che consacra un risultato armonico e un movimento non replicabile, né riproducibile. Cosa porta ogni stato di equilibrio verso alcune e non altre direzioni? Chi disegna le leggi astruse che vogliono angoli di città addormentati dai marciapiedi saltati e altri logorati dal caos? E alcuni muri miniati da graffiti colorati o altri immacolati e resi intoccabili da convenzioni ataviche e mai scritte? La pianificazione territoriale tenta gestioni complicate, riuscendoci a tratti. Durante gli anni ‘60 prende corpo la teoria di Parson per la quale qualsiasi sistema di azione per conservarsi e potenziarsi, deve passare attraverso quattro categorie funzionali: l’adattamento, il raggiungimento degli obiettivi, l’integrazione e la gestione delle tensioni. Ancora oggi possiamo affermare che all’interno della sfera sociale, i primi tre punti sono garantiti dalle istituzioni (famiglia, scuola, morale religiosa); come a dire che la città, come sistema, è data da una sorta di ordine che presiede il vivere della collettività. Ma per sopravvivere e potenziarsi la comunità deve necessariamente preservare la propria integrità dalle tensioni, e lo fa attraverso un accordo tacito di difesa del territorio da parte di chi il territorio lo vive e ne fa la propria casa. Questo approccio "olistico" tenta di chiarire il percorso sociale tramite degli atti di individualità e soprattutto monocasuali, affrontando il quesito da un punto di vista conservatore (nell’accezione meno politicizzata che ci sia): l’armonicità del volo degli uccelli a stormo, quindi, dovrebbe gestire, per il solo fatto di esistere e come scelta individuale di ogni singola parte dello stormo, conflitti e tensioni. Ciò presenterebbe quindi una applicazione cibernetica facilmente applicabile al fenomeno territorio. Ma tutto fa credere il contrario e scompone in pochi gesti la suddetta teoria Parsoniana; ad ogni passo, dentro le nostre città, vediamo strutture sovraordinate che rispondono a delle pianificazioni invisibili eppure certe: la stabilità di un ordine sembra sempre attraversare e assemblarsi attraverso segni dispotici di disordine. E le istituzioni, la scuola, la morale religiosa diventano sempre di più una pentola a pressione dentro la quale la città vorrebbe esplodere. Questo concetto è ben esposto da Luhmann "Alles könnte anders sein – und fast nichts kann ich ändern" ovvero: "Tutto potrebbe essere diverso, ma quasi nulla posso io modificare". La città pianificata da una mano invisibile, dunque, che non ha altro riferimento se non in se stessa. La teoria dell’autopoiesi è scomoda e, per certi versi, terrorizza. Nessuno oggi può accettare di essere alla mercè di un sistema autoreferenziale che non fa riferimento alle correzioni che cerchiamo di dare ad un ambiente, ma, viceversa, si autocostituisce in se stesso. Eppure il controllo ci sfugge ogni giorno e le nostre città non mantengono gli ordini programmati neanche sotto la più stretta e capillare pianificazione territoriale. Il paradigma autopoietico ci riporta di fronte allo specchio della nostra impotenza: lavoro duro, impegno, pianificazione e progettazione portano a dei risultati se non mediocri per lo meno insoddisfacenti. La morale si sta sgretolando sempre di più all’interno del proprio feticcio e lo sforzo delle istituzioni religiose fatica sempre di più a stringere nell’angolo dell’ etica un motore che segue referenze complesse. La città è viva. I focolai di ribellione e disordine in ogni parte del mondo creano disequilibri, pare; falso: è solo una comoda lettura-specchio poiché l’equilibrio non ha stabilità se non in se stesso, e per quanto l’uomo con la sua etica si sforzi di disegnarlo dentro regole determinate, esso si crea il proprio ordine presupposto e superiore, complesso e semplice allo stesso tempo. La città attuale è un organismo omeostatico, quindi: i valori sociali la compongono e le "assennate" azioni umane determinano tendenze; ma attenzione: le tendenze non sono inevitabilmente sviluppi. Il controllo presuppone ordine, ma sviluppa disordine; poiché il disordine non si cura dell’equilibrio ma intanto lo crea. Abbiamo le nostre città abilmente disegnate da professionisti incalzanti e meticolosi che evitano rischi e minacce tramite calcoli statici e dinamici, operazioni di analisi propedeutiche, regole minuziosamente applicate e adattate. Le nostre città intanto si pensano da sole, si attaccano a dei ritmi autodeterminati e si fanno beffa della stabilità progettata come se fossero elementi vivi e pensanti. E intanto lo sono. Come stormi d’uccelli si stendono sul terreno, spalmano la loro forma forse casuale, che intanto, beffarda, assume un disegno non replicabile o riproducibile, dicevamo. Ma certamente libero.

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