tossicodipendenze

Dipendenza al femminile

Elisabetta Felletti psichiatra, psicoterapeuta.


Il panorama delle dipendenze, cioè, l’incoercibile desiderio di qualcosa, che diventa ragione di vita per l’individuo, appare ormai molto vario ed articolato.

Oltre alla dipendenza "classica" da una sostanza, esistono altre dipendenze: da un comportamento (gioco delle carte, dei cavalli), da un oggetto (pensiamo alle dipendenze più attuali, ancora in fase di studio, quella dal cellulare o da internet), da una persona, cioè la dipendenza affettiva.

Pertanto occorre fare un distinguo, è notorio che le donne con problemi di dipendenza da eroina, cocaina, alcool e psicofarmaci, rappresentano un esiguo numero. Viceversa, i disturbi della condotta alimentare, cioè bulimia e anoressia, sono di pertinenza quasi esclusiva delle donne.

Entrambe le problematiche si caratterizzano per un rapporto alterato con il cibo; Nell’anoressia vi è il rifiuto del cibo, nella bulimia l’impulso irresistibile del cibo, le cosiddette "abbuffate", si alternano a fasi di digiuno.

Percentuali ancora più elevate connotano la dipendenza dall’affettività, a causa della quale esistono donne con un livello di autostima assai basso, pronte a farsi schiavizzare", a farsi malmenare, a non esistere come individui, entrando nella pericolosa spirale dell’accattonaggio d’amore con dietro l’assunto di base: "Sono disposta a tutto, pur di farmi amare da te". In questi casi non esistono più i propri bisogni ma quelli dell’altro, perché l’individuo non si ama e non si ritiene degno d’amore. Spesso alla base di tali comportamenti vi sono maltrattamenti fisici e psicologici in età infantile.

Problematiche affini presentano le donne eroinomani: rientrano in questa casistica donne con uno dei genitori o, entrambi, disturbati psichicamente, tossicodipendenti, alcolisti.. Sono presenti delle differenze rispetto alla tossicodipendenza maschile. Innanzitutto esiste il rischio di un livello di degradazione molto elevato, perché nel momento in cui sono costrette a procurarsi i soldi per la sostanza, finiscono per fare la cosa "apparentemente" più facile, cioè mercificare il loro corpo. Ricordo una paziente che mi disse che riusciva a prostituirsi solo mentre era sotto l’effetto della sostanza, altrimenti si sarebbe troppo vergognata di se stessa. Ho conosciuto una donna che, pur di non perdere la stima di se, trovava più dignitoso andare a fare dei furti in appartamento, con un rischio più elevato, ma sosteneva: "Al mattino non riuscirei a guardarmi in faccia".

Quest’utilizzo del corpo va inquadrato in vissuti precedenti; spesso le donne hanno alle spalle una storia di abusi sessuali e di violenza, anche in ambito familiare. Si altera, in una fase troppo precoce, il rapporto tra sessualità e sentimento, che appaiono separate, diventando il sesso motivo di potere sull’altro, una merce di scambio per ottenere dei vantaggi.Rientrano in questa casistica donne con uno dei genitori o, entrambi, disturbati psichicamente, tossicodipendenti, alcolisti .

Nella relazione tra operatori e donne tossicodipendenti , va evidenziato il fatto che i servizi preposti alla cura sono per il più formati da donne, quindi donne che si prendono cura di altre donne che finiscono per rivestire un ruolo materno e rappresentare quella madre accogliente e amorevole, che difficilmente queste donne hanno avuto durante l’infanzia e l’adolescenza. Complessivamente le donne presentano maggiori risorse rispetto agli uomini e, nel momento in cui intraprendono un percorso di recupero, hanno più possibilità di portarlo a termine. Un altro punto di forza è rappresentato dalla maternità; ho visto donne accorgersi del loro stato, al quarto mese di gravidanza, e nonostante tutto, riuscire ad intraprendere e a portare a termine un programma di disintossicazione, affinché il figlio non nascesse in astinenza. Donne che, occupandosi del figlio, iniziavano, forse per la prima volta, a prendersi cura di sé.

Una paziente molto giovane ricordando la sua infanzia e la figura della madre distante ed espulsiva, mi disse, tra le lacrime, che sua figlia avrebbe dovuto avere una madre più presente, ma lei aveva paura di non essere all’altezza del compito, perchè non aveva idea, di come si facesse la madre. La difficoltà maggiore riguarda il sostegno nei confronti di donne dall’Io alquanto fragile e dai rapporti affettivi disastrati, con una bassa stima di sé e delle proprie capacità.

Tra le pazienti più capaci di intraprendere un percorso di recupero, ho notato che quelle con capacità creative, potenzialmente, avevano una marcia in più; ricordo una ragazza che dipingeva con il nero di china dei diavoli mostruosi, un’altra dipingeva donne in attesa di un bambino, entrambe uscite dalla tossicodipendenza.

Sono certa che, se c’è una motivazione adeguata, valide risorse ed un operatore attento, si possono fare grandi cose.

 

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