società
Quando la famiglia diventa luogo di violenza
a cura di Valentina Arcidiaco* e Pasquale Romeo**
Continuamente giungono alla ribalta notizie di crimini efferati perpetrati all’interno della famiglia.
Purtroppo sempre più numerose sono le famiglie distrutte da un componente del nucleo familiare che non riesce più a gestire situazioni dolorose: figli e genitori che si uccidono a vicenda, ma anche vicini di casa che non sopportano i pianti dei bambini; persone che si tolgono la vita e feriscono congiunti a causa di situazioni economiche precarie o di disagio e di instabilità psicologia ed economica.
Pertanto molti sono i fattori che spingono un soggetto a
compiere tali atti: fattori psicologici,sociali e ambientali difficili da
definire e da interpretare.
La famiglia è il primario ed il più piccolo nucleo sociale, fondato su regole intrinseche; essa venne definita nella teoria ecologica di Bronfenbrenner come Mesosistema, ossia un sistema normativo/mediativo tra istanze personali e istanze ambientali .
I soggetti appartenenti al nucleo familiare ricoprono ruoli diversi e vivono periodi di crisi in maniera diversa, dal momento del matrimonio tra due persone, passando attraverso la convivenza e la nascita dei figli.
La crisi, che dovrebbe svilupparsi in maniera funzionale, spesso porta a crisi irreversibili dei ruoli e della stessa individualità.
Se riprendiamo le teorie freudiane sulla violenza familiare la cui fase estrema degenera nei parenticidi, possiamo certamente citare i numerosi complessi (tra i più famosi Edipo e Oreste)che sono alla base delle dinamiche familiari i quali, tramite una elaborazione distorta, portano i figli all’uccisione dei genitori, mentre per quanto riguarda i genitori che uccidono i figli possiamo fare riferimento alle teorie della negazione familiare, esplicata con la non accettazione dell’ingresso di un nuovo membro nel nucleo familiare originario.
Dobbiamo comunque ricordare che, negli ultimi decenni,il ruolo della famiglia è cambiato, le dinamiche familiari sono diventate più complesse e fragili, la modifica degli assetti familiari (monogenitoriali,plurifamiliari) ha portato la famiglia ad essere non più la famiglia etica, ma una famiglia affettiva.
Dagli studi di Charmet emergono, infatti, dei cambiamenti circa i nuclei familiari di ieri e di oggi. Prima, infatti, la famiglia svolgeva una funzione normativa ed etica di trasmissione valoriale verso i figli; oggi svolge una funzione socio-affettiva ossia ha lasciato la funzione normativa ai gruppi sociali che i figli frequentano e ha preferito ricoprire una funzione affettiva le cui conseguenze si ripercuotono dinamiche familiari(basti citare ad esempio il fenomeno della famiglia lunga).
Il fenomeno della famiglia lunga ci riporta alle dinamiche familiari violente, dove i figli cercano indipendenza economica e personale, e i genitori si ritrovano ad accudire dei figli adulti.
Il rapporto genitore-figlio o, meglio, gli stili di attaccamento, rispetto alle teorie di Bowlby,sono mutati a tal punto da non riuscire ad identificare i soggetti che compiono parenticidi in determinati stili di attaccamento. Solitamente il riferimento allo stile di attaccamento disorganizzato porta i minori ad avere pulsioni devianti ma troppi fattori non possono essere tralasciati circa la pulsione omicida di uno o più membri della famiglia.
Nei numerosi casi degli ultimi anni, si è parlato di disturbi della personalità, in particolar modo di , disturbi paranoici o schizofrenici, ma si è anche parlato di persone fragili che hanno avuto
un’ affettività sterile e hanno avuto difficoltà nell’assumersi delle responsabilità verso se stessi e verso la società.
Da recenti dati, si è potuto evincere una differenziazione di motivazioni nel compiere crimini all’interno della famiglia tra Nord e Sud Italia.
Alla base dei moventi dei parenticidi che avvengono nell’ Italia settentrionale ci sono motivazioni per lo più di tipo economico, mentre nell’ Italia meridionale i principali moventi da ricercare solitamente nella conflittualità familiare e nell’ incompatibilità tra modelli generazionali.
Proprio in merito alla conflittualità familiare, non vogliamo tralasciare l’aspetto della violenza domestica che non giunge all’ omicidio, ma solo si manifesta con atti violenti verso familiari che vengono colpi con calci, pugni ,bruciature,percosse, tentativi di strangolamento,minacce verbali , violenze psicologiche, ect.
Anche qui le motivazioni che spingono a tali gesti, rientrano in fattori culturali ed ambientali, sociali ed economici.
Sicuramente parlando di fattori psicologici, alla base di tali atti vi sono sentimenti contrastanti di odio/amore verso la vittima, di problemi psicologici che sfociano in veri e propri istinti di rabbia ma anche sentimenti di frustrazione e di solitudine, che non vengono espressi se non con atti di violenza.
La famiglia da sempre luogo sicuro, è diventato un luogo insicuro e dove la violenza ricopre un ruolo primario. L’interrogativo che noi tutti, come terapeuti, ci poniamo è: come facciamo ad aiutare una famiglia che non vuole essere aiutata?
**Psichiatra, Psicoterapeuta,perfezionato in Criminologia. Presidente del
Centro Studi sulle Dinamiche Familiari
* Psicologa, Esperta in Criminalità Devianza e Sistema penitenziario, Membro del
Centro Studi sulle Dinamiche Familiari
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