società

Quale scuola per i ROM?

di Cristina Delfino

(l'immagine a corredo dell'articolo si riferisce ad una scuola differenziale a Reggio Calabria, 1970)


Ritardo mentale lieve. Una dichiarazione di handicap è quanto basta ad un bambino rom per ottenere il solo "aiuto" che spesso la scuola è in grado di offrirgli: un’insegnante di sostegno. Secondo i dati di una ricerca effettuata nell’anno scolastico 2002/2003 dall’Università di Messina, gli studenti rom iscritti nelle scuole elementari e medie nel comune di Reggio erano 215. Oltre il 20% dei bambini usufruiva del sostegno scolastico.

L’inserimento di bambini rom a scuola attraverso l’handicap spesso nasconde una concezione dell’insegnamento incapace di aprirsi alle differenze e ai modi nuovi di intendere l’apprendimento e l’istruzione. Ma non solo.

«La nozione di "handicap" - ha scritto il sociologo francese Jean Pierre Liégeois - applicata all’ambito culturale e sociale si è sviluppata nel quadro delle politiche assimilazioniste. La nozione è collocata storicamente e socialmente».

I test utilizzati ancora oggi dalle Asl sono del resto arretrati e quasi sempre non adatti alle popolazioni di diversa cultura.

Il vantaggio di garantire un’occupazione lavorativa ad un numero maggiore di insegnanti di sostegno non sembra servire a migliorare l’ambiente scolastico per i bambini rom.

«Negli ultimi anni le insegnati hanno cominciato a consigliare e a proporre il sostegno ai genitori fin dalla scuola dell’infanzia – ha spiegato Cinzia Sgreccia, responsabile scuola dell’associazione Opera nomadi di Reggio Calabria - non si prende in considerazione che spesso il problema dei bambini rom è semplicemente l’impatto negativo con la scuola». La crescente consapevolezza dei genitori rom sulla necessità della scolarizzazione dei propri figli non annulla il disagio del bambino rom catapultato in un ambiente che non gli appartiene, dove la diffidenza invece di essere superata spesso si accresce.

«Sarebbe importante non negare l’identità del bambino rom per farlo sentire a suo agio e questo si può ottenere anche attraverso una didattica inclusiva. – ha continuato Cinzia Sgreccia - Spesso gli insegnanti sono convinti che questi bambini non abbiano una loro cultura». Della Storia dei popoli rom del resto non c’è traccia sui libri di scuola e la visione rom dell’educazione è completamente negata o ignorata.

In Italia, le classi speciali per i bambini zingari e nomadi, istituite negli anni sessanta come soluzione transitoria per istruire ed aiutare i bambini rom a superare gli ostacoli che loro cultura frapponeva all’integrazione, sono state abolite nel 1982. Negli anni il principio di valorizzazione delle differenze come ricchezza collettiva si è andato affermando. Ma tuttora programmi e modelli d’insegnamento rispecchiano in gran parte una visione monoculturale della società.

Nel 2003, nell’ambito del progetto europeo "Una scuola anche per i rom", presentato dall’Opera Nomadi, alcune scuole primarie e medie reggine hanno potuto sperimentare tecniche come il cooperative learning (apprendimento cooperativo) e la didattica informatica. Gli obiettivi perseguiti nelle sette classi pilota in cui erano presenti alunni rom, erano quelli di socializzazione e del raggiungimento di risultati scolastici. «Bambini rom che non avevano mai parlato sono riusciti a partecipare alle attività con gli altri compagni – ha raccontato Sgreccia – ma finito il progetto le scuole non hanno proseguito con queste tecniche inclusive». La difficoltà è forse per gli insegnanti discostarsi dai programmi tradizionali d’insegnamento e da modelli scolastici basati essenzialmente sulla competizione.

L’inserimento scolastico dei bambini rom trova un altro scoglio nelle condizioni economiche precarie delle famiglie. «A volte – ha spiegato ancora Sgreccia - i genitori si vergognano di mandare i figli a scuola perché non hanno i soldi per comprare i vestiti adatti, il corredo scolastico, la colazione».

Insuccesso scolastico e frequenza irregolare sono spesso gli unici risultati raggiunti da questa scuola che si pone ancora ai bambini rom come un obbligo e poco come un diritto. Secondo i dati forniti dall’Ufficio scolastico regionale della Calabria, nell’anno scolastico 2006/2007 la percentuale degli alunni rom ripetenti nelle scuole della provincia di Reggio Calabria è oltre il triplo di quella degli alunni stranieri.

Significativo è il mancato riconoscimento da parte dello Stato italiano nella legge 482/1999 dei rom come minoranza linguistica storica, nonostante negli anni, sotto la spinta degli organismi europei ed internazionali, il governo italiano abbia riconosciuto il principio della diversità culturale, il rispetto della cultura rom e la necessità di mediatori culturali nelle istituzioni scolastiche.

Nei progetti che le scuole possono presentare per la tutela della lingue e della tradizioni culturali della minoranze storiche in Italia, la lingua romanì e la cultura rom rimangono di fatto escluse.

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