Società

La storia perduta: senza memoria si vive in un eterno presente che ci fa paura e ci rende aggressivi

 

di Pino Rotta (Coordinatore regionale di CONSCOM, Associazione disciplinare Sociologi e Consulenti della Comunicazione)  (GUARDA IL VIDEO DELLA RELAZIONE)


Siamo convinti di vivere in tempi in cui la violenza e l’insicurezza siano arrivati a livelli critici. Sul piano storico non è così. Ma sono sempre di meno le persone che conoscono la storia, anche quella più recente. La percezione prevale sui fatti in sé, creando un "vuoto di memoria". Casuale?.. Chi conosce la storia e lo sviluppo della scienza matura una coscienza critica, se invece si cancella questa capacità il presente è tutto quello che ci resta ed il presente oggi è quello consumato velocemente in televisione. Più della metà dei programmi televisivi fa leva sulle nostre ansie e paure stimolando l’impulso di fermare quello che non ci piace sbattendo con rabbia un pugno sul tavolo. Effetto telecomando, ma in realtà non cambiamo neanche canale. E infatti la realtà in cui viviamo non è unica ma duplice. C’è la realtà dei fatti che ha i suoi tempi, i suoi luoghi, i suoi perché e poi c’è la realtà come noi la percepiamo, suggestionata dal vortice delle immagini televisive, tanto veloci da essere ipnotiche, da azzerare la capacità di giudizio ponderato e riflessivo. Cioè la velocità delle cose che passano davanti ai nostri occhi influenza la nostra percezione del mondo. E a correre veloci davanti ai nostri occhi, da più di venti anni, sono immagini di violenza e di forza bruta, da venti anni siamo in stato di allarme rosso permanente. La paura e l’ansia sono le nostre compagne di giorno e di notte e, come si sa, la paura genera mostri! La paura ci induce a non accettare cambiamenti ed a mantenere lo status quo. Ma non è sempre stato così e non è detto che questo processo non si possa invertire, anche se è una battaglia impari. Occorre recuperare la capacità di memoria e di critica. Cerchiamo di capire perché e come la violenza sia collegata a questi processi, di capire il fatto e la sua percezione.

Negli anni ’70 molti giovani ferrovieri reggini avevano l’obbligo di prestare servizio per alcuni anni a Paola vicino Cosenza, molti di loro sposavano donne paolane e a Reggio si diffondeva la voce che le paolane erano delle poco di buono che rubavano i mariti alle donne reggine. Oggi spesso sentiamo la stessa lamentela ma le "ladre di mariti" sono cambiate, sono le belle e quasi sempre istruite donne dell’est. In verità le donne di Paola negli anni settanta erano solo più emancipate e dinamiche delle donne reggine e gli uomini le sposavano perché erano donne così non perché erano di Paola, solo che ciò non abbiamo memoria. Oggi, con forme diverse, quello scenario si ripresenta ma noi ne siamo inconsci. Perché? Quando si parla di società una delle poche cose certe, è che la cultura è un fatto dinamico. Il concetto dello sviluppo lineare e del progresso legato all’innovazione tecnologica è ormai messo in discussione. Data la perdita di capacità critica della maggioranza delle persone, Scienza e Coscienza oggi hanno tempi diversi. Seppure non esistano tagli netti, cancellature, rattoppi nella storia della cultura di una società, si crea una distanza sempre più grande tra chi ha, sa e può e chi resta fuori da tutto questo. La connessione tra passato, presente e futuro però è un fatto. Certo l’organizzazione produttiva e lo sviluppo della tecnologia influiscono sulla velocità dei cambiamenti e sulla capacità di gestione razionale ed emotiva degli eventi. Ma l’alterazione della percezione spazio-temporale dei fenomeni non toglie nulla alla regola di causa-effetto. Violenza ed aggressività hanno delle cause e sono elementi cardine della storia dell’uomo. Per comprendere i meccanismi che muovono questi processi sono necessari nuovi strumenti di interpretazione della realtà e di arricchimento della coscienza critica. La velocità di elaborazione cognitiva e la risposta culturale hanno bisogno di tempi che non sempre l’individuo riesce a conciliare nella propria vita quotidiana. Mentre fino a 30 anni addietro l’individuo poteva, attraverso il passaggio di esperienza tra generazioni, capire lo svolgimento dei fatti e da questa risorsa cognitiva essere influenzato nelle azioni individuali e collettive, oggi i processi diciamo "personalizzati" di comunicazione dell’esperienza sono stati quasi completamente sostituiti dal mezzo televisivo mosso dal mercato e che privilegia le emozioni alla ragione. Chi non ha ben chiaro che il mercato è il vero motore della televisione e della politica, che ne ha fatto un potente strumento di persuasione di massa, ha una visione romantica ma di certo parziale della realtà. Sono necessari strumenti di conoscenza nuovi e linguaggi chiari per comprendere questo nuovo modo di formarsi della personalità individuale e collettiva. Il saggio di Salvatore Romeo (vedi recensione in questo numero) psicoterapeuta sa col suo libro darci questi strumenti per aiutarci nella comprensione di come la comunicazione sia il mezzo per la lettura ma anche per la formazione dei comportamenti. Per capire il rapporto tra uomo e donna ed i suoi cambiamenti faremo, ora, una specie di excursus storico e sociale in cui inquadrare più o meno quattro generazioni. Gli anni ’60 hanno rappresentato per tutto il mondo occidentale il decennio dell’unica vera rivoluzione culturale della postmodernità, più figlia di Voltaire, Diderot e Saint-Simon che non di Marx e Lenin, con buona pace degli ignari sessantottini. Ma fu una rivoluzione autentica rappresentata soprattutto dall’emancipazione femminile, sia nella sessualità che nei ruoli sociali. Le ragazze ed i ragazzi di quegli anni hanno allora cominciato a sentirsi uguali. E’ importante capire questa reciprocità perché se è vero che in quegli anni la donna conquistò il diritto alla propria indipendenza e personalità è altrettanto vero che gli uomini, loro coetanei, percepirono questo fatto come del tutto ovvio e naturale. Gli anni sessanta avevano una caratteristica che è propria di altre epoche storiche in cui sono avvenuti grandi cambiamenti: erano anni in cui in occidente la maggioranza della popolazione aveva un’età inferiore ai 30 anni e si era in pieno boom economico, creando fiducia ed ottimismo. Questi due fattori furono fondamentali per far diventare velocemente di massa queste trasformazioni culturali nei paesi occidentali, ma toccarono altri paesi come la Cina, l’ex Unione Sovietica e paesi che oggi non immagineremmo mai come l’Afganistan, l’Iran e l’Iraq, dove le donne, che oggi indossano il velo, giravano in jeans e maglietta ed andavano a scuola (almeno nelle grandi città). In Italia tra i risultati più concreti di questa rivoluzione culturale ci furono la conquista della legge sul divorzio nel 1978 e solo nel 1981 l’abolizione dal nostro codice penale del cosiddetto "delitto d’onore". Ma intanto la crisi economica degli anni settanta e la repressione culturale, si mescolavano alla violenza sotto forma di terrorismo e stragismo, opposti estremismi, amplificati da un sistema mediatico servo di valori arcaici ma ancora molto presenti nella società occidentale e che si erano sentiti minacciati nella propria supremazia. Questo ricacciò indietro quelle che sembravano ormai indiscutibili conquiste sociali e culturali. Il cosiddetto ritorno al privato cominciato negli anni ’80, caratterizzati dall’arrampicata sociale, yuppismo e poi da tutta la compagnia da Raegan a Bush padre e poi al figlio, ha cominciato a colpire le coscienze. La cultura egoistica degli ultimi due decenni ha plasmato una mentalità (amplificata dai mass-media) che tende a rappresentare la realtà in maniera frammentata, segmentata, polverizzata, come se le esperienze di vita di ogni individuo non fossero correlate le une alle altre e ognuna a quella di tutta la collettività.

Prima la repressione che ha agito con le bombe e l’assassinio politico in Cile, in Grecia e in Italia, in seguito da parte russa e americana si comincia a bombardare l’Afganistan, la Cecenia, l’Iraq, poi i Balcani e di nuovo l’Afganistan e l’Iraq, intanto dai nostri televisori si porta nelle coscienze quello che doveva giustificare l’aggressività economica e politica: il machismo. Il maschio che, secondo l’ideologia sessista, era stato soverchiato dalla donna doveva ritornare al proprio ruolo dominante. Questo però non si fa questo in due giorni o per decreto, ma esaltando, tramite la televisione di massa, modelli culturali in cui il maschio deve essere forte, dominante, armato, aggressivo e soprattutto ignorante. Non deve più leggere, pensare, giudicare, avere una capacità critica. E lo si fa agendo in maniera scientifica, perchè si sa che i modelli fissi di apprendimento codificato (CFAP) rispondono a criteri che appartengono solo in parte alla sfera privata e molto più intimamente ai codici metalinguistici propri dalla cultura della società in cui si vive. Alla base di tutto esiste la spinta primaria che agisce su ogni individuo e che orienta il comportamento di ognuno verso l’esaltazione o verso la depressione. In questo processo le esperienze individuali sono importanti perchè agiscono come "un piano inclinato" su cui scivolano i carichi emozionali che giungono dalla società, rendendo più facile o più difficoltoso l’accesso di queste emozioni nella psiche individuale a seconda della predisposizione, della capacità di capire e razionalizzare. I media possono enfatizzare, magari anche spingere a fenomeni di emulazione, ma il substrato culturale che si è formato in questi anni agisce in profondità nelle coscienze e nella psiche ed i suoi effetti sono sempre di lunga durata. Il maschio dominante torna perché tornano ad essere riconosciuti ed accettati come valori positivi il dominio e la forza come strumento di successo. La donna è vista non come persona ma come categoria: figlia, moglie, dipendente, immigrata. E mentre le persone hanno dignità e diritti le categorie non ne hanno. In un momento storico caratterizzato da una insicurezza strutturale, provocata dalla lunga crisi economica che viene vissuta come frustrazione di ogni progetto di futuro sociale e quindi personale, da una destabilizzazione dei valori di solidarietà umana e civile, che riescono ad affermarsi nei momenti di crescita economica ma che si affievoliscono o addirittura crollano quando la crisi economica diventa cronica, ed investe anche il rapporto tra le nazioni (guerre, globalizzazione selvaggia, migrazioni imposte dalla stessa crisi ma vissute come invasioni barbariche) l’individuo radicalizza i messaggi che arrivano dal contesto culturale e si lascia avvolgere dalla frustrazione che sfocia in aggressività irrazionale in specie verso i soggetti che vivono condizioni di oggettiva debolezza, ma anche verso sé stessi, un misto tra sadismo e masochismo. E se in più l’ambiente è infettato dalla cancrena della ndrangheta i suoi effetti avvelenano la radice profonda della cultura sociale già fragile.

Mentre la frustrazione il più delle volte evolve in stati di depressione che ha anche un effetto sul sentimento collettivo, la manifestazione di aggressività dipende molto più dai fattori ambientali e viene gestita secondo il livello di condizionamento culturale che ognuno ha ricevuto nel corso della propria vita. Tra ansie e depressione collettiva, nella maggior parte dei casi l’aggressività rimane latente e scaturisce quando coincidono condizioni che si presentano come destrutturazione della realtà individuale, perdita di senso delle cose e della propria identità. Il fenomeno si manifesta con "sintomi" riconoscibili sempre presenti nelle fasi di crisi ed è possibile monitorali sia prendendo come base di analisi il linguaggio sia altre forme metalinguistiche (ad esempio le manifestazioni di rapporto di potere tra uomo e donna, nel gruppo prima che diventi branco, o all’interno di un rapporto di coppia o sui luoghi di lavoro). Ma questa è una pratica che impone scelte politiche e culturali che oggi vanno poco di moda. Oggi siamo arrivati a salutare come conquista il fatto che anche le donne possono fare il militare ed andare in guerra. Non mi pare una bella conquista di parità!

 

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