Società

La crisi e i "Consumatori consumati"

"la Merkel e Obama nazionalizzano le banche, Berlusconi paga i debiti di Alitalia… ma che capitalismo è questo?"

 

di Pino Rotta (Coordinatore regionale di CONSCOM, Associazione disciplinare Sociologi e Consulenti della Comunicazione) 


Non molti sanno che in siciliano la popolare frase "semu cunsumati!", in italiano "siamo consumati", si traduce con definizioni del tipo "siamo rovinati", "siamo finiti" e persino "siamo con un piede nella fossa".

E’ un modo di dire popolare che associa due concetti che solo da pochi decenni si sono fatti strada nella storia del capitalismo: il concetto di consumo e quello di limitatezza delle risorse.

Tutto lo sviluppo delle società industrializzate per oltre un secolo si è fondato sulla spinta al consumo, il concetto stesso di progresso è stato messo in relazione con la richiesta di beni di consumo sempre più numerosi e raffinati. Ai nostri giorni siamo giunti a parlare non più di diritti del cittadino ma del consumatore.

Questa premessa lungi dall’essere la perorazione semplicistica di un fantomatico "ritorno alla natura" come rinuncia alla spinta all’innovazione ed al progresso, serve però a mettere a fuoco alcune domande sulla cosiddetta società dei consumi.

La soddisfazione dei bisogni, legittima ed auspicabile in una società progredita e democratica ci interroga ad esempio sul punto: quali sono i bisogni che meritano di essere soddisfatti e chi lo decide?

Così se poniamo che i bisogni siano legati alla sfera dell’alimentazione, della casa, della mobilità, della salute, della conoscenza è legittimo dare risposte a queste domande con strumenti scientifici, tecnologici ed economici tali da dare un sempre crescente aumento della qualità della vita. E’ giusto dunque che il consumo di questi beni sia favorito e che ne sia agevolata una diffusione democratica.

Tutto ciò è nell’interesse sia del cittadino che dell’impresa che produce. Purtroppo però il capitalismo non segue le regole di mercato, che pure i suoi teorici storicamente hanno individuato e proclamato. Il mercato che risponde alle dinamiche di domanda ed offerta non si è dimostrato meno utopistico del concetto di comunismo quale concetto di equa distribuzione dei beni.

Il capitalismo come il comunismo è sempre un "affare di Stato". Interviene sempre condizionando l’azione dei governi a proprio vantaggio, ora allargando ora restringendo l’intervento dello Stato in economia.

Il motivo è semplice: quando c’è crisi lo Stato interviene e sostiene le imprese con sovvenzioni e sgravi fiscali. Quando c’è sviluppo la presenza dello Stato si allenta e con essa anche il peso della fiscalità.

E gli effetti si sono dimostrati, nel corso della storia, devastanti in termini sia di sfruttamento umano che delle risorse naturali. Con la drammatica aggravante che per espandere l’accumulo del capitale, dall’epoca coloniale ad oggi, non si contano né le guerre ne le vittime che queste hanno prodotto. Occupare la terra per estrarre il ferro, estrarre il ferro per costruire cannoni per occupare altre terre. Guerre, terrore, razzismo?… effetti collaterali!

Ciclicamente il controllo di questo sistema cambia soggetti in un’alternanza storicamente dimostrata. C’è il tempo dell’industria che espande i propri mercati accumulando capitali e c’è il tempo in cui è il capitale che controlla l’industria. Lo strumento di quest’azione non è il libero mercato ma, appunto, lo Stato. E l’industria bellica non è mai in crisi.

Nella storia del capitalismo abbiamo assistito a forme di governo che vanno dal totalitarismo alle democrazie parlamentari in cui il sistema di rappresentanza popolare è stato funzionale al maggiore o minore interesse del capitalismo di avere o meno una massa di lavoratori che oltre ad essere produttori fossero anche consumatori.

Possiamo dire che la democrazia è una forma di governo più funzionale agli interessi dell’industria, perché questa ha bisogno di un mercato che assorba le merci e quindi di un benessere diffuso, mentre quando predomina la finanza, come risultato dell’accumulo di capitali, la democrazia si contrae perché in quel dato momento non servono altri consumatori che producono altro accumulo, ma altri mercati, servono governi in grado di espandere i territori di dominio per conquistare materie prime e risorse energetiche, dominio che poi sarà ceduto (non certo di buon cuore!) di nuovo all’industria, quelle industrie che delocalizzano le produzioni per massimizzare i profitti. E’ la fase che stiamo vivendo negli ultimi 20 anni in Occidente. Il termine suadente ed evocativo è stato: Globalizzazione. Globalizzazione delle merci non certo dei diritti delle persone.

Che fine fanno quelli che in questa fase passano dall’iniziale ruolo di produttori-consumatori a "consumatori in esubero"? Fanno la fine logica in un’economia di mercato: la domanda di lavoro scende e l’offerta di reddito disponibile si assottiglia e si divide tra molti più soggetti. In altre parole si sacrificano un paio di generazioni che passeranno la loro vita da disoccupati, precari, assistiti, ecc… in attesa che il ciclo torni in mano all’industria.

Che vuoi che siano due generazioni davanti all’eternità!

 

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