Libertà di pensiero
Volando con Dedalo
Il suo spazio grafico non era "Diario d’autunno", né "A tu per tu", né "Trafficando", rubriche di successo che egli non amava più sia per le tematiche trattate che per come venivano espressi i contenuti. Egli non si interessava dell’attualità "morbosa" su cui si buttavano i media, non rivolgeva la propria attenzione agli oroscopi, né si soffermava sulle vicende personali di chicchessia, tingendole nel brodo della politica.
Nel suo spazio libero si agitavano sognatori, rivoluzionari, idealisti, cavalieri erranti, ammaliati dalla malinconia e persi nei paesaggi della vita quotidiana. I suoi scritti esprimevano un romantico bisogno di libertà e una strenua difesa dell’individualità contro la massificazione di una società avida e priva di umanità, tesa all’arricchimento e dominata dall’egoismo. Sapeva bene che l’immaginario del singolo è il sogno, del gruppo la visione, del sociale il mito.
Era andato in una scuola per vedere "il luogo dove nasce il
futuro" ed era sprofondato nella preistoria dell’istinto.

Fra i banchi osservava una società chiusa, ora in un mutismo ostile, ora in latrati di gruppo, incapace di comunicare, pronta a sbranarsi per uno sguardo o un sorriso, aggressiva e minacciosa; una società che allontana, isola, disunisce, mette contro, respinge; una società senza futuro, che ha interrotto il cammino della civiltà che ha attraversato il tempo.
Innanzi al decadere dei costumi, all’involgarimento del linguaggio, a una sempre maggiore difficoltà nei rapporti generazionali, al considerare senza dignità persone e cose e, quindi, senza freni nell’oltraggiarli in varie forme, riteneva inutile dire che era là in missione di pace, che era l’anello di congiunzione fra le varie epoche, che metteva il suo sapere a disposizione nel loro oggi per affrontare il loro domani. Non vedeva l’ora di lasciare, appena possibile, quel luogo ridotto dai ministri di turno, col consenso della cosiddetta società civile, a discarica sociale. Sarebbe andato via senza rimpianti, con la consapevolezza della validità dei messaggi lasciati, e che pochi avevano raccolto, e della dignità tenuta nell’espletamento dei suoi doveri.
Continuava intanto, nel suo corso di sopravvivenza, a tagliare i ponti con la città, a partire da quello sullo Stretto. Non soffriva di fobie e non provava panico innanzi all’immagine che giornalmente scaturiva dai discorsi della gente, dalla cronaca riportata dai giornali, che nelle vie e piazze e nelle stesse case, rifugi dell’animale uomo, si vivesse nella paura, tra nemici, come nemici. Innanzi ai nuovi barbari, provava rimpianto e nostalgia per l’antica paura del lampo, del buio, delle comete. Sprofondò così nella serenità della solitudine cercata e gustata nel silenzio, nello studio del pensiero filosofico, nella visione del mare, di una foresta, nella lettura.
Ricominciò a porsi quelle domande esistenziali che lo avevano portato a varcare la porta del tempio della conoscenza e che aveva chiuso quando la sua meta non coincideva con quella di chi considerava l’unico scopo del viaggio le cariche, il potere, i metalli.
Tornò ad inseguire orizzonti di significato, albe piene di luce, a sentirsi un individuo unico, pur vivendo in un contesto collettivo. Non cercava approvazione e le critiche non gli impedivano di esprimere giudizi autonomi e liberi: non riusciva a rimanere indifferente e a non schierarsi innanzi ad azioni e comportamenti offensivi e dequalificanti, al senso di noia e inutilità, al protagonismo che non si esplicava nell’impegno e nel dovere ma nell’esagerazione, nell’atto vandalico, nel disprezzo dell’ambiente e delle persone, nell’appropriarsi della "roba", inseguendo l’idea del superfluo più importante del necessario. Si fermò così sulla riva del fiume della sua vita a guardare scorrere il tempo. Riversò in esso l’immaginazione, la sorgiva della felicità umana, e si immerse nell’acqua per dare forma etica ed estetica al proprio esistere, dando materialità ai pensieri che pensava e ai sentimenti che sentiva scrivendo e dipingendo.
I miti gli tornarono alle mente: il labirinto e il Minotauro. Rivede Icaro che, con le ali costruite dal padre, lasciava l’antro e volava su quel mare greco, prima di tornare nell’acqua primigenia. Camminando sulla sabbia rivolse uno sguardo alle sue orme. Provò così, da allora, a vivere intensamente ogni momento della propria vita sulle note delle canzoni che amava e che mescolava in un turbinìo di immagini e di colori perché "è assai meglio, dentro questa tragedia, ridersi addosso, non piangere e voltarla in commedia…", ridere della malvagità dell’uomo che per il suo agire diventa "piccolo, nano, malvagio di sicuro, con il cuore troppo vicino, troppo vicino al buco del culo".
E tornò a volare con Dedalo.
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