Società

Donne e manichini in concorrenza – La città vetrina

 

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di Katia Colica


La città ormai è femmina, ammiccante e disinvolta come una qualsiasi valletta. La seduzione urbana si stende lungo le vie del suo centro, particolarmente stampata dentro i cartelloni urlanti di donne che esibiscono corpi schiaccianti, per quanto esacerbati. Con toni diversi, però, la città era femmina anche prima, per la verità; quando dagli anni sessanta la passeggiata nel corso principale delle città era abbellita solo per le donne: le vetrine non erano roba per uomini, che si limitavano a rapide occhiate verso articoli che in ogni caso poco li riguardavano. Casalinghi, elettrodomestici e ricercati capi di vestiario. Poi, piano, si sono modificati i linguaggi: il corpo femminile diventa parte integrante della nostra identità sociale e la donna non è più all’ostinata ricerca del detersivo migliore per pulire e lucidare in attesa dei complimenti del proprio uomo. Cambia poco, però, perché trasferisce le stesse modalità attraverso linguaggi differenti verso gli stessi obiettivi, le ratifiche maschili, vendendo sempre lo stesso identico prodotto: il proprio corpo. Su questo concetto è esplicativo il pensiero di Pier Paolo Pasolini che negli anni Sessanta considera con amarezza le scelte che le donne hanno voluto ribadire dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale: "E’ vero che per secoli la donna è stata tenuta esclusa dalla vita civile, dalle professioni, dalla politica. Ma al tempo stesso ha goduto tutti i privilegi che l’amore dell’uomo le dava: ha vissuto l’esperienza straordinaria di essere serva e regina, schiava e angelo. La schiavitù non è una situazione peggiore della libertà: può anzi essere meravigliosa". I contratti di lavoro, ricordiamo, fino al 1963 prevedono il diritto di licenziamento immediato delle donne al momento del matrimonio. Ed è proprio in quegli anni che i concorsi di bellezza hanno un successo enorme. Il possesso di un fisico mirabile diventa quasi un paradossale elemento di democrazia. E se le stesse hanno cominciato a lavorare per necessità, allo stesso tempo hanno iniziato ad apprezzare la libertà derivata dall’indipendenza. Intuire che comunque, l’uomo aveva ancora dalla sua parte la matrice per stampare un gioco che conosceva da secoli, ovvero l’uso del corpo femminile, è stato semplice; per una ragione squisitamente antropologica, come Levi-Strauss sottolineava, la donna è stata la prima moneta di scambio tra gli uomini. Rimaneva ancora un modello di consumo appetibile e affascinante. È assolutamente automatica, quindi, la creazione della città vetrina con la merce più allettante esposta, e se per ragioni di opportunità o per mera correttezza politica (almeno nella maggior parte dei paesi civili) la donna non può essere esposta, ecco che i manichini diventano sempre più antropomorfi raccogliendo in sé tutta quella seducente malizia che la maggior parte delle donne dimentica dentro i cassetti delle scrivanie in ufficio, tra i fornelli e le lasagne o dentro i carrelli della spesa. In quei posti in cui, insomma, la città potrebbe essere fortemente femmina ma non lo sarà perché il timbro che lascia non possiede quel linguaggio falsamente seducente che la società, educata dai media berlusconiani, ha fatto passare per valido. Ricerca di dettaglio espressivo, ormai i manichini non sono più grucce appendiabiti ma generi plastici sinuosi, prestigi della sottoarte, che trasferiscono in sé il gioco di sguardi che non poteva, prima di essi, appartenere a null’altro che fosse inanimato. E, tornando a Levi-Strauss, se la donna è stata la prima moneta di scambio probabilmente quel meccanismo così tanto combattuto dalle sessantottine, torna prepotentemente. Lo stesso modello di consumo, insomma, è accettato e cercato in maniera apparentemente consenziente. Altrimenti perché nel 2010 esisterebbero belle ministri donna che, senza avere alle spalle un solo giorno di attivismo politico sono lì a decidere le sorti di un intero settore del Paese? E come mai le vallette sono la spalla più comune di qualsiasi tipo di programma televisivo? Per quali ragioni le vetrine dei negozi, comprensive di faretti, manichini, vestiario e accessori, sono sempre più simili ad ammiccanti studi televisivi? Cosa spinge le donne a prestare il loro corpo perché sia veicolo di reazione e non di azione? E, infine, perché le stesse donne che tramite i mezzi citati arrivano a occupare posti di potere si mortificano successivamente dentro improbabili tailleur come a demonizzare gli stessi abiti che, poco tempo prima indossavano con disinvoltura? Come se si potesse calare il sipario tra diverse fasi della stessa vita: prima velina, ora donna seria. Prima miss Italia, ora moglie e madre. Prima minigonna, ora giacca. Nel 1930 Pio XI, giudica riprovevole la contraccezione, l’aborto, il sesso senza fini procreativi; infine: il lavoro femminile. Il posto di una donna è, quindi, calcolato rispetto alla sua capacità materna: l’esistenza di una donna dipende dalla vicinanza di un uomo e in più deve essere in grado di mettere al mondo quanti più figli possibili, meglio se maschi. Nel Natale del 1933 Benito Mussolini istituisce il «Giorno della madre e del bambino» promettendo, alle madri che hanno messo al mondo più di quattordici figli, di incontrarle personalmente. Poco tempo fa, Gheddafi in Italia, ha promesso mille euro alle ragazze carine che avrebbero passato la serata con lui. Dalle prime ore del pomeriggio la fila femminile è stata quasi ingestibile dalle forze dell’ordine. L’Homo Oeconomicus è il soggetto che sceglie in base a criteri antichi, insomma. Ma se la donna è stata la prima moneta di scambio tra gli uomini è pur vero che molte di loro restano immobili dentro questo ruolo; per comodità, per paura o per abitudine. Continuando ad abbellire le vie delle città in concorrenza e competizione coi manichini dei negozi.

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