Filosofia

Cerchiamo il significato nascosto dei numeri in Dante

"a voi che avete gli intelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde, dietro il velame delli versi strani" (Inferno- canto IX)

 

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di Antonietta Feola (*)


Lo stesso Maometto disse che "tutto nella vita, da lettera a parola, da segno a pensiero, dalla vita all’universo infinito è simbolo, e nulla più che simbolo", ed i numeri sono gli elementi più simbolici ed emblematici, a tal punto che per i popoli antichi il loro linguaggio racchiudeva il significato stesso della vita, non essendo preposto ad indicare una quantità, ma per esprimere realtà distinte, o meglio, un messaggio distinto da sé che trasmette l’idea stessa, la sua ricchezza e complessità inesauribile d’interpretazione che ci spinge ad entrare in n " mondo nuovo", allo scopo di gustarne le innumerevoli ricchezze. Proprio per questo, a mio parere, occorre considerare la Divina Commedia, come un’opera alchemica, la cui "materia prima" è l’uomo. Dante stesso nella sua opera è teso alla ricerca di quel principio in grado di spiegare i segreti della vita e di operare quella trasformazione da piombo in oro, o meglio, da "pietra grezza" a "pietra levigata". E’ lui stesso a spingerci a fare ciò, come suggeriva a Cangrande della Scala, invitandolo a leggere la sua Somma Opera in quattro diversi modi: letterale, allegorico, morale e spirituale, considerando quest’ultimo come il più importante, poiché "… il fine di tutta l’opera … consiste nell’allontanare quelli che vivono questa vita dallo stato di miseria e condurli ad uno stato di felicità. Il genere di filosofia nel cui ambito si procede … è l’attività morale, cioè l’etica; poiché sia tutta l’opera sia la parte sono state concepite non per la speculazione ma per l’operare". Un chiaro invito per un esame introspettivo, ma per poter ricercare se stessi, è necessario rettificare la direzione, che crediamo dirigersi in avanti, mentre si tratta di ritornare sui propri passi, di fare ritorno al centro, al centro di noi stessi,come lo stesso Dante ci indica parlando del suo "viaggio" che procede dal "cerchio al centro" ( Paradiso, canto XIV). Così partendo da una selva oscura si porta al centro della terra occupato da Lucifero " dove si traggon tutti i mali" (Inferno, canto XXXIV), dopo aver disceso i "sette" gironi dell’Inferno ed attraversato la "natural burella", giunge alla spiaggia del Purgatorio arrivando alla cima del monte per "sette" balze. Volerà per "sette" cieli giungendo oltre le stelle sino alla candida rosa mistica. Ecco un altro numero che fortemente si presenta all’interno della Divina Commedia: il Sette, numero da sempre considerato magico, misterioso, carico di sacralità e con un corredo simbolico che lo ha caratterizzato sin dai tempi più remoti. Il numero sette per i Pitagorici essendo originato e non generato indica la perfezione, la gnosis, in quanto somma del tre e del quattro, ovvero Dio Uno e Trino sommato alla materialità del quattro, l’Uomo, la completezza di quattro elementi Aria, Terra, Fuoco, Acqua. Unione quindi del Divino e dell’Umano, concepito come simbolo di Atena-Minerva che non generata, in quanto uscita dal cervello di Giove, per cui umanamente inconcepibile e tradizionalmente magica e legata alla Verginità e alla Sapienza Divina. Gli umanisti rapportarono spesso Atena-Minerva alle 7 Arti Liberali privilegiando la Geometria. Nella tradizione ebraica 7 è il numero dei bracci della Menhora. In Massoneria indica l'età del Maestro nella Camera di Mezzo, 7 sono le luci e 7 i gradini della scala, 7 le Arti Liberali che l'iniziato deve coltivare con continuità e impegno, 7 sono le lettere che compongono la scritta Alla Gloria Del Grande Architetto Dell'Universo. Ecco che così il numero sette è l'ebdomade, è il numerus virginalis, quello cioè che non è generato e non genera. Non ha madre perché è numero primo, indivisibile. Non genera, è verginale, perché, moltiplicato per il numero minore possibile, il 2 dà il 14, che è oltre la decade, è cioè la decade più quattro. La stessa proprietà di non generare ha anche il 6, che moltiplicato per 2 dà 12, oltre la decade; ma il 6 è generato dal 2 e dal 3; non è quindi senza madre e non è così misterioso come il 7, che fu sempre, in parecchie religioni, ed anche nella nostra, considerato appunto come misteriale. Sommando il 3 col 5 si ha 8. Ora 8 è il doppio del perfetto 4, è anche il primo numero cubico possibile (2³=8); è cioè il primo numero che esprime potenza di potenza. Ma è anche l'unione dell'origine dei numeri, l'uno, col numero vergine, il sette. È pertanto numero sacro adoperato dai numeristi cattolici, come Sant'Ambrogio. Il 7 è spesso citato da Bonaventura come il numero del mistero: l'ebdomade è sempre misteriale. Egli riporta da San Gregorio, che: «Septenarius, secundum Gregorium, est numerus universitatis in majori mundo et in minori et in Deo» (Hexaëmeron, XVI, 5). E poco dopo aggiunge: «Septenarius autem magnum mysterium habet». E conferma e rinforza subito dopo: «Iste numerus... est mysterialis». Naturalmente hanno valore anche i multipli del 7 (2×7; 5×7). Sommando finalmente il 4 col 5 si ha il perfetto nove, che è la dinamis, la potenza del già perfetto tre. Abbiamo cosí, da tempi antichissimi, un complesso di numeri di un significato speciale mistico, accolto da numerosi adepti, i quali si sono continuati sino a noi. Per concludere questo breve percorso "numerico"sono gli stessi versi posti alla quasi conclusione del Poema a venirci incontro:

«Qual è il geometra, che tutto s’affige per misurar lo cerchio, e non ritrova, pensando, quel principio ond’elli indige,
tal era io a quella vista nova».

Siamo nella cantica del Paradiso dove la "materia Dante", dopo aver bruciato nel fuoco della conoscenza infernale, essersi purificato nel fuoco del Purgatorio, dove vi è sofferenza e fatica, arriva finalmente a splendere in quel fuoco/luce abbagliante di Dio, in quella luce beatificante, che trasforma la forma ed i sensi, luce di amore che si riflette da anima ad anima come specchio a specchio, il poeta deve dare un’idea del netto divario fra umano e sovrumano, fra la sua limitata capacità di sentire e la visione diretta di Dio, e non trova mezzo migliore che quello di un confronto con la discordanza fra un oggetto materiale, qual è il cerchio disegnato sulla carta ed uno immateriale, quale è il cerchio del matematico. Questo è quel che vuole trasmettere Dante con questo suo accenno geometrico: esiste sempre un disaccordo tra quel che percepiscono i nostri sensi come oggetti materiali e il suo corrispettivo in matematica … Una visione intellettuale non comprensibile a tutti…

(*) Antonella Feola, docente di filosofia

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