Cultura
La singolare virtù della nostalgia
Accade talvolta che la natura eserciti su di noi un misterioso potere, un influsso fascinoso ed arcano, certamente refrattario alla decifrabilità se l’approccio è attuato con gli strumenti della ragione.
Sono momenti rari, attimi brevi come un respiro o spazi
temporali apparentemente interminabili che non vanno compresi ma solamente
vissuti. Questi momenti di "comunione cosmica" rappresentano preziose chicche,
perché essi non solo ci consentono di godere di una preziosa tregua psicofisica
dal rumoreggiare convulso ed indifferenziato del caotico mondo sociale e
tecnologico che ci avvolge, ma sono anche in grado, a saperli afferrare, di
offrire alcune lenti con cui guardare noi ed il mondo in modo nuovo, spesso
inedito. Può capitare che si colga il respiro delicato della natura e si riesca
a sincronizzare la nostra voce alla sua;
che
il suo silenzio non sia più tale ma pulluli di mille suoni e trilli di uccelli e
stormire di foglie e gorgoglii d’acqua, che si percepisca l’irripetibilità e la
sacralità della vita, che si intraveda il disegno preciso e compiuto di una mano
invisibile… Togliendo le briglie alla nostra libertà interiore, da questi attimi
si può cogliere a piene mani, si può vedere ciò che il cuore ci mostra.
Ammonisce Zarathustra: "I massimi avvenimenti non sono le nostre ore più
rumorose, ma le nostre ore più silenziose…". Questa frase, sia essa
interpretata come categorica sentenza o semplice invito squisitamente personale
alla riflessione, può essere compresa solo se passata al vaglio delle nostre
esperienze, se filtrata attraverso il tessuto pulsante della memoria e dei
sentimenti, se vitalizzata dalle nostre speranze e dai nostri desideri… perché
nel silenzio ci si può anche perdere in modo irreversibile.
Questo tipo di silenzio è subdolamente incline a degenerare nel solipsismo, etico e/o filosofico, in questo caso il distinguo non produce differenziazioni nell’ambito dell’esistenziale. E’ questo un tipo di silenzio fortemente deleterio, poiché non permette all’uomo di ascoltare la propria voce interiore ma lo fagocita, ne ottunde la coscienza e lo nullifica.
In certi momenti della vita, quando l’essere umano è sottoposto a forti pressioni esterne o ad estenuanti lotte interiori, o ha molto sofferto, è grato a questo suadente richiamo di perdizione, perché esso gli consente di essere in fuga davanti al suo stesso io… e sovente l’uomo è solo, inerme al cospetto di tale sottile insidia che questa tipo di solitudine incarna.
Se il bisogno-diritto di ogni uomo alla solitudine è inalienabile ed inviolabile, non si deve trascurare come esso possegga tempi e limiti determinati, pur nella loro dimensione squisitamente individuale, e che il protrarsi di tale dimensione, se non affiancata da quella della razionalità, può causarne lo smarrimento totale. A questa solitudine che trascina nel baratro può essere opposto l’antidoto che offre la nostalgia. E’ un sentimento-sentire dolce e triste, è un richiamo ritmico ed inarticolato che si costituisce quasi come risposta alle domande. E’ una voce non umana ma che dell’umano parla e può sottrarci via con forza dal bordo dell’abisso. Amabile virtù della nostalgia… Pungolo dolce conficcato nell’anima di chiunque la provi, sentimento di sofferenza delicata ed intima, sostanzialmente diversa dalle altre forme di dolore fisico o psichico che la vita può riservare. La sua presenza è abbastanza discreta, ma costante e urgente: non è che non lasci spazio ad altri pensieri, ma è il substrato su cui essi si innestano e da cui prendono colore. Il suo dolore, pulito e cristallino, "spinge alle evasioni" (Primo Levi).
E’ la dinamicità della nostalgia, la sua tensione continua e l’anelito all’unificazione, il suo deciso rinnegamento di ogni forma di staticità, che la rende tanto preziosa all’uomo. E’ l’immagine di strada, di cammino, di via da percorrere… Essa è la dimensione vitale dell’Io-nostalgico di Ebner, radice della brama e del bisogno di comunicazione, o dell’inquietudine che pervade S. Agostino, o ancora il terreno su cui attecchisce la teoria del Grande ritorno dello Zarathustra di Nietzsche, e del suo desiderio straziante di "poter riunire e ricomporre in unità ciò che nell’uomo è frammento ed enigma e atroce caso…". E’ ancora il delirio patito dalle anime del Fedro quando sono colte dal "rimpianto delle cose di allora".
E’ un sentimento universale e, malgrado il suo nome nel mondo possa essere pronunciato in tanti modi diversi, la musica da lei suonata nell’anima si avvale delle stesse note e dello stesso tempo, ed ha il medesimo colore per ogni essere umano.
(*) pedagogista
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