Editoriale
L’Italia è il paese delle Veline?
Vorrei mettere in luce alcuni stralci di questo articolo del
Financial Times che ha fatto scalpore e scosso l’Italia più di quanto non abbia
fatto nel suo paese. L’autore dell’articolo in questione Adrian Michaels:
bersagliato e denigrato dalla stampa italiana. Nell’articolo, si analizza la
condizione femminile italiana, confrontandola col quadro europeo. Viene
biasimato l’uso della donna nella pubblicità. Il concetto di base è: più sono
scollacciate più il prodotto decolla. Un principio seguito da molte campagne
pubblicitarie, non solo italiane, ma che porta ad una lecita analisi:
"Certamente, anche le campagne di marketing degli altri paesi, usano il corpo
femminile. Ma la differenza", dice Sergio Rodriguez, group creative director
della Leo Burnett Italia, l'agenzia di pubblicità, "è che in Italia anche quando
non è necessario usare le donne, si utilizzano le donne". Un esempio che riporta
lo stesso Michaels: "Sono apparse quest’anno in pubblicità nella stazione
Centrale di Milano indossando reggiseni che attraverso una camicia sbottonata
facevano sembrare più grosso i loro già ampi seni. sarebbe difficile, e
probabilmente inutile, pubblicizzare biancheria in qualsiasi altro modo. Ma in
questo caso stavano solo vendendo del bagaglio". L’argomento si allarga e
richiede un analisi complessiva del ruolo delle donne in Italia. Nessuno
potrebbe restare sorpreso delle dichiarazioni di Emma Bonino che nota che il
femminismo italiano fosse vigoroso negli anni Settanta, quando aborto e divorzio
furono legalizzati, "Anche con la Chiesa come vicino e con il papa in
televisione ogni giorno". Nel 1976 l’11% dei parlamentari erano donne, la stessa
percentuale di oggi.
"La
maggior parte dei miei colleghi sembrano essersi sopiti in qualche modo… il
movimento femminile non spinse mai per riforme strutturali e a questo riguardo
non c’è ancora nulla in programma. Quando le donne abbandonarono questo tema, si
adeguarono al pensiero della maggioranza". Delle ballerine e di altri fenomeni
la Bonino dice: "La maggior parte delle volte mi fa ridere, sembra così
ridicolo". Ma aggiunge che queste manifestazioni rafforzano la sua convinzione
di battersi per un cambiamento. Il problema è evidente sia in parlamento e la
sala del consiglio. L'Italia precede solo Cipro, Egitto e Corea del Sud in 48
paesi esaminati dalla Organizzazione Internazionale del Lavoro per la quota
femminile di legislatori, alti funzionari e dirigenti. Nelle più grandi aziende
italiane, le donne rappresentano circa il due per cento degli amministratori, in
base alla European Professional Women's, rispetto al 23 per cento per la
Scandinavia e la Finlandia e il 15 per cento negli Stati Uniti. Quindi si evince
che il giudizio di Michaels (e non solo) sulla condizione femminile in Italia è
desolante. Ma la cosa davvero importante è che non si fa nulla per costituire
una struttura che promuova lo sviluppo delle donne. L’Italia è un paese lento,
poco avvezzo ai salti di qualità, non tanto lavorativamente o intellettualmente
parlando, ma socialmente. I servizi che dovrebbero supportare un evoluzione
femminile non vengono sviluppati, non si investe sulle donne, sul loro lavoro,
la loro professionalità e determinazione. Con poche donne in parlamento, una
fonte di pressione per le riforme che incoraggiare le donne a lavorare è
assente. Bonino dice: "Perché abbiamo poca voce in capitolo, non abbiamo le
riforme strutturali in settori come le scuole e servizi". Si analizza persino il
ruolo delle madri: "Le donne in Italia, secondo lei, non sono tenute indietro da
sciovinismo, ma da regole e consuetudini che inibiscono la loro partecipazione
ai lavori. Le madri si lamentano di una mancanza di asili nido e scuole materne.
Scuole per gli studenti che garantiscano la mensa. I bambini devono essere
presi, devono essere nutriti, accompagnati per le attività pomeridiane. Una
donna non potrà mai guadagnare abbastanza per pagare una baby sitter" .
’autorevolezza femminile si manifesta in determinati campi casalinghi e
domestici, ma crolla inesorabilmente di fronte a professionalità valide, se
queste hanno il limite di essere in gonna. Uno studio di quasi 600 spettacoli
televisivi sui canali più grande del Censis, un istituto di ricerca italiano, ha
dimostrato che le donne per lo più sono apparse come cantanti e modelle.
"L'immagine più comune sembra essere quella delle donne nell’ intrattenimento
leggero". Quando le donne erano presenti in qualità di esperti, tendevano a
parlare di astrologia o di artigianato. Nell’ambito professionale o politico le
donne sono state presenze estremamente rare. Sicuramente il quadro presentato da
Adrian Michaels, anche se abbastanza rigido, ha dipinto bene il trend generale.
Certo il tono risulta provocatorio, ma in fondo il giornalista inglese non ha
detto nulla di falso, anzi. Come da copione però ci si stupisce invece di
prendere atto ed elaborare le critiche…intanto le donne continuano a non
emergere se non dopo essere salite su un bancone televisivo in hot pants. Si
dice che nell’italica penisola non c’è la naked ambition professata
dall’articolo. Invece c’è, ed è molto semplice spiegare il motivo: se ad una
ragazza, giovane e carina, si chiede se preferisce costruire un percorso di
studi lungo e costellato di sacrifici e guadagnare poi 500 euro al mese come
precaria per tutta la vita o volteggiare in un programma televisivo e per cifre
da capogiro, cosa sceglierebbe questa donna moderna? O più semplicemente, se una
donna, come ingegnere o ricercatore ricevesse uno stipendio maggiore degli
compensi televisivi, questo sarebbe il paese delle professioniste e non delle
letterine.
(*) psicologa
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