Cultura

Il simbolismo animale

SCARICA FILE IN PDF GRATIS - CLICCA QUI

 

 

 

 

di Mimmo Codispoti


Questa ricerca nasce dalla lettura delle opere di Esopo, Fedro, La Fontaine, Trilussa e, sopratutto, dal libro di Cattabiani "Dialoghi sugli animali simbolici", dove l’autore esplora il simbolismo animale dal punto di vista storico, culturale e religioso. L’impostazione della presente ricerca si rifà, in gran parte, all’opera citata. Il lavoro utilizza anche opere presenti nel Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria e fa riferimento anche alle produzioni artigiane calabresi. Si sofferma su ciò che gli animali rappresentavano per gli antichi. Ripropone tematiche che superano la provvisorietà dell’esistenza e cerca di svelare aspetti legati agli animali che, ricordiamolo, hanno accompagnato da sempre il cammino evolutivo della specie uomo. "…All’inizio del tempo il cosmo era racchiuso in un uovo che galleggiava sulle acque: quando l’uovo si schiuse, il mondo uscì dalla notte del Nulla.

In aprile, quando il sole entrava nella costellazione del Toro, i Caldei celebravano ogni anno la creazione del mondo….

La creazione è, a un tempo, opera di Dio, la sua affermazione e la sua manifestazione esteriore.

Il linguaggio divino che il mondo esprime è stato, com’è, ignoto alle moltitudini e compreso solo da pochi iniziati.

Agli occhi di chi sa vedere il cristianesimo non ha cancellato il paganesimo, lo ha illuminato e la nostra memoria ingloba quelle che ci hanno preceduto: il fiume è uno solo, e la nostra acqua è l’acqua di chi è vissuto prima di noi, anche se bagna rive diverse e assume colori diversi….".

"…Nell’antichità sacrilegio era profanazione, era mancanza di rispetto verso la natura. Sacrilegio era credere che una cosa o un animale fosse soltanto una cosa o un animale, era dimenticare che tutti gli esseri vivono in una catena di unione che conduce all’armonia universale, che è un riflesso dell’Unità divina. Sacrilegio era disconoscere gli aspetti simbolici legati alla natura….". Nella civiltà Egizia il geroglifico della benevolenza era rappresentato dalla lucertola. La lucertola era il simbolo rappresentativo dell’anima che tende alla luce e che, innanzi ad essa, resta immobile in estasi contemplativa. Le lucertole, che periodicamente mutano pelle, sono l’immagine simbolica delle trasformazioni subite dall’uomo che, gradatamente, si libera della materialità, o dell’iniziato che rinasce a nuova vita.

La cicala, che canta dai rami dell’albero o dai muri delle vecchie case lungo il giorno, è animale sacro al solare Apollo. Veniva rappresentata con l’ideogramma della vita felice.

Nelle campagne francesi una civetta veniva inchiodata sulle porte delle case per tenere lontane le forze del male.

Nei paesi nordici, i Làpponi chiamano le civette, per il candore delle piume, il bianco genio della notte.

In Grecia la dea Pallàde, la Minerva dei Latini, era raffigurata con corpo di donna e volto di civetta. Omero chiama Pallàde la Glaucopide, cioè colei che ha gli occhi lucenti, scintillanti, come la civetta.

La civetta, che alla luce del sole rimane immobile nel suo rifugio, è l’ideogramma della meditazione e dello studio. E’ l’immagine del monaco che, nella sua cella, medita e studia per rivelare i misteri del creato e la presenza del Dio nel mondo.

Il gufo, simbolo della magia nera, è messaggero delle tenebre.

In alcuni luoghi della Bretagna i contadini credono che i rospi trovati vicini alle case siano anime tornate sulla terra a chiedere ai familiari preghiere per completare la loro purificazione e poter così lasciare il purgatorio. Questa credenza e una "contaminazione" del cristianesimo con l’idea pagana della reincarnazione. Nel mondo pagano l’anima perde memoria dell’esistenza precedente e si incarna in un nuovo corpo. Col cristianesimo l’anima risale dal purgatorio assumendo le sembianze di un rospo per comunicare con i familiari.

La gallina, simbolo della fecondità, dell’origine della vita, è rappresentativa della donna.

I Greci consideravano i delfini simbolo della fedeltà coniugale. Nel cristianesimo il delfino è il "pesce" per eccellenza che richiama la figura di Cristo.

Il bruco, che nel bozzolo subisce la metamorfosi e rinasce come farfalla, è rappresentativo della marcia continua ed incessante dell’uomo verso l’invisibile. Nelle civiltà micenea farfalle venivano incise su grandi dischi d’oro a significare la liberazione dell’anima dal corpo, "dal bozzolo".

Il termine greco Psiche, non a caso, significa anche farfalla.

Il simbolo della farfalla rispecchia la duplicità dell’essere, la linea sottile che separa il confine fra il bene e il male. Così la farfalla è anche simbolo di leggerezza spirituale, curiosità, incostanza, imprudenza, fino ad assumere il simbolo della morte. Il nome di una farfalla ricorda infatti una delle Parche, l’Acherontia Atropos.

Il leone è simbolo di regalità e di giustizia. Nel medioevo i vescovi amministravano la giustizia sotto i portici delle chiese, su cui erano scolpiti leoni di pietra.

Il polpo, nel simbolismo cristiano, rappresenta il demonio che circuisce le anime con lusinghe, le avvolge nei suoi tentacoli, le soffoca, le divora.

Il polpo è abbinato al segno zodiacale del cancro e allude alla Janua Inferni, alla porta dell’inferno, mentre la Janua Coeli, la porta del cielo, è quella del solstizio invernale, raffigurata dal capricorno al quale è abbinato il delfino.

Il simbolo del serpente è duplice, può essere ora simbolo solare ora simbolo tenebroso, così come il simbolo del lupo e del leone. Il serpente veniva scolpito sui bastoni, a preservare la giovinezza del possessore, data la caratteristica dell’animale di mutare annualmente la pelle. L’oreficeria ricorre spesso all’immagine del rettile nella produzione di bracciali. Nel Museo Nazionale di Reggio Calabria esistono dei prototipi in oro, risalenti al VI secolo avanti Cristo.

Sia in Cina che in Grecia, l’asino bianco era la cavalcatura degli immortali. Diversa è la considerazione degli asini rossicci. In Egitto simboleggiavano Set, l’assassino di Osiride, tanto da rappresentarlo con la testa d’asino.

In India erano la cavalcatura di divinità funeste. I Greci sacrificavano asini a Priapo, considerandoli personificazione della lussuria. Per Apuleio l’asino rappresenta la parte istintuale dell’uomo. L’asino è presente nell’antico testamento. Per la legge Mosaica solo il primogenito dell’asino può essere riscattato da un agnello per il sacrificio. L’asino è accanto a Cristo, alla sua nascita, nella stalla di Betlemme; è un asino che porta la Madonna e Gesù in Egitto per sfuggire alla persecuzione di Erode; un asino porta Cristo a Gerusalemme la domenica delle Palme. Cristo lo sceglie come cavalcatura perché l’asino è simbolo di umiltà. Ai lati della mangiatoia, accanto al divino bambino, il bue e l’asino sono la rappresentazione delle forze benefiche, il bue, e delle forze malefiche, l’asino. Allo stesso modo Cristo crocefisso si trova fra l’uomo buono e l’uomo cattivo, suoi compagni di sofferenza. Nel rinascimento l’asino era simbolo dello scoraggiamento spirituale del monaco, della amoralità, della stupidità, dell’ostinazione.

Sullo scettro di Zeus, il Giove dei latini, era raffigurata un’aquila. Da lì il grande uccello volava per far conoscere agli umani la volontà del Signore degli Dei. Per i greci, fra i viventi, solo le aquile potevano fissare il sole e volare senza danno fra il saettare dei fulmini. L’unico modo che i mortali avevano per proteggersi dai fulmini era di inchiodare sulla porta delle case un’aquila. A Roma, sul rogo su cui veniva posto il corpo dell’imperatore, si liberava un’aquila che aveva il compito di guidare l’anima del sovrano verso la dimora degli dei. Un mito diffuso in Siberia considera l’aquila madre degli sciamani, uomini capaci di entrare in contatto e comunicare con le forze creatrici della natura.

Nei loro riti gli sciamani, così come i pellirosse, si ricoprivano di piume d’aquila. Successivamente, con l’avvento del cristianesimo, l’aquila che scende dal cielo è simbolo di colui che porta la grazia agli uomini; l’aquila che combatte il serpente è simbolo di colui che illumina le tenebre; l’aquila che osserva il mondo dal cielo è simbolo della giustizia divina a cui nulla sfugge.

L’ape era considerata dagli antichi simbolo dell’eloquenza umana. Secondo la leggenda quando Orfeo, il divino cantore, smise di vivere tutte le api della Tracia caddero a terra morte e quando Platone, appena nato, si addormentò sotto dei lauri in fiore uno sciame depose sulle sue labbra un favo di miele. Il miele, simbolo di immortalità, era il cibo degli dei. Zeus, da fanciullo, era stato nutrito con latte di capra e miele. Nella produzione artigiana calabrese, - dalla terracotta ai tessuti, dal legno alle iscrizioni e sculture decorative, all’arte dolciaria, - in conseguenza dei ridotti orizzonti culturali degli addetti, gli elementi ispiratori si riconducono ad aspetti naturalistici, con i quali quotidianamente vivevano in contatto, tratti dalla flora e dalla fauna e da immagini estrapolate dai miti trasmessi oralmente.

Nell’arte popolare del periodo pagano troviamo rappresentate fra gli animali l’arpìa, il maiale, il gallo, il porcospino, il drago, il cavallo, il pesce, l’agnello.

Esemplari in legno e pietra sono disseminati in tutte le vecchie chiese e nei paesi collinari, dove sono presenti sotto forma di maschere apotropaidi sui portali e nelle fontane, aventi lo scopo di tenere lontani le influenze magiche maligne. Nell’antica produzione artigiana calabrese l’immagine dell’arpìa, simbolo della morte, veniva rappresentata in fiaschette di terracotta. Col tempo venne sostituita con l’immagine della colomba, già presente nel mito greco di Afrodite quale espressione della bellezza e dell’amore, e simbolo della pace nella cultura evangelica.

Il maiale ha sempre espresso il senso del risparmio e, nella produzione della terracotta, veniva rappresentato in forma di salvadanaio.

Il gallo, presente nei pinakes, esposti nei musei di Reggio e Locri, è una figura densa di simbolismi. Esprime, innanzitutto, il senso della virilità. Il gallo viene riprodotto in brocche per l’acqua, nelle decorazioni di grandi piatti, nella tessitura, nel ricamo. Nella simbologia cristiana, con il suo canto mattutino, all'alba, afferma il trionfo di Dio sulle tenebre della notte, sulle forze del male. Riprodotto nell’arte del ferro battuto viene posto sulle guglie delle chiese.

Il riccio assume la forma di grandi bottiglie, dove l’imboccatura è formata dalla bocca dell’animale. Aveva funzione protettiva dai geni del male, che nelle incursioni notturne nelle case, si pungevano con queste punte e scappavano via. Analoga funzione avevano tutti gli oggetti appuntiti, le corna degli animali affissi alle pareti e le maschere cornute.

Il drago, animale fantastico e simbolo della paura, del male, veniva raffigurato con artigli da leone, ali di aquila, coda di serpente, vinto da S. Giorgio.

Il cavallo è raffigurato solo nei dolci e nell’arte tessile, associato a figure eroiche come S. Giorgio.

Il pesce è riprodotto nelle svariate tipologie produttive, in bottiglie di terracotta, nell’intaglio, nella tessitura, nell’arte dolciaria. Evidente il richiamo a Cristo, il pescatore di anime.

Simbolo dell’agnello è il bene, perennemente minacciato dal lupo, il male. E’ presente nella porta dei tabernacoli, nei presepi e in ogni altra immagine richiamante l’innocenza e il sacrificio. La sua presenza è intensa, soprattutto nei dolci pasquali, sotto forma di agnelli di zucchero.

Contatore visite


HELIOS Magazine

HELIOSmag@hotmail.com