Società
Donne: La libertà porta le scarpe basse
L’argomento su cui si incentra questo numero di Helios Magazine, "Dal femminismo alle veline", per un singolare ossimoro mentale mi ha fatto tornare alla mente (a proposito di certi "annessi" del velino-pensiero) una illustre esponente del femminismo colto, Simone de Beauvoir. Nel suo "
L’età forte", pubblicato negli anni ’50, la filosofa parla delle scarpe basse come "pratica di libertà", perché permettono -metaforicamente parlando- di allontanarsi con rapidità da ciò che si rifiuta, e di correre, altrettanto rapidamente, verso ciò che si desidera, eludendo ogni impasse da pavimento di pece.
Come si sa, "pavimento di pece" è tutto ciò che preclude ogni dignitosa autorealizzazione delle donne, nei rapporti privati e in quelli pubblici, lavorativi, sociali, o politici, che siano. E allora, quelle "scarpe basse", che non fanno parte del "physique" velinaro, erano/sono paradigma di "corse esistenziali", di crescite individuali e professionali, di rifiuto di subordinazione. Del resto, come si legge in una vignetta dell’opuscolo "P.O. on the Road", curato da chi scrive, "se gli uomini avessero voluto far andare lontano le donne, non avrebbero inventato i tacchi alti..." Ma oggi, a qualche decennio di distanza dal femminismo battagliero degli anni ’70, e da quello di riflessione, non meno incisivo, degli anni ’80, nella televisione, luogo di elezione del velinato, di "scarpe basse" non v’è traccia. Né in senso proprio né (e meno che mai...) in senso figurato. Un vuoto di traccia, questo, che è .... traccia dei tempi: la società, diversi anni fa lo aveva presagito Ennio Flaiano, sta diventando esattamente come la televisione voleva farla diventare. Omologata. Il televisore, elettrodomestico che non lava, non stira, non cucina, non conserva cibi....., diventa elemento centrale di vita pensata e vissuta: contenitore, induttore, alimentatore, cassa di risonanza, di modelli di vita "culturali", progressivamente cementati nell’immaginario collettivo, femminile e maschile, da più parti recepiti e praticati.
L’orizzonte non si rischiara nemmeno –anzi!- se guardiamo alla cinematografia :
basti pensare al recentissimo effetto "new moon" che ha portato diversi adolescenti ad andare dal dentista per farsi appuntire i canini e poter succhiare il sangue dal/dalla partner. E, a proposito di chi "piange" e di chi "ride", se pensiamo ai contenuti della maggior parte dei social network, constatiamo che "Roma" e "Sagunto" vivono sorte analoga. Siamo invasi dalla velinkultur anche nella vita quotidiana. Ad esempio, quando una adolescente si mette in posa per una foto, ritiene quasi doveroso ricorrere, tout court, a esposizioni anatomiche di tipo ginnico-seduttivo. Tale sembra essere, oggi, l’aspetto "escatologico" della comunicazione iconografica. La velinkultur induce a sfidare anche la forza di gravità, ricorre a posture addirittura titaniche dal punto di vista della statica: a rischio frattura sì, ma sexy ! In merito, non si capisce bene perché certi ammiccamenti occhio-labiali, che (sempre secondo il suddetto vangelo escatologico) dovrebbero essere erotizzanti, finiscano, invece, col far ricordare da un lato il pesce lesso, nello sguardo, dall’altro inquietanti manifestazioni esantematiche, nelle labbra rosso fuoco, (o, in alternativa, rosso/blu ematoma), ma sempre rigorosamente dimensionate in stile Donald Duck. La velinkultur come sponsor della classe medica, o della Walt Disney?Ma passando dai dilemmi ermeneutici al settore economico, forse non bisogna dimenticare la fondamentale legge di mercato, quella che riguarda la domanda e l’offerta. E allora, in questa dinamica, che sembra riguardare soltanto le donne, "nessuno si senta escluso". Si tratta di meccanismi e di dinamiche così "subliminali", da passare quasi inosservati. Ma gli effetti si avvertono. La velinkultur, forte anche dall’invio di recentissime truppe scelte, quelle escort-ate, e, pare, molto all’altezza dei tempi, ha fatto piazza pulita, nel
l’orizzonte mediatico, delle donne che lavorano, che studiano, che aspirano a una professione seria che riconosca le loro competenze e i loro meriti. Queste donne, oggi sembrano quasi noiose, addirittura finte, addirittura meno vere di quelle virtuali, che, meraviglia delle meraviglie, finiscono per diventare più reali della realtà. Nei media, il modello dominante è quello di una donna che sembra avere come unico obiettivo quello della "Gradisca" felliniana. Il "messaggio", inoltrato da questa inusuale agenzia postale, sembra voler essere questo: per ottenere visibilità, e ruolo, non servono curriculum, capacità, impegno, valori morali. Soltanto fisico procace, e tanta spregiudicatezza. In chiosa: nell’opuscolo "Topastro", di Anni Barazzetti, c’è una vignetta nella quale si vede una donna affaticata dal lavoro, sta sfaccendando in cucina: "escort, escort..., mica ho avuto il tempo di imparare l’inglese, io..."(*) Giornalista
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