Cultura
Samuel Beckett. Prologo di un viaggio
Assunzione, adsumere, prendere con sé o su di sé. La scelta
di darsi alla scrittura o, si dirà meglio, l’ascesa o ascesi, come unica
possibilità per "l’artista da giovane" di non essere annullato. Samuel Beckett
pubblica Assumption, il racconto dell’esordio e della sua iniziazione
letteraria nel 1929, a ventitre anni.
Sotto l’influsso del connazionale James Joyce, questo Dedalus riluttante si trova a un bivio suicidale: mettere da parte la carriera accademica per diventare uno scrittore. La metamorfosi ha bisogno di inscenare un rito di passaggio che assume quasi l’aspetto di un sortilegio: l’artista seppellisce il suo sé che non ne vuole sapere di convertirsi o piuttosto di abbandonarsi per ottenere da questa specie di incubazione sacra la risalita dei propri sensi fino al salto sublime della creatività; i capelli sono tutto ciò che resterà di lui, le sue spoglie mortali testimoni di uno stadio precedente in cui la sua personalità sensibile non era ancora svincolata.
La donna che gli fa visita, archetipo femminile non così neutrale e distaccato ma con diverse propensioni terrene che le permettono di sedere ogni sera di fronte a lui, veglia sulla trasformazione del "whispering prestidigitator" in Samuel Beckett. Scegliere la scrittura, conquistare la parola per un’artista significa di fatto appartenersi.
Questa incantatrice, che gioca a fare il verso a Circe e non comporta il raggiungimento di alcuna apoteosi, innesca una discesa o salita iniziatica, l’autore non lo chiarisce, essendo del tutto irrilevante. A contare è che Assumption diventa il prologo del viaggio, l’inizio dell’Odissea, o meglio delle Odissee, le tante dipartite letterarie senza nóstoi che compongono la letteratura del novecento. Né la rielaborazione letteraria del XX secolo, lo vedremo brevemente qui di seguito, avviene senza che si verifichi un radicale ripensamento dei personaggi e dunque dell’archetipo stesso.
Circe, la maga divina in grado di trasformare gli esseri umani in bestie, la maestra di Eros che conosce la strada per l’Ade, è una delle figure che meglio incarnano il concetto di metamorfosi e l’enigma che presiede al rapporto uomo-donna, tanto da non potersi considerare casuale il fatto che sia al centro di un lungo e articolato processo di "rigenerazione" in molte opere letterarie ispirate al cosiddetto sperimentalismo e modernismo o comunque orbitanti attorno ad essi.
In Hugh Selwyn Mauberley, l’autobiografia di un esteta elaborata da Ezra Pound nel 1920, il poeta sostiene di preferire "l’eleganza dei capelli / Di Circe ai motti sulle meridiane"; la dea figura qui come persona mythica attraverso cui si fanno dichiarazioni di arte poetica. E nel Canto 39, pubblicato nel 1934, nella raccolta degli undici nuovi canti, Circe "sotto il portico" avvia alla discesa nella "notte di Flora", celebrando l’inizio di un rito di primavera che approda alla nuova nascita. Ma Circe è anche colei che porta i relitti dei pensieri e dei problemi a uscire fuori, perché si possa dare loro una risposta, occupando un intero capitolo dell’Ulysses. E ancora, come osserva Hugh Kenner, "l’opera si muove tra una descrizione naturalistica degli eventi e simultanee fantasie allucinatorie provenienti dalla mente di Leopold Bloom e Stephen Dedalus. L’immaginario dell’opera, sia quello d’ispirazione naturalistica che quello a base allucinatoria, è bestiale; i personaggi sono il frutto di un carnevale grottesco" (Ulysses, 123). Dunque anche in questo caso, gioco di specchi e distorsione di corpi, eretica alleanza di fantasie mitiche e tensioni psicologiche, da cui scaturiscono esiti molteplici e tutti altrettanto destabilizzanti.
La Musa sacerdotessa provoca la metamorfosi iniziatica di Samuel, alla quale il protagonista non può opporre alcuna difesa, anche se qui il mutamento non è di segno negativo, egli infatti non viene degradato a un livello di bestialità ma ascende alla bellezza dell’arte; o non è forse che il poeta porta comunque con sé qualcosa della bestia, l’istinto cui lo spinge fatalmente la sua "anima centauride", mezzo uomo mezzo animale rigettato esule dall’identità sospesa?
Questo anonimo viaggiatore beckettiano alle prese con le prime tappe della sua peregrinatio, che ha ben poco di eroico e molte incertezze dentro di sé, ridimensiona fino alla dissoluzione l’intraprendenza volitiva di Ulisse il quale del resto, nel percorso letterario contemporaneo fatto di inversioni e scambi cui in parte abbiamo accennato sopra, si configura come Nessuno o piuttosto come l’uomo comune o senza qualità.
L’OY TI
Σ poundiano che inaugura i Pisan Cantos, forma iconograficamente doppiata nell’ideogramma "mo", simbolo dell’uomo su cui il sole si posa al tramonto, allegoria del viandante nell’ora "che volge il disio", immobilizzato nella gabbia, preso da un nostalgico smarrimento. Il Nessuno dell’Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo ma anche l’everyday man rappresentato da Leopold Bloom nella convinzione che nella persona qualsiasi possa riflettersi il mondo. Storie di un vagare o divagare senza meta in cui si consuma il fatale esorcismo del linguaggio. E la catarsi di Assumption consiste proprio nel raggiungimento dell’orgasmo della parola. L’immobilità assorta di questo viaggiatore, altra inversione del modello mitico, trova la sua controparte nel turbinante movimento di parola che ha luogo dentro di lui.Procedendo sulla strada della conquista artistica ci si imbatte nell’acquisizione della parola, dall’"implosione del silenzio", dal "chiasso interiore" in cui il protagonista è immerso, come osserva Gabriele Frasca nel suo commento all’edizione curata per Via del Vento, si arriva a intuire e visualizzare il segno comunicante.
È la cospirazione organizzata dalla letteratura che esorta il lettore ma anche lo scrittore al risveglio, indicato con alacre estatica intensità pure dall’altro esorcista di Irlanda, Mr Joyce.
Si è notato che "la lingua di Joyce, soprattutto dopo il decisivo episodio di "Circe", ha una deflagrazione, diventa un flusso di percezioni (non di coscienza: da "Circe" in poi non c’è più una coscienza che organizza le percezioni, c’è solo un flusso di immagine) che proseguirà nel Finnegans Wake" (Si veda l’articolo di Francesca Gatta sulle celebrazioni per l'anniversario della nascita di James Joyce, 2 febbraio 2005). Di questo fluido incosciente corso in lungo e in largo nella "tarry easty" joyciana, zona di confine immacolata e bastarda, "Babele pluridiomatica", labirintica fucina da esuli, è imbevuta anche l’Assunzione di Beckett. Il confronto con il Work in Progress joyciano ha un impatto di tale forza sulla personalità del giovane Beckett da "togliere ancora un’altra pietra dalla fragile diga da lui innalzata e sostenuta, spaventato e corruttibile" (Assumption, p. 8). La conversione non può più essere ignorata. Dalla lunga veglia Finnegan può dirsi ormai e somno excitatus.
Come osserva Giorgio Melchiori nella sua introduzione alla traduzione italiana di Finnegans Wake, "quando poi nel titolo si abolisca l’indicazione del genitivo sassone, ecco che Finnegans diviene plurale, tutti i Finn-again, la stirpe dei Finn, le nuove generazioni; e Wake non è più il sostantivo che indica "veglia", ma la terza persona plurale presente del verbo to wake, "esser desto, risvegliarsi": "I Finn si ridestano", o, come verrebbe fatto a noi di dire, si scopron le tombe, si levano i morti, si svelano i misteri della storia" (Introduzione a Finnegans Wake, p. XX). La ri-nascita letteraria di Beckett passa per un processo sorprendentemente simile.
L’ombra ritmica di Aracne, divinità fuoriuscita o persona "battuta" per aver osato sfidare l’ordine e il potere nel tentativo di esprimere e affermare la propria creatività, tesse caratteri e lingue in un cosmo danzante di pellegrini dove ciascuno è intento a pronunciare la giusta formula incantatoria, alla ricerca della propria elevazione.
Questa assunzione ad astras implica una morte rituale che qui, lo abbiamo visto, è rappresentata dai capelli, unico residuo della vita precedente dell’artista ormai consacrato. Si noti, tra l’altro, che secondo il rito greco antico si offrivano al defunto i capelli recisi, donando così una parte simbolica di sé, durante l’"ekphorà", il trasporto del cadavere, cioè il momento in cui ci si apprestava alla separazione. L’offerta della ciocca di capelli al defunto è anche quel che prescrive Thanatos nell’Alcesti di Euripide (v. 75) ed è uno dei sacri tributi delle donne che venerano Adone, il giovane conteso per la sua bellezza da Afrodite e Persefone, l’eros e la morte. Ovvero, l’Alto e il Basso, il richiamo della carne e del sangue e l’uscita dal corpo; ma a ben guardare si vede che in entrambi c’è spazio per la salita e la discesa, in entrambi convive una dimensione fisica e una metafisica.
Così, nell’unione agglutinante e insana della due pulsioni attorno a cui si addensa tanta parte della materia letteraria contemporanea, l’esordio di Beckett o meglio il risveglio tra le Muse che gli hanno inviato il sogno della scrittura non poteva essere più gravido di sottese e sommesse allusioni simboliche.
Edizione commentata:
SAMUEL BECKETT, Assunzione, a cura di Francesco Cappellini e
Gabriele Frasca, Via del Vento, 2009
Riferimenti bibliografici:
FRANCESCA GATTA, Odissee del moderno: Joyce e D’Arrigo, tavola rotonda con
Giancarlo Alfano Gabriele Frasca e Fabrizio Frasnedi, 2 febbraio 2005
JAMES JOYCE, Finnegans Wake, traduzione di Luigi Schenoni, introduzione di
Giorgio Melchiori, Mondadori, 1993
HUGH KENNER, Circe in James Joyce's Ulysses: Critical Essays, ed. Clive Hart and
David Hayman, Berkeley: University of California Press, 1974
JOHN MCCOURT, James Joyce. Gli anni di Bloom, Mondadori, 2004
EZRA POUND, Hugh Selwyn Mauberley (Life and Contacts) [1920], in Ezra Pound,
Opere, I Merdiani, Mondadori, 1970, a cura di Mary de Rachewiltz
EZRA POUND, I Cantos, a cura di Mary de Rachewiltz, I Meridiani, Mondadori, 2005
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