Cultura
Il potere di una virgola
Stare solo, con l’aiuto di un altro - Stare, solo con l’aiuto di un altro

Attraverso tale dittico il filosofo danese Soren Kierkegaard espone con immediatezza e rigorosa serietà le sostanziali dimensioni all’interno delle quali un essere umano può condurre la propria vita: libertà (primo enunciato) o prigionia esistenziale (secondo enunciato).
La doppia locuzione richiama il dubbio amletico dell’ < Essere o non Essere > e ancora più incisivamente l’ < Avere o Essere > di Fromm, poiché in entrambi urge la necessità di compiere una scelta che per l’eroe shakespeariano deve avvenire in totale isolamento, mentre per lo psicoanalista tedesco del secolo scorso matura in un ambiente individualistico e arbitrario, pur nella vocazione altruistica che la scelta finale sottende. Tuttavia forme di parallelismo o comparazione risultano essere più pertinenti con le due modalità comunicative che permeano il pensiero filosofico di Kierkegaard: la comunicazione di potere e la comunicazione di sapere.
I termini "comunicazione" e "altro"- quest’ultimo presente nel dittico dell’incipit - delineano con decisione la sfera entro cui la nostra riflessione deve avvenire, ovverosia quella dello scambio e dell’alterità.
Doveroso sottolineare come tra le due forme di comunicazione, o meglio ancora tra ciò che esse veicolano, si apra un abisso di inconciliabilità. La comunicazione di sapere si lega infatti strettamente alla conoscenza, all’informazione, alla razionalità, al metodo; rappresenta una continua aggiunta ed affastellamento di notizie e nozioni, un "mettere dentro" all’individuo e non certo un tirar fuori la sua umanità.
In posizione antipodica si situa la comunicazione di potere, la quale è in grado, attraverso lo scambio tra due dynamis, di attivare il potenziale umano presente in ognuno di noi. L’equilibrio che deve realizzarsi tra queste due energie è delicatissimo e complesso, perché le dimensioni dell’umano – creatività, affettività, autodeterminazione e autocontrollo, libertà e passionalità…- devono edificarsi all’interno del singolo senza veicolazione di ideologie, falsi moralismi, sovrastrutture, e senza che nessuna delle due dynamis prevarichi sull’altra. Ciò che conta è che si possa attivare, e ricevere per riflessione, l’esperienza primaria dell’Io, l’ esperienza del tessuto vivo dell’essere umano.
Ecco dunque come il posizionarsi della virgola subito dopo l’avverbio sottolinei l’esistenza di una persona libera, autodeterminata e autocosciente grazie alla sperimentazione dell’Incontro. E’ questo l’Io e Tu, " L’Ich und Du" di Buber, l’Incontro appunto di due esseri sovrani, senza forma alcuna di utilizzazione o strumentalizzazione.
La riflessione fin qui condotta non ha certo lo scopo di rinnegare il valore della conoscenza e del sapere, perché la maturazione dell’uomo deve avvenire nella sua integralità: il problema è ritenere che tale integralità possa realizzarsi esclusivamente attraverso la comunicazione di potere. Se assumiamo come corretto il postulato che "l’etica è il dover essere", ne consegue che lo realizziamo e concretizziamo solo quando siamo ciò che potenzialmente possiamo essere.
Si tratta allora di dover potere, che non è un’imposizione, ma la realizzazione più estrema e sublime della nostra libertà interiore. Si tratta di etica, innegabilmente oggi confusa, svilita, vilipesa, gravemente danneggiata dalle istituzioni, dalla società e dalle comunità. Smarrire il senso di questo "dover potere" è perdere la libertà e la possibilità di decidere e agire, e non è difficile intuire perché alcuni soggetti assecondino ed incrementino una siffatta ossatura sociale.
Del resto ne sono doppiamente facilitati, sia perché è indubbiamente più semplice vivere di idee riflesse che attingere da dentro, e pensare ed esperire in proprio, sia perché la libertà interiore, pur essendo per molti auctores il bene più grande che l’uomo possegga, non sempre viene subito e non sempre appare come tale.
"Nulla mai fu per l'uomo e per la società umana più insopportabile della libertà" scriveva Dostoevskij ne "I fratelli Karamazov", e Fromm rincara la dose con la spietata disanima compiuta in "Fuga dalla libertà". Lo stesso Kierkegaard, nel suo "Diario", scrive: "Il massimo che può fare un uomo per un altro è di renderlo inquieto"…
La scelta dunque adesso ricade squisitamente nel personale: stare solo, con l’aiuto di un altro o semplicemente stare?
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