Scienza
Sulla Misura di Complessità di Opere d’Arte
di Francesco Carlo Morabito (*)
La scienza della complessità, emersa prepotentemente alla fine del secolo scorso, si propone di formalizzare il concetto di "complesso" in termini oggettivi, matematici e/o computazionali. In questo quadro, risulta di elevato interesse capire se una nozione formale di complessità può essere introdotta in ambito umanistico, ad esempio per misurare la complessità di un quadro, ovvero di un sonetto o di un brano musicale. Il problema è stato posto in termini intuitivi da pittori, musicisti e poeti già ad inizio del novecento, probabilmente sotto l’influsso delle affascinanti costruzioni di modelli fisici innovativi, basti pensare agli stretti rapporti di Kandinsky e Schoenberg, che miravano, in un certo senso, ad individuare un modello unificante di creazione artistica attraverso una opportuna rappresentazione cromatica. Oggi, nell’era delle neuroscienze e della disponibilità di strumenti come la risonanza magnetica funzionale, investigativi più che diagnostici, si va alzando di continuo il velo della conoscenza sui meccanismi creativi del cervello umano e cominciano a delinearsi i correlati neurali del giudizio estetico e della fruizione "educata" dell’opera artistica. La relazione fra arte e complessità, come quella fra bellezza estetica e creazione, mette in comunicazione informativa l’artista e l’utente, attraverso la decostruzione del processo creativo e l’identificazione dell’osservatore che partecipa, in qualche modo, ad un rinnovato momento di produzione, reinterpretando ogni volta l’opera che si gusta. L’arte "buona" è complessa: il poeta cerca di esprimere in parole, organizzazione ritmica e suoni evocati la complessità della natura e del rapporto emozionale. Nell’altoforno del Petrarca, il genio fondeva in un linguaggio dialettale un coacervo di sentimenti apparentemente rappresentati da parole semplici, ma sapientemente abbinate per riformularne senso e risposta del lettore (dal Canzoniere):
Onde tolse Amor l’oro, et di qual vena,
per far due treccie bionde? e ‘n quali spine
colse le rose, e ‘n qual piaggia le brine
tenere et fresche, et die’ lor polso et lena?
Le parole di un sonetto si trovano in un vocabolario, non
innovano di per sé, possono essere riprese e usate ancora, senza riuscire nella
costruzione dell’immagine delle "trecce bionde" della donna amata. E’ la
costruzione che deriva dal loro posizionamento nel verso che ne determina la
forza espressiva e la bellezza: l’opera poetica travalica il tempo, viene
riletta generando sempre nuovo piacere e man mano che la si conosce più in
dettaglio diventa capace di generare nuovi significati e suscitare nuove
intuizioni. Nella produzione di una poesia, come di un quadro o un pezzo
musicale, l’assimilazione di un eccesso di eventi accidentali produce un effetto
entropico, l’aleatorietà impedisce la ricostruzione del meccanismo creativo e
l’identificazione con l’artista, generando rigetto.
Tuttavia,
la costruzione meccanica e la sottomissione a regole troppo schematiche (si
pensi al manifesto del Futurismo, per intenderci), conduce alla riduzione
del livello di sorpresa, all’assenza di variazioni, alla maniera che in
definitiva impedisce l’emergere della passione. La poesia naviga al confine tra
regolarità e casualità, soltanto un mix bilanciato dei due livelli estremi della
complessità introduce mistero e stranezza nella voce poetica. Ogni artista
definisce un proprio confine ideale, un distinto, individuale formato che ne
caratterizza inequivocabilmente l’opera. Le decisioni circa lo svolgersi
dell’opera vengono prese di continuo ma rimangono dentro un quadro di toni,
accenti, livelli di dettaglio, stile e resa musicale che sono inconfondibilmente
unici. Il sonetto complesso risuona nelle mappe corticali del lettore e forma un
tessuto connettivo di rappresentazione che riemerge ad ogni nuova lettura come
un codice rinnovato, rivelato ogni volta. Alcuni programmi al calcolatore
realizzano appropriate letture di un testo poetico individuandone le regolarità,
allo stesso modo di come si riconosce il canto di un usignolo e lo si distingue
da quello di un canarino. Si può misurare il numero di parole, individuare le
ripetizioni, generare un verso che soddisfi quei criteri senza riuscire a
determinarne gli effetti. La descrizione delle relazioni fra colori e i loro
toni ed intensità in Matisse è simile alla sensibilità del poeta che
modifica le relazioni fra parole, versi ed effetto ritmico. Se misuriamo
quantitativamente la complessità e il contenuto informativo di un sonetto di
Montale ci rendiamo conto che tale misura è capace di individuarne le
intricate relazioni. La maggior parte degli artisti è quanto meno scettica
riguardo all’analisi scientifica dell’opera. Si tende a credere che essa
distrugga la creatività. La paura di un tentativo riduzionista (la musica letta
come variazioni di pressione sonora, rappresentata con opportune curve
matematiche) è troppo grande. L’informazione estetica appartiene al repertorio
di conoscenze in comune fra trasmettitore e ricevitore: in realtà, la scienza
della complessità può imparare dal meccanismo di creazione artistica, immensa
enciclopedia di esempi di organizzazione complessa. L’arte, allo stesso modo,
può soltanto beneficiare dalla conoscenza di cosa sia la complessità e come essa
si autodetermina nell’opera artistica. In un certo senso, riuscire a misurare la
complessità attraverso meccanismi propri della scienza è pratica riduzionista,
ma l’assenza di riduzionismo nell’arte genera complessità. L’arte è diversa
dalle cose reali, come già riconosciuto da Platone ed Aristotele;
se ammiriamo un quadro di Renoir possiamo certamente ricavare delle
informazioni sulle interazioni sociali della Parigi fin-de siècle, ma il
ritratto di vita parigina che ne risulta è certamente diverso dalla vita reale.
Sostenere il contrario è come se, citando uno studioso di scienza della
complessità, durante la rappresentazione di Otello di Shakespeare, quando
Desdemona sta per essere strangolata, uno spettatore chiamasse la polizia.
Quanto più complessa è l’opera d’arte della realtà? Quanto più piacevole, da un
punto di vista estetico, è un’opera complessa rispetto ad un’opera semplice? A
queste domande può rispondere, almeno in parte, una misura quantitativa di
complessità fatta attraverso strumenti scientifici. E’ anche attraverso questo
tipo di ricerche che i due mondi così apparentemente ostili della scienza e
dell’arte possono gradevolmente convivere ed ampliare il modello formativo.
Si segnala il seguito dello studio sul sito TRI-SOCIETY NEWSLETTERS Vol. 8 nr. 2 - 2010 (pagg. 10-11) dal titolo:
Artistic Complexity and Brain: Quantitative Measurements of Creativity - Francesco Carlo Morabito
(*) docente ordinario alla Facoltà di Ingegneria di Reggio Calabria
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