Cultura
Perversione e normalità. Dove il confine?

Indagini di tipo statistico-sociologico si occupano della
condizione di disagio dell’uomo e del suo modus vivendi riportando dati
inquietanti. Analisi spesso impietose che fanno emergere un eterno adolescente
smarrito alla ricerca di valori ed un cittadino immerso in una società in
continuo divenire, vittima di un nichilismo aberrante e difficile da combattere.
Il consumismo dell’era virtuale ha proiettato giovani ed adulti in un flusso
on line continuo che vuole essere vissuto a tutti i costi e che lenisce la
speranza dato che manca il senso della progettualità. Calarsi in esso significa
cancellare le prospettive del futuro annullando ogni possibile forma di
consapevolezza. Ma cos’è il disagio in una società modernizzata? Cosa
rappresenta in un mondo ormai economicamente evoluto dove la condizione di
ben-essere psico-fisico
dovrebbe
essere al top? Il disagio è una caratteristica dell’esistenza; una
condizione di malessere che ci fa sentire inadeguati a certe situazioni e
inappropriati in determinati contesti. Una sensazione che potrebbe essere
transitoria o permanente a seconda della percezione del tempo che, ahimè, nel
disagio, muta inevitabilmente. Un disagio dapprima privato ma che può, a lungo
andare, coinvolgere l’intera società: generatore di devianze nelle sue più
svariate forme di azione all’interno di un gruppo sociale. Il corpo ne risente
con i suoi acciacchi, espressioni di un problema interiore profondo, maschere
somatiche del malessere psichico. Una delle forme più comuni di devianza è la
perversione sessuale. Il termine perversione dovrebbe però intendersi in senso
strettamente medico-biologico e non etico ovvero considerando comportamento
perverso tutto ciò che contrasta col piacere. Dove c’è piacere manca la
perversione e viceversa. L’uno dovrebbe negare l’altra. La perversione umana
scaturisce dalla pulsione. Nella sessualità l’aggressività è quella maggiormente
coinvolta. Il comportamento del perverso ubbidisce ad un rituale precedente
l’azione, un copione rigido risalente a tempi molto remoti, persino alla
primissima infanzia. In età adulta, la perversione diventa la forma erotica
dell’odio i cui risvolti riempiono intere pagine dei quotidiani nazionali che
divulgano pedofilia, pedopornografia, masochismo, pratiche sadomaso,voyeurismo e
chi più ne ha più ne metta. Un mix di sadismo e di erotismo che a volte è la
risultante di un trauma relativo al percorso di evoluzione dell’individuo; un
trauma mai elaborato. Il comportamento perverso viene messo in atto per non
affrontare l’angoscia del trauma; per negarla. Se essa verrà sempre rimossa e
negata, la perversione diventerà necessaria alla sopravvivenza. Il pedofilo, che
è un soggetto traumatizzato, si pone nella condizione del bambino trasformando
se stesso in una madre seduttiva per tentare, praticamente, di ricucire il
legame con sua madre; il voyeurista sfrutta l’immagine per il proprio piacere
riportando la sua mente e il suo corpo ad una sorta di regressione primitiva,
quando mostrarsi era l’unico modo per relazionarsi con gli altri. L’
esibizione della privacy rappresenta l’espressione più loquace di una
società malata e narcisistica in cui la perversione è il prodotto di una nevrosi
scaturita dalla violazione di norme sociali solitamente condivise. "Quando
non ci sono le grandi lanterne che illuminano la vita…ognuno va avanti col
proprio lanternino" ….Questa frase di Pirandello ritrae in modo aderente
alla realtà il disorientamento generale della società percorsa da un sentimento
di incertezza e di precarietà. In essa un atteggiamento forzatamente moralistico
crea un distacco da parte dell’individuo che più ostenta perfezione nel rispetto
della norma sociale, più si dissocia perché avverte dentro di se l’alimentarsi
di un’alternativa. Il perverso è socialmente integrato:lavora, ha amici, una
vita familiare e degli interessi. Diventa antisociale nel comportamento
sessuale. Forse anche in lui l’impronta moralistica genera un alter-ego
esattamente opposto alle aspettative. Qualunque atteggiamento unilaterale della
coscienza determina una reazione compensativa che induce alla perversione. Una
generale incapacità di adattarsi a certe istituzioni o categorie che per qualche
ragione la nostra psiche non accetta, un disagio che diventa voglia di
scomparire voglia di non esserci, voglia di non appartenere più al mondo nel
quale ci si trova catapultati quasi per caso. Saremmo portati a credere che la
nostra presenza sia più una necessità che un caso solo se riuscisse, attraverso
una buona propagazione di messaggi sociali, ad andare oltre l’orientamento
moralistico. La perversione potrebbe avere una valenza positiva nel momento in
cui rappresenterebbe un segnale forte per una possibile trasformazione sociale
futura. Si passerebbe così dalla perversione alla… conversione.
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