Recensione
L’identità umana di Livia Profeti
(L’Asino d’oro Edizioni, pagg. 191, euro 18.00 – www.lasinodoroedizioni.it)
Dopo "L’identità sdoppiata" della prof Wendy Doniger
(Adelphi) che, lasciate Harvard e Oxford, dalla sua
cattedra all’Università di Chicago, partendo dall’antica cultura indiana arriva
ad affrontare il tema dell’identità umana fino alle soglie della mitologia
greca, ecco ora un testo italiano che ne completa lo scenario e aggiunge nuovi
stimolanti elementi di analisi: L’Identità umana di Livia Profeti.
Con questo studio Livia Profeti
compie
un’operazione importante di rilettura del processo di "umanizzazione" in termini
storici e filosofici. Operazione molto complessa per la verità che procede
dall’esame del processo di formazione delle prime comunità umane e da queste,
attraverso la rassegna di studi di paleoantropologia, che vanno dal Paleolitico
alla nascita delle comunità che attraverso la scrittura cominciano a
raccontarsi, a vedersi come soggetti diversi seppur partecipi della natura a cui
appartengono, fino ad arrivare ai nostri giorni ed alla formazione di un’umanità
di uguali ed insieme diversi. Nella prima parte del saggio Livia Profeti si
preoccupa di dare, tramite una molto vasta bibliografia (tratta nella maggior
parte del testo dal suo principale autore di riferimento lo psichiatra Massimo
Fagioli che nell’ambito dell’opera viene citato con riferimenti a ben 26 tra
opere, articoli ed interviste) fondamento "storico" a quella che è la sua tesi
fondamentale: l’identità umana è un processo che nasce e si sviluppa partendo
dalla rappresentazione delle immagini mentali "[…] il primo pensiero
dell’umanità su sé stessa è stato un pensiero per immagini […] (cit. dal
testo, pag. 180). Ciò avviene tanto nella storia del genere umano quanto nel
processo di sviluppo della coscienza e della personalità del singolo individuo,
e in questa seconda parte soprattutto Livia Profeti fa largo riferimento
all’opera di Massimo Fagioli per mettere in evidenza come la separazione della
realtà onirica da quella della veglia, sia parte fondamentale del processo di
identità umana ma che essa sta anche alla base del processo di diversità tanto
come specie che all’interno della specie come individui. […] il pensiero
inconscio per immagini indefinite è la modalità di pensiero del nostro primo
anno di vita, che si ricreerà poi nelle immagini oniriche del sonno […]
Con l’insorgenza della coscienza si definisce quel ‘due in uno’ di pensiero
cosciente allo stato di veglia […] (dal testo, pagg. 172-173). E’ questa la
particolare dote fisiologica che ci rende diversi da tutte le altre specie
viventi.
Il
linguaggio dei sogni in buona sostanza ci riporta allo stato precosciente mentre
il ritorno allo stato di coscienza ci costringe conquistare e a "far emergere
nella mente umana l’idea originaria di diversità". Gli uomini nascono uguali
per appartenenza naturale alla specie ma diversi per capacità fisiologica di
intraprendere questo processo di identificazione. Ma la diversità, secondo
Livia Profeti, non è solo consapevolezza dell’essere diversi dagli altri esseri
viventi, ma anche nell’acquisire coscienza della propria diversità sessuale. Con
analogo processo nel corso dello sviluppo della personalità infatti l’individuo
prende coscienza di questa differenza tra maschio e femmina mentre sperimenta
che tra i due generi esiste comunque l’inconfutabile stato di uguaglianza di
specie (la sessualità in questo senso non avrebbe alcuna valenza fino allo stato
di svezzamento e di individuazione). Su questa strada Livia Profeti ci spinge in
una riflessione che torna sul terreno filosofico. Infatti proprio il rifiuto di
una separazione di genere sin dalla nascita ci porta a recuperare il concetto di
uguaglianza ed unità nello stato di identità umana, processo che si è interrotto
con l’avvento nella storia del pensiero del concetto di separazione a vantaggio
del genere maschile, che ha caratterizzato la storia dell’uomo come storia di
dominio e di possesso. Recuperare la coscienza dell’uguaglianza nella diversità,
scrive Livia Profeti, farebbe fare un passo definitivo verso il rifiuto della
violenza come atto di dominio. Una elaborazione filosofica convincente e molto
ben argomentata anche dal punto di vista dei richiami storici e filosofici. In
questo saggio colpisce una riuscita armonia tra il vastissimo richiamo al
materiale di studio scientifico e una non nascosta fascinazione dei modi e dei
tempi in cui si sviluppa l’identità umana. Dalle descrizioni delle prime forme
di comunicazione artistica, quindi di espressione creativa, che si manifestano
con le pitture rupestri del Paleolitico, fino alla comparsa della scrittura e
con essa alla narrazione della mitologia, della religiosità e della separazione
definitiva di una coscienza legata alla "madre terra" da quella, divenuta poi
definitivamente predominante, del "pater familias". Meno convincente è il salto
(anche quantitativo, considerando che alla trattazione di questo tema sono
dedicate poco più di trenta pagine su 190) che l’autrice fa dal percorso storico
e filosofico a quello scientifico, non essendo a mio avviso sufficientemente
supportati da univoci riscontri scientifici né le tesi del prof. Fagioli e tanto
meno l’adattamento di queste tesi nel processo evolutivo della specie umana. Ma
questa è una curiosa voglia di approfondimento che ci lascia la lettura de
L’Identità umana.
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