Editoriale

Ma la storia di che sesso è?

 

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di Pino Rotta


C’è un momento nell’esistenza di una persona in cui la differenza tra maschio e femmina è ancora solo una potenzialità e questo è il momento in cui la gestazione è ancora nella fase del primo sviluppo, in seguito, seppure la fisiologia indirizzerà, con la formazione degli organi sessuali, lo sviluppo verso un genere anziché un altro, dovranno passare mesi dopo la nascita perché un individuo "sappia" di essere maschio o femmina, fino a quel momento è solo un essere umano. Sembra poco poter dire essere umano ma, come scrive Livia Profeti nel suo saggio "L’identità umana" (vedi recensione in questo numero), l’appartenenza ad una specie-specifica pone le basi dell’uguaglianza tra tutti gli esseri umani. La diversificazione di genere sessuale è uno degli elementi che si proietta con grande impeto e potenza nella storia dell’umanità e nella vita sociale o interpersonale degli individui informando una struttura sociale che nella quasi totalità delle culture di tutto il mondo si è attestata sul predominio del genere maschile. Un predominio basato sulla violenza e sulla forza. In questo numero di Helios Magazine leggerete alcuni aspetti di questa "cultura maschilista" e, seppure con la dovuta attenzione di osservazione scientifica, vedremo che anche alcune perversioni quali la pedofilia possono essere ricondotte ad una concezione del maschio "possessore" e "dominatore". In altri numeri abbiamo scavato a fondo nel tema della violenza sessuale, ma in queste pagine ci interessa dare una lettura della sessualità come elemento informatore delle relazioni sociali, ma anche delle strutture sociali e addirittura degli spazi, dei luoghi fino a poter parlare di una visione della realtà plasmata secondo l’ottica del genere maschile. Il linguaggio e la nominazione di atti e luoghi ci induce a guardare la realtà con occhi maschili e questo pone una evidente differenza tra un mondo di uomini nati uguali ma diversi per genere sessuale e visione del mondo ed un mondo in cui "la scena" in cui ogni individuo viene al mondo è già "preformata" secondo una logica basata sull’aggressività ed il possesso. Tutta la cultura che fonda la sua legittimazione sul fatto che la forza è necessaria ed il dominio è la conseguenza, ha informato le relazioni umane e sociali spingendole verso uno scontro di civiltà che ha innescato millenni di violenza agita dal piccolo mondo della famiglia al macro delle guerre tra popoli e nazioni. La natura generatrice è stata la prima vittima di questo "pensiero patriarcale" che ha portato, spesso con la convinzione acquisita senza alcun senso di contraddizione che ciò è la normalità ed è giusto che sia così: essendo l’uomo capace di dominare e trarre vantaggio dalla natura e giustificata l’azione di dominio. Ma è il concetto stesso di dominio che, proprio la natura ci ha insegnato a rivedere, anzi a guardare con terrore poiché dalla Terra nasce la vita ma la Terra può travolgere, senza curarsi di noi e della nostra arroganza, la vita stessa, fino al limite di una implosione ecologica che potrebbe fare scomparire la specie umana ma non la Terra che continuerebbe, indifferente rispetto al nostro destino, la sua storia. C’è bisogno di rivoltare la concezione della realtà in senso femminile, allora? Non è questa la tesi che propongo, anche se non farebbe male cominciare da questo! Quello che ci impone la realtà di violenza, devastazione e sopraffazione dell’uomo sull’uomo in cui viviamo tutti a livello globale è la revisione di concetti culturali che impediscono lo svilupparsi del senso dell’uguaglianza e della fratellanza tra tutti gli esseri umani ed un rapporto simbiotico con la natura. In questa visione delle cose è necessaria una svolta culturale in ogni ambito della vita sociale e personale che punti alla sostituzione delle tendenze di dominio e potenza con altre improntate alla condivisione dell’appartenenza non solo alla specie umana ma, in questa, ad una natura che genera, sa essere fonte di vita ma esige un rispetto che fino ad oggi le è stato negato. E’ un processo culturale che, seppure necessiti di immediate scelte politiche nazionali e globali, deve partire anche dal basso. E’ necessario comprendere la necessità di invertire alcune categorie che invece sono dominanti nel sistema produttivo, dove è più importante cosa si produce che la persona che produce, nel sistema di valori interpersonali dove oggi assistiamo ad un "deprezzamento" della persona in ragione del suo essere donna, omosessuale, diverso, straniero, povero, ecc., ed in questa realtà la maggior parte di noi non sente una contraddizione proprio perché ci siamo abituati a guardare il mondo con gli occhi del "predatore" del "maschio dominante". Il paradosso di questo sistema è che, mentre tutti lottiamo per dominare, alla fine nessuno è libero di vivere una vita a misura d’uomo, anzi nessuno è libero e basta. Tutti prigionieri di un sistema che divora sé stesso.

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