Libertà di pensiero
Il Viale delle Rimembrenze

Lo rividi, lungo il viale delle
Rimembranze, seduto su una panchina addossata a un platano. Il mio insegnante di
latino e greco era là, intento a leggere una rivista, Helios magazine, con il
sole in faccia, con accanto un testo di latino e una tavoletta ricoperta di
cera. "Tu dell’ultimo banco – mi apostrofò quando gli passai accanto –
appropinquati".

Ricordai tutto di lui, il suo modo di comunicare, il suo sguardo indagatore, la sua risata, il suo preoccuparsi di "passarci" il sapere. Era troppo vivo, nonostante il tempo passato, l’entusiasmo vissuto per un concetto chiarito e colto nella sua essenza, la nostalgia di quelle ore di lezione su ablativi assoluti e perifrastiche, verbi irregolari, Cicero, Seneca, Catullus, Erodoto. Mi sembrò di rivedere l’aula, di "sentire" le parole dette con uno sguardo, i sorrisi che illuminavano i banchi e che riempivano di energia le gote, i segni tracciati sulla lavagna che esprimevano l’infinito della storia, della poesia, del fascino della vita e del miracolo della gioventù. Mi sedetti sulla panchina senza proferir parola, ben contento di ascoltare la sua lezione.
Incominciò a dirmi che lo avrei sempre trovato in quel viale, sine die, a tempo indeterminato, che non aveva rinnegato Virgilio: non essendoci faggi s’era fermato "sub tegmine platani".
Quella tavoletta di cera, la tabula rasa, usata per scrivere nell’antica Roma, lo portava a non fermarsi ai titoli che accompagnavano i nomi: sapeva bene che molti, pur pieni di titoli, meritavano di restare anonimi per la mente vuota di ogni cognizione e priva di quella cultura che avrebbero dovuto gestire, praticare e diffondere nei vari campi dello scibile. Ciò lo portava a considerare sempre più vicino un nuovo diluvio. S’era così iscritto, in base al motto praevidet ac providet, a un corso pratico di falegnameria navale.
Per mantenere la mens sana in corpore sano, aveva dovuto lasciare la scuola. Al gran passo s’era deciso quando, avendo detto a un collega "alea iacta est", aveva ricevuto dal suo solerte dirigente scolastico, che considerava i lapsus delle matite e l’urbi et orbi minacce e percosse invalidanti a cui il prof. sottoponeva i discenti, una riservata con la quale lo si avvertiva di provvedimenti disciplinari a suo carico per il suo giocare a dadi durante le ore di lezione. Fra il riso e il pianto, tra l’indifferenza dei colleghi, se n’era andato.
Non aveva, comunque, smesso di dedicarsi alla diffusione delle lingue classiche. Era pur sempre, anche se non iscritto ad alcun sindacato, un lavoratore della conoscenza.
Mi ricordò che "in latino era papario tutto quanto era tondeggiante. Non a caso l’oca fu chiamata papera, la coccinella, nel sermo rusticus, il dialetto, papuzza, la chiocciola papatorno.
Al latino rivus corrisponde il dialettale tri, che non è un numero ma indica, come in tri ai, l’area del ruscello.
I pendii, ripidi versanti che si affacciano spesso sul corso delle fiumare, vengono chiamati petti, da pectus.
Nel gioco delle carte il restare all’urmu deriva dal greco all’ermo, arido, asciutto come il deserto.
Il diffuso modo di chiamare qualcuno u maru, non ha in origine il significato di poveretto bensì indicava il soldato, il manipularius, ridottosi nel tempo a maru.
La pignata veniva chiamata sùccala, da subcaleo, riscaldo da sotto.
Dal latino iaceo humi, sono a terra, pronunciato iàcumi, iàcumi, deriva il diffuso Giacomo Giacomo, che esprime il tremare delle gambe e la probabile caduta sulla madre Gea.
Mi disse che, dopo l’abbandono della lingua originaria da parte della chiesa, solo galline e gatti capivano ancora il latino. Le galline si allontanavano ancora oggi allo sciò sciò, una deviazione del latino ex quo, via di qua, e i gatti si avvicinavano al musci musci, aspettandosi come ricompensa un topo, il mus latino.
Avrebbe voluto dirmi ancora tante altre cose, et cetera, ma era meglio, una tantum, fermarsi con gli omissis.
Concludo, mi disse, esprimendo il mio dissenso per la "riforma epocale" della scuola, per i tagli agli organici, per l’abbandono del futuro dell’attuale classe politica, che egli avrebbe bocciato all’infinito".
Mi congedò spezzando un pezzo di pane. Sapevo bene che non era un segno di pace: esprimeva, da frango pan, tutta la sua rabbia e la sua voglia di spaccare tutto. Andai via per evitargli una nuova denuncia per politicizzazione della lezione e l’uso anarchico di espressioni linguistiche. Non volevo che, visto l’aria che tira, per le sue critiche al ministero della pubblica "distruzione", gli venisse tolto quel sussidio da fame che egli continuava a chiamare pecunia perché non vedeva più vitelli, vituli, da cui il nome Italia, ma solo pecus, pecore.
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