Società

La città sessuata

 

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di Katia Colica (*)


Ognuno di noi probabilmente ha attraversato diverse fasi di analisi dentro le varie riflessioni riferite al rapporto tra media e donne. Provando invece a riflettere e sintetizzare su un aspetto meno palese e più subdolo ci si può chiedere cosa significa per le donne far parte di un territorio urbano schiacciante e limitante. Non è solo un problema mediatico quello che ci porta a essere false protagoniste dentro una dimensione sofferente. Non ci accorgiamo, o almeno ce ne accorgiamo molto superficialmente, che anche il linguaggio del territorio si è spostato in maniera veloce e ambigua verso un pericoloso sbilanciamento di tipo sessista. Ormai la città è strumentalmente femminizzata. È, infatti, la proiezione di un continuo susseguirsi di immagini ammiccanti e disinvolte, con la stessa dignità di una valletta qualsiasi. Una seduzione urbana, insomma, che corre quasi esclusivamente per le vie del centro, dentro vetrine lucide, su filmati pubblicitari scorrevoli, dentro invadenti tabelloni che esibiscono corpi di donne aggressivi e schiaccianti. Come si è arrivati a questo contesto squilibrato? I contratti di lavoro, per fare un riferimento che tutti ricordiamo perché relativamente recente, fino al 1963 prevedono il diritto di licenziamento immediato delle donne al momento del matrimonio. Ed è proprio in quegli anni che i concorsi di bellezza hanno un successo smisurato: il possesso di un fisico ammirabile diventa quasi un paradossale elemento di democrazia poiché può spalancare le porte del successo a donne di ogni ceto sociale. E se le stesse hanno cominciato a lavorare per necessità, allo stesso tempo hanno iniziato ad apprezzare la libertà derivata da questa indipendenza, o finta indipendenza che si sono ritrovate addosso. L’uomo, dal canto suo, aveva ancora dalla sua parte la magica matrice per riprodurre un gioco che conosceva da secoli, ovvero l’uso e il consumo incondizionato del corpo femminile. Per una ragione squisitamente antropologica, come Levi-Strauss sottolineava, la donna è stata la prima moneta di scambio tra gli uomini. Questo stesso modello di consumo, insomma, è accettato e cercato in maniera apparentemente consenziente fino ai giorni nostri. È consequenziale la creazione della città vetrina, composta con la merce più allettante esposta, la donna. E se per ragioni di opportunità la stessa donna non può essere esposta, ecco che appaiono dei manichini che diventano sempre più maliziosamente antropomorfi. Non sono certamente più grucce appendiabiti ma si trasformano in generi plastici sinuosi e seducenti, quasi "prestigi della sottoarte" diremmo. Riflettendo, ancora, le vetrine dei negozi, comprensive di faretti, manichini, vestiario e accessori, sono sempre più simili ad ammiccanti studi televisivi. Anche l’architettura fa la sua parte nel gioco, con edifici che si stagliano verso l’alto, eredità di un’architettura gotica che con le guglie prospettava un potere prorompente, non sono altro che la forza simbolica del fallo, che è slancio, passione e, spesso, anche rischio. Questa vittoria del pene-edificio va a scapito di un territorio sessualmente equilibrato dato da ormai rare forme della città naturalmente accoglienti e che preferiscono il primitivo naturale. E mentre le donne entrano in concorrenza e competizione coi manichini dei negozi, e rinunciano a fabbricare un territorio ospitale e naturalmente materno, in periferia, o meglio, poco dopo il cerchio magico del centro storico, la paura delle stesse donne emerge in maniera esponenziale: le strade, i vicoli, le piazze lì fanno paura. Vivere fuori dal centro non è semplice e l’insicurezza non solo non viene mitigata da opportune misure di tutela attraverso una revisione territoriale ma viene alimentata, creando attorno alle vie minori quasi il vecchio mito del pericoloso bosco da attraversare. Buona parte della città stessa diventa, insomma, un vero e proprio pericolo da evitare, perché potrebbe diventare facilmente una tana comoda che ospita il nostro nemico. Da bambine, attraverso le favole che servivano da maestre per il nostro percorso di crescita, ci veniva insegnato come distinguere il metaforico bosco dalla strada principale. Già da allora, infatti, avevamo ben chiara la differenza tra zone più sicure e meno sicure, ricordando sempre e costantemente che entrare nell’una o nell’altra parte di un territorio non dava risultati identici. Senza questa conoscenza, nessuna bambina sarebbe stata in grado di viaggiare all’interno del suo bosco senza essere divorata. Riuscivamo, insomma, a comprendere la vera funzione di tutto il territorio come posto di scambio, di arricchimento, e, non ultimo, di rischio. Le favole dei fratelli Grimm che omettevano i riferimenti di violenza sessuale, sottolineavano come non può bastare frequentare una zona spacciata come sicura e confezionata ad arte ed evitare quella insicura.

Una classica parte delle favole che ci accompagnavano diceva più o meno così: "Non andare nel bosco - Perché, no? Perché non dovrei andare nel bosco stasera? - domandò lei. - C’è un lupo che mangia le creature come te. Non andare". Naturalmente lei andò. Il pacchetto offerto di un centro confezionato e sicuro, quindi, non andava già bene. Oggi lo stesso centro non è solo venduto per ambito basilare di sicurezza ma è esacerbato da una proiezione a immagine femminile invadente e poco aderente alla realtà effettiva. Come affrontare oggi quest’appartenenza territoriale che, in fondo, lascia addosso un vago senso di impotenza? Io credo che si debba ricominciare dalla cittadinanza femminile attiva. Compiere un salto di qualità necessario che preveda una dualità nel punto di vista di genere attraverso una visione del territorio più lucida e, soprattutto, attraverso l’ambizione di non farci costruire più nulla attorno da qualcuno che ci continua a intrappolare dentro questa città vetrina. Con l’ambizione, in quel bosco che ci consigliano di non attraversare, di entrarci ancora, e di illuminarlo, cambiarlo, renderlo vivibile e territorio sicuro, perché intimamente nostro.

(*) architetto


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