Società
Frammenti di donna
di Antonella Giglietto (psicologa)
Si va diffondendo, nella società postmoderna, una percezione
del corpo come parte integrante della nostra identità e come canale espressivo
privilegiato. Non si tratta più, soltanto, del corpo da liberare secondo il
paradigma dominante degli anni Settanta. Né di quello da perfezionare che ha
caratterizzato gli stili di vita degli anni Ottanta. Soprattutto il corpo perde
il suo carattere funzionale di mezzo (per essere efficienti, per sedurre, per
essere ammirati) per assumere un proprio statuto autonomo. Il corpo inoltre non
si oppone più allo spirito ma si intreccia con questo in una concezione
olistica.
Si
riconosce al corpo un proprio linguaggio, proprie esigenze espressive che
dobbiamo saper ascoltare e fare esprimere. Fino ad oggi si è data importanza
alla bellezza come fine a se stessa, per apparire seducenti, belli e attraenti
agli occhi degli altri ma con il tempo questa caratteristica è diventata un vero
e proprio valore ed espressione del benessere fisico e psicologico. Non vi sono
dubbi nell’affermare che le donne sono protagoniste della pubblicità e di
conseguenza è inevitabile il binomio pubblicità-femminilità. Alla fine degli
anni Settanta, ma soprattutto negli anni Ottanta va delineandosi una nuova
concezione di donna, non necessariamente casalinga o totalmente dipendente
dall’uomo ma una donna autonoma, libera e ambiziosa. Negli anni Novanta,
l’immaginario pubblicitario presenta una figura utopica di donna: la Superwoman.
Donne iperattive, superimpegnate, desiderose di trarre il meglio da sé e con
l’obiettivo di conciliare aspetti diversi della propria vita. Già molti anni fa
, nella pubblicità televisiva come nel cinema, la donna era protagonista, ma
aveva un ruolo marginale che non gli permetteva di avere potere decisionale. Al
contrario, attualmente, piace di più la donna consapevole, interessante e decisa
nell’affermare il proprio ruolo. E’ lo stesso concetto di bellezza che cambia.
La pubblicità non soltanto riflette questi spostamenti di asse, ma li anticipa.
La donna, degli anni ’70, continua ad essere responsabile di circa l’80% degli
acquisti familiari ed è per questo il consumo viene associato alla cultura
femminile. La donna protagonista della pubblicità viene spogliata della sua
persona esibendo il suo corpo che diventerà il vero oggetto dello spot. La
pubblicità è considerata femmina per vari motivi: perché la donna viene
rappresentata solo per mezzo della sua fisicità e quindi vittima ancora del
binomio donna uguale corpo, perché è a lei che la pubblicità rivolge la maggior
parte degli spot e perché è il soggetto più rappresentato in anni di pubblicità
televisiva italiana. La pubblicità ha il merito di rendere protagonista la donna
ma al tempo stesso ha la colpa di attribuirle ruoli di secondo piano, che la
ritraggono solo per il suo corpo, usato come mezzo per sedurre ed attrarre il
consumatore. L’intento è di influenzare positivamente il consumatore verso il
prodotto per mezzo dell’uso di interi corpi femminili o sue parti. Ciò
nonostante, grazie ai mass media, dal miracolo economico in poi, con l’entrata
del mezzo televisivo la donna si è potuta interfacciare con il resto del mondo,
evolvendo sé stessa e il suo ruolo nella società fino alla sua emancipazione.
Purtroppo, ancora in molti casi, la pubblicità italiana rimane legata alla
dicotomia uomo-donna, che vede il primo impegnato in ruoli di potere e di
dominanza e la seconda rappresentata in ruoli di livello inferiore e di
sottomissione. La protagonista della pubblicità è la donna ed è a lei che i
pubblicitari e le aziende parlano attraverso gli spot televisivi, perché
responsabile degli acquisti. Fin qui niente di male, il problema sussiste quando
la donna viene rappresentata attraverso stereotipi che la vedono vincolata ad
alcuni ruoli quali: la casalinga, la madre e la donna- oggetto. La casalinga
viene rappresentata come donna frustrata, che ha come unici interessi la pulizia
della casa, la ricerca di detersivi migliori per far splendere il pavimento o
smacchiare gli indumenti, impegnata nel creare nuove ricette, provare nuovi
alimenti. Questa è una rappresentazione distorta della donna, un’immagine
maschilista che vede la donna impegnata in tutte queste attività non tanto per
soddisfazione ed esigenze personali ma per sentirsi dire dall’uomo che rientra a
casa da lavoro " brava": tutto questo per ricevere un complimento dal proprio
compagno. La madre viene rappresentata come una donna dedita totalmente ai
figli, superimpegnata nell’educazione della prole, colei che si occupa di
nutrirli con cibi sani, che li segue a scuola e in tutti i momenti della
giornata. Viene descritta come una donna chioccia, la classica madre italiana,
che si impegna ad essere perfetta e sempre presente e soprattutto che si annulla
come donna per il bene della propria famiglia. Per donna-oggetto si intende
utilizzata per pubblicizzare prodotti quali biancheria intima, collant, profumi
in cui l’uso del corpo nella sua interezza o nella sue singole parti è
"giustificato" o, come succede nella maggior parte dei casi, in cui l’abuso del
corpo nudo della donna è utile per far vendere prodotti che nulla hanno a che
fare con la sessualità e la corporeità come: dentifrici, pasta, gorgonzola ecc.
È soprattutto in questi ultimi casi che non è tollerabile e giustificato
l’eccessivo uso di una donna rappresentata sexy, ammiccante, seducente,
disponibile, "preda" e oggetto dei desideri maschili. Fra tutti i temi che la
pubblicità potrebbe narrare negli spot nessuno risulta essere più proficuo e
memorabile di un corpo nudo femminile. Anche il corpo maschile sta iniziando ad
essere rappresentato né più né meno come quello femminile inoltre vengono
mostrati anche corpi imperfetti la «pancia che corre» di Reebok o ai «bottoms»
di Lee. Nessuno di questi stereotipi: la madre, la casalinga, la donna manager e
aggressiva, la donna desiderosa di piacere a sé e agli altri fotografa la donna
attuale, una donna nuova. Nella pubblicità dei nostri tempi sono protagoniste
molte parti anatomiche femminili, quasi quanto le femmine intere. Un esempio:
quasi in modo subliminale, non letteralmente , in quanto la presenza è solo
percepibile, ci sono spot in cui si vedono solo le mani, o solo gli occhi, o
solo le gambe, in una frantumazione del corpo femminile che comunica femminilità
(ed eros) spesso assai più del corpo intero. Spesso gli stereotipi sono banali e
offensivi e non permettono di comprendere le caratteristiche peculiari
dell’individuo. La donna dei manifesti, in particolare, è sempre disponibile,
provocante, spudorata, e non solo quando si tratta di promuovere calze o
reggiseni: il messaggio che i minori, gli adolescenti in particolare, ne
ricevono è indubbiamente deformante per la loro crescita umana e sociale.
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