Cultura
Intervista a Umberto Pasti autore di "Giardini e no – manuale di sopravvivenza botanica (Bompiani)

Essere giardiniere è come essere un amante attento e
premuroso perché il giardino è vivo e si trasforma ogni giorno sotto i nostri
occhi e le nostre mani. È il luogo dell’anima che riflette le aspirazioni, le
competenze ma anche le virtù o le follie di chi se ne occupa.
Il giardino come l’amore non ammette distrazioni o trascuratezze e la virtù decisiva è "una propensione a trascorrere ore all’aria aperta, in solitudine, al sole o sotto la pioggia, rompendoti la schiena, sapendo che il comportamento delle piante dipenderà perlopiù da qualcosa che esula da te e dal tuo lavoro". Dedicato ai giardini e a chi se ne occupa, "Giardini e no. Manuale di sopravvivenza botanica" (Bompiani editore euro 15,00), attraverso le varie tipologie di giardini da quello collezionista a quello del benzinaio, descrive con amara ironia la società odierna globalizzata. Con i disegni di Pierre Le-Tan, il pregevole libro di Pasti diventa racconto e denuncia della storia dell’uomo e delle sue conquiste attraverso la botanica.
Pasti fa inoltrare il lettore nelle atmosfere dei diversi giardini che descrive, fa quasi percepire quegli odori sprigionati dalle piante e dai fiori. "Il giardino è vivo, un corpo che si trasforma tutti i giorni sotto le tue dita. I godimenti e le pene sono quelli dell'amore" scrive Pasti rivolgendosi agli aspiranti giardinieri ed esortandoli ad ascoltare, guardare e udire la natura. Diventare giardiniere vuol dire tentare, sbagliare, riprovare o soprattutto "sentire" le piante.
"L'arte del giardino sottende un percorso di libertà
interiore?" 
"Sì. Sentire le piante e sentire noi stessi in relazione al loro mondo.Che è fastoso ma anche terribile, innocente, quindi crudele. L’arte del giardino è approfondimento di conoscenza. Conoscenza e libertà, per me, coincidono."
"Giardini e no è un libro che riesce a fare denuncia?"
"Descrivo la società globalizzata e succube delle speculazioni immobiliari con ironia, ma soprattutto con disperazione. Mi dispera quello che pochi uomini ricchi e potenti stanno facendo al mondo. Tutti noi abbiamo diritto alle cicale, al silenzio, al profumo dei boschi. Se andiamo avanti così i nostri figli non sapranno neanche cosa queste parole significhino".
"Se il giardino rappresenta uno specchio dell'anima, le nostre radici, che senso ha affidarsi a un garden designer o a un paesaggista?"
"Affidarsi a un buon paesaggista o a un buon giardiniere, avendone i mezzi, può aiutarci a scoprire il giardiniere che è in noi. Ma ce ne sono in giro pochi. Si può tentare da soli, e trasformare i propri errori in coraggio. Bisognerebbe guardare di più, toccare di più, annusare di più, e pensare meno a cosa è « bello » e a cosa « sta bene » nella nostra aiuoletta o sul nostro balcone."
Il giardino diventa parte di noi del nostro essere che esprime la creatività ma anche la sensibilità ma diviene anche status symbol, ostentazione e insieme ai giardini che hanno lo scopo, deciso a tavolino, di stupire a tutti i costi pur di seguire gli statements o i must del momento, esistono ancora e fortunatamente i giardini semplici, nascosti in luoghi remoti in cui risiede la bellezza e l’armonia naturale.
Dalla "perfezione" del giardino del collezionista, un luogo privato e accessibile a pochi, alla Baitìa col suo giardino incantato circondato dal muro di oggetti evocativi. Due giardini che rispecchiano due stili di vita opposti per situazione economica e sociale. "E' alla Baitìa che dovremmo tornare?"
"Non dovremmo andare né verso il giardino « ricco » né verso il giardino « povero » (anche se esteticamente preferisco spesso il secondo) . Dovremmo ascoltare i luoghi e noi stessi . Per me il giardino è giardino del cuore."
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