Cultura
Identità e differenza: quando la bellezza non ha alcun genere…

Più si è attratti da una cosa più ci si scaglia contro per incapacità o impossibilità di dominarla, di sovrastarla, di tenerla, in qualche modo, sotto controllo.
Allo stesso modo di come si faceva un tempo e di come si
agisce ancor oggi laddove predomina una radicata mentalità maschilista nei
confronti della donna. Creatura indispensabile, musa ispiratrice di un
insaziabile e romantico maschio al tempo stesso cocciuto e misogino in grado di
creare e di distruggere attorno a lei un’identità che, solo in apparenza,
rispetta le differenze attenendosi, da sempre, ai canoni della virilità. Volendo
usare un termine esistenzialista la donna è un progetto e, in quanto tale, è
creativa, non solo in termini biologici. Inoltre ella è differente non soltanto
rispetto all’uomo, ma anche rispetto a sé stessa.
Si
tratta cioè di una differenza epocale. La definizione di genere è il prodotto
soggetto alle trasformazioni socio-culturali, alle modifiche ambientali, ai
criteri, non sempre facilmente individuabili, che influiscono nella costruzione
dell’identità della donna. Simone De Beauvoir, critica severa nei confronti
della figura femminile considerata come pura astrazione, ci insegna che questo
non significa che la donna non abbia una identità propria. Il problema è cercare
di capire la presa di coscienza nel processo di costruzione di tale identità e,
soprattutto, quanto di autentico vi sia in essa. La donna non può
essere ciò che l’uomo ha voluto che fosse; ella deve rifiutare di essere
l’altro dell’identità maschile e pagare il prezzo che questa scelta comporta.
Nella storia della specie umana, la preminenza è stata accordata non al sesso
che genera bensì a quello che dimostra coraggio, potenza e forza fisica. Di
fronte all’uomo che ha così fondato un complesso di valori della civiltà la
donna non ha opposto valori femminili. Certo, la femminilità è una condizione
determinata dalla cultura ma i mutamenti hanno agito, dagli anni 80 in poi in
particolare, anche sui modelli di valore producendo effetti diversi
sull’identità femminile. Un’identità plasmata, manipolata e selezionata
attraverso i nuovi riferimenti e messaggi propagandati dai mezzi di
comunicazione di massa di fronte alla quale si perde l’originalità, l’unicità e,
cosa incomprensibile per le nostre orecchie, la bellezza della semplicità. Nel
settore della comunicazione la donna ha introiettato il modello maschile così in
profondità e per così tanto tempo che non riesce più a riconoscere cosa vuole
realmente. Una donna guarda un’altra donna quasi con occhi da uomo. Non deve
perciò apparire strano se la pubblicità utilizza immagini con riferimenti
sessuali ai maschi ma che mirano ad attirare il pubblico femminile. Televisione,
chat-line, blog e quant’altro spingono la donna a focalizzare l’attenzione sulla
fisicità, sulla corporeità e sul look. Modelli che hanno svuotato d’intensità la
lotta per l’emancipazione smentendo, a grandi linee, la capacità di reagire e
inducendo alla progressiva riduzione dei linguaggi cognitivi. L’identità diventa
un problema di carattere sociale; pur di adattarsi ad un mondo maschile la donna
rinuncia alla differenza per assumere un’identità fittizia. Questo distrugge la
personalità femminile che assumerebbe l’animus, ovvero le caratteristiche
inconsce maschili, anziché l’anima, ovvero le prerogative prettamente
femminili, per dirla alla Jung. Anche la scrittura ne risente. E’ difficile
trovare in essa l’autenticità al di fuori dei codici espressivi stabiliti
dall’universo maschile. Le donne hanno percorso, tranne qualche rara eccezione,
i saperi codificati maschili resistendo ad ogni raffigurazione univoca dell’io
il che ha indotto ad una frammentaria scrittura dove l’affermarsi della propria
identità si verifica per alcune, in piena consonanza con il tema d’amore e con
la passione. E’ il caso Ada Negri e Sibilla Aleramo nelle quali è forte e
sentito il conflitto fra il modello ideologico di madre e moglie e le proprie
aspirazioni personali.
L’assenza di una vera e propria identità significa anche la mancanza di un codice che riesca a tradurre, se non nel proprio immaginario, un rapporto di comunicazione con la realtà che ci circonda. La donna, in quanto essere, non è un universale astratto, ma un individuo costretto a vivere nelle situazioni della vita e a cercare di gestirle nel migliore dei modi. Una volta i poeti le attribuivano doti di immortalità, come se scendesse dall’alto, per abbellire la vita terrena; oggi, concretamente, in quanto essere complementare, dovrebbe diventare un riferimento per trasformare la realtà grazie alla sua naturale bellezza creativa e dinamica che, privata del banale, è capace di sopravvivere persino di fronte ai più cambiamenti più rivoluzionari.
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