Società
Sull’identità femminile: ritorno all’antico

Il fermento culturale che coinvolge la figura femminile e la
ricerca, ancora, di una sua identità è tuttora vivo e presente, anche se
sembrava sopito dopo le forti dimostrazioni sessantottine e femministe. In ogni
aspetto della vita, la maturazione e l’acquisizione di una identità è un
processo evolutivo che per natura propria è caratterizzato da esperienze
travagliate, da una crisi che segna la fine di un "qualcosa" e l’inizio di un
"altro qualcosa". Non necessariamente dobbiamo connotare questo termine con
aspetti negativi, anzi la Storia ci insegna che le maggiori conquiste del genere
umano sono sempre state contrassegnate da un periodo di crisi, e che una crisi
segna sempre una fase di passaggio verso una condizione nuova ed un migliore
equilibrio. Se l’equilibrio fosse stato soddisfacente nulla si sarebbe, d’altra
parte, messo in discussione. Nuovi entusiasmi e nuove prospettive sono in
generale le emozioni che accompagnano l’emergere di sussulti culturali che si
propongono di trasformare uno stato di cose consolidato ma non completamente
soddisfacente e spesso queste emozioni offuscano l’ignoto verso cui ci si sta
indirizzando, ignoto che comprende non solo le nuove possibilità, ma anche i
rischi di disorientamento, di precarietà, di mancanza di punti di riferimento e
di paradigmi conosciuti e rassicuranti. Ignoto che, parallelamente alla messa in
discussione della realtà esterna, decostruisce anche l’immagine personale che
fino a quel punto avevamo di noi stessi.
A volte, ancora, dopo gli entusiasmi iniziali e le aspettative legittime, il confronto con il Sistema, che segue, malgrado la volontà e le intenzioni dei singoli, sue leggi proprie e indipendenti, produce stati di frustrazione di fronte ad una realtà che non corrisponde alle attese di realizzazione.
Se vogliamo adoperare una metafora, possiamo richiamarci al periodo di passaggio dagli entusiasmi onnipotenti dell’età adolescenziale alla crisi quasi nichilista che accompagna l’affacciarsi alla prima età adulta. L’immagine femminile ha subito uno di questi passaggi, specialmente negli ultimi decenni del secolo scorso. Il femminismo, specialmente nelle società occidentali, ha determinato una trasformazione radicale nel mondo femminile, trasformazione che ha modificato in maniera significativa le condizioni esistenziali della donna, come abbiamo visto, la quale ha acquisito la consapevolezza e la forza di poter lottare per rivendicare ed affermare i propri diritti di genere.
L’epoca del femminismo durò fino alla fine degli anni settanta, mentre verso la metà degli anni ottanta cominciò a manifestarsi ciò che comunemente viene definito post-femminismo.
Analizzando a fondo l’argomento, possiamo rintracciarvi essenzialmente due prospettive concettuali. La prima è quella che tende a valorizzare l’identità femminile separandola e distinguendola da quella maschile e rivendicandone la diversità e l’originalità.
La seconda, in nome di una sacrosanta parità umana, è quella che tende verso l’identificazione dei sessi, che, giocoforza, conduce però alla perdita dell’identità del genere femminile nella sua unicità, sempre più propenso a "mascolinizzarsi", ad acquisire prerogative proprie del genere maschile.
Ma la natura umana è duplice e la dualità espressa dal maschile e dal femminile non è solamente una fisiologica necessità indispensabile alla procreazione ed alla perpetuazione della specie.
Ognuno dei due generi possiede qualità che vanno oltre la fenomenologia fisica e sessuale, e che comprendono aspetti psicologici e spirituali che costituiscono rappresentazioni differenti di una Totalità, di un Unico che concretizza l’Essenza dell’Essere umano e del suo Sistema esistenziale.
In questa luce, il dilemma "uguaglianza contro differenza" mi appare quindi fuorviante, nella misura in cui il senso comune oggi, e parlo principalmente per le società occidentali, ha assodato oramai, almeno negli intenti teorici, la parità tra i generi, non solo, ma soprattutto se teniamo in considerazione l’unicità della Persona come compendio armonico ed equilibrato e degli aspetti maschili e di quelli femminili. Correnti filosofiche e fedi religiose, d’altronde, richiamano spessissimo all’originario Androgino, e le teorie psicologiche del profondo si basano frequentemente sulla coesistenza di prerogative maschili e femminili nella psiche di ognuno di noi.
Carl Gustav Jung descrive un archetipo, una immagine originaria e sovrapersonale, che è l’Anima per l’uomo e l’Animus per la donna. Questa immagine rappresenta l’atteggiamento interiore di ognuno di noi ed è complementare rispetto alla Persona, che è invece l’espressione esteriore del nostro carattere. Ebbene, in ciò si concretizza quello che intendevo dire riferendomi all’Androgino, ossia alla bisessualità umana che è racchiusa, psicologicamente, in ogni essere umano, per cui nell’uomo vi è sempre inconsciamente un elemento femminile e, viceversa, nella donna sempre un aspetto maschile. Anche se il sesso è una condizione biologica ed anatomica che si differenzia col concepimento e con la nascita, nondimeno la demarcazione e l’acquisizione dell’identità di genere si struttura e si introietta soprattutto con le esperienze educative e con le spinte culturali e sociali.
La "maggiore industria culturale" del nostro tempo, come viene definita la televisione, unitamente a tutti gli altri strumenti di comunicazione di massa, propone statisticamente una presenza femminile di quantità e solo raramente ne mette in risalto la qualità. Questa condizione, suggerita probabilmente da ragioni di mercato a cui però non credo siano estranei anche condizionamenti culturali e retaggi di una radicata tradizione patriarcale, contrasta con la spinta pulsionale della donna di crearsi un’identità propria e nuova, di proporsi come "essere altro" rispetto alla figura maschile. Con gli anni, infatti, è la stessa donna che è stata indotta, in virtù del dominio culturale dell’uomo, ad introiettare il modello maschile come modello vincente e conseguentemente, per poter aspirare ad emergere nella società, ella doveva per forza di cose tendere ad imitarlo, facendo coincidere l’immagine femminile con quella maschile. Ma la crisi politica, quella economica, quella finanziaria, amplificate dal processo di globalizzazione, hanno coinvolto tutto il sistema sociale con trasformazioni imponenti in tutti gli ambiti ed a tutti i livelli, senza distinzione di ceto o di genere.
La crisi e la rottura di equilibri consolidati, anche se insoddisfacenti, non ha risparmiato nessuno, sia esso uomo che donna, ma certo, per ragioni storiche, le donne hanno risentito maggiormente di questa crisi di identità, di questo senso di precarietà e di disorientamento generale e nell’ultimo decennio del secolo scorso vi è stato, per questo, un ritorno alla differenziazione dei generi, nella ricerca di una identità femminile. E’ quanto avvenuto fin dalla metà degli anni novanta, con la rivalutazione della differenziazione sessuale, che, tuttavia, a causa dei condizionamenti misogeni in apparenza superati ma sempre pronti a risorgere dalle loro ceneri, rischia di cristallizzare un pensiero improntato invece sempre sulla subordinazione e non sulla complementarietà e l’integrazione. Non è estraneo a tutto questo, io credo, a volte, lo stesso atteggiamento della donna, che accetta un riconoscimento parziale nell’attesa di veder riconosciuti pienamente i propri diritti.
Un esempio potrebbero essere le cosiddette "quote rosa", un concetto che a ben vedere sancisce e certifica uno stato di debolezza del genere femminile, che necessita pertanto, come corollario, di protezione per riuscire ad emergere. Io ritengo, alla fine, che la realtà sociale debba esprimere la duplicità sessuale di cui è composta, su basi di pari dignità ma anche sulla valorizzazione delle prerogative e delle qualità insite in ognuno dei due generi, poiché il senso di disorientamento è indistinto. In quest’ottica, ritengo che la via è quella di acquisire l’identità di Persona, più che l’identità di genere, rivalutando tutti quegli aspetti comuni dell’Essere umano nella sua totalità, totalità fatta di tutte le qualità che comunemente, e senz’altro superficialmente, tendiamo ad attribuire in maniera quasi esclusiva ad un genere piuttosto che all’altro. Ma vi è un "quasi" in ciò che ho detto, un "quasi" che suggerisce a tutti coloro che sanno guardare alle cose con mente libera che in ognuno di noi esiste il maschile e il femminile e che solamente prendendo coscienza dell’ambivalenza e della complementarietà della natura umana è possibile superare conflitti psicologici e sociali e raggiungere l’armonia e l’equilibrio.
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